Archivio mensile:dicembre 2010

Ciao CT!

Ho trovato oggi sulla Stampa un articolo del sempre fantastico Gramellini sulla scomparsa di Enzo Bearzot. Un bell’articolo, che prende lo spunto dal ricordo del grande ct, campione del mondo con la sua Italia nel 1982, per una riflessione sugli “italiani di confine”. Mi piace… è molto interessante. Un pò nostalgica, soprattutto se confrontiamo il profilo di Bearzot con quello dell’allenatore che ha conquistato il titolo nel 2006. Capacità tattiche e spessori assai diversi!

Riporto l’articolo (“Bearzot, l’italiano di confine”) per i più curiosi:

Non è vero che italiani come Bearzot non ne nascono più. È vero invece che nascono quasi sempre negli stessi posti: vicino a un confine.

Là dove dell’italianità, evidentemente, arrivano solo gli effluvi e non le pestilenze. Italiani di confine erano i piemontesi Cavour e Gobetti, il trentino De Gasperi e – per rimanere nel paradiso ristretto dei commissari tecnici campioni del mondo – l’alpino torinese Vittorio Pozzo. Dell’italiano di confine, Enzo Bearzot da Aiello del Friuli aveva tutte le caratteristiche, a cominciare dal cattivo carattere che è tipico, diceva Montanelli, di chi un carattere ce l’ha.

Nella patria dei vittimisti che scaricano di continuo le proprie responsabilità, lui era uno che si assumeva spesso anche quelle degli altri. Proteggeva i suoi miliardari in mutande come un papà. Ma non come un papà moderno e cioè dando loro sempre ragione. Sapeva ascoltarli, sgridarli e poi aspettarli, per mesi o per anni come con Paolo Rossi, trasmettendo sicurezza a quei cuori fragili. Nella patria dei disfattisti seppe raccogliere i cocci di un ambiente distrutto dal calcio-scommesse e trasformare le polemiche con la stampa in benzina reattiva. Nella patria dei cinici impose una sua visione romantica del calcio, senza però mai dimenticarsi che il contropiede non è una parolaccia ma l’essenza di una nazione che, dal Piave al Bernabeu, in contropiede ha vinto tutte le battaglie reali o metaforiche della sua storia.

Nella patria dei raccomandati lui, ex capitano e tifoso del Toro, penalizzò in Nazionale le bandiere granata a beneficio delle maglie juventine che aveva combattuto all’ultimo sangue in tanti derby. Nella patria dei gerontocrati lanciò Rossi e Cabrini a vent’anni e Bergomi a diciotto nella finale Mundial. E, quel che più conta, nella patria degli opportunisti non trasse alcun vantaggio dall’impresa spagnola che fece di lui e della sua pipa l’icona di almeno due generazione di italiani. Finita l’avventura in azzurro non gironzolò per talk show, non firmò contratti pubblicitari o di consulenza, anche quando per molti club sarebbe stato un onore potersi fregiare della sua collaborazione. Semplicemente si mise da parte, con un senso impeccabile dell’uscita di scena, senza aggrapparsi alla coda filante della gloria perché non ne aveva la nostalgia né il rimpianto. Gli era più che sufficiente serbarne il ricordo.


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Aspettando che la guerra finisca

Ieri a Roma s’è consumata l’ennesima pagina ridicola della storia del nostro Paese. Su questo, credo, concorda almeno la metà più uno degli italiani (quindi la maggioranza assoluta… i numeri, nonostante tutto, non li puoi fregare facilmente!).

Una pagina ridicola dentro e fuori dai palazzi del potere. Dentro, con le solite compravendite a cui la politica ci ha abituato e a fine giornata, i soliti commenti in cui tutti dichiarano d’aver vinto… Fuori, con pazzi che mettono a ferro e fuoco una città, non solo dando adito al potente di turno, che ci vorrebbe tutti buoni a casa a fare la calzetta, ma alimentando anche quel pessimismo che caratterizza al momento l’humus sociale in cui viviamo. Perché, guardando tutte quelle persone intente a bruciare e distruggere, non ci si può non domandare se un’alternativa (non politica, ma sociale) esista a questo berlusconismo, che va ben oltre Berlusconi.

Perché, al di là di quanto resisterà questo governo, o di chi vincerà le prossime elezioni, è un dato di fatto che Berlusconi sia ormai al capolinea della sua esperienza politica. Ma non il berlusconismo. Che sopravvive e sopravviverà a Berlusconi (e del resto, a mio parere, lo precedeva anche!).

Fuori dai giochi, mi domando quanta gente ci sia. Affacciata alla torre maestra, ad aspettare che la guerra finisca. Questa guerra sociale (prima che politica) che, più delle guerre del passato, sembra aver ingurgitato, oltre che le persone, anche le coscienze, in questo tempo in cui fatichiamo a chiamare il male male e il bene bene. Quante persone si stanno preparando a dare a questo Paese nuove speranze, quando anche l’ultimo di questi riottosi attori avrà terminato i suoi argomenti? Quanti uomini e quante donne non si arrendono a questo buio dell’anima, che ci ha abituati a tutto, alle bassezze piccole e grandi? Quanta gente, il cui disagio oggi non trova soluzione? E cosa fanno, nell’attesa? In che modo si preparano? E che Italia sognano per i loro figli e per chi verrà dopo di loro? Mi piacerebbe proprio saperlo.

E intanto, sulla torre maestra, e al freddo, sto di vedetta e aspetto anch’io… che la guerra finisca!

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