Archivio mensile:marzo 2011

Il Vangelo in una mano, il giornale nell'altra

Un post di fretta, giusto per segnalare un bell’articolo di Thomas Reese, gesuita ed ex direttore di “America”, dal titolo Jesus had enemies and so does good journalism, apparso sul sito internet della rivista Popoli.

Bello soprattutto per il ricordo di un suo amico scomparso, Roy, ma soprattutto per quell’idea bella del buon giornalismo che non dispiace a Dio!!! 😉

Lo riporto integralmente, in lingua inglese (ma facile da leggere)… spero dia utili spunti a chi ha la “vocazione” del giornalismo!

If you believed some Catholic bishops and some newspapers, you could easily conclude that the only thing Christians, especially Catholics, are concerned about is sex. Yet if you read the gospels, you get an entirely different impression. The Jesus of John’s Gospel is fixated on love: God’s love for us and our responsibility to love one another. As we heard this evening in the Gospel: “This is my commandment: love one another as I love you.”
In the climatic last judgment scene in Matthew’s Gospel, the final judgment does not emphasize sex; it emphasizes how we treat the hungry, the thirsty, the naked and the imprisoned. Jesus came to establish the reign of God, the kingdom of God, a world of justice, peace and love. This is why he was killed, and God raised him up to show that his defeat would not be final.
In this context, I think we need to see journalism as a vocation within the Christian community. To be a Christian today, you have to hold the Bible in one hand and a newspaper in the other. You have to read the Scriptures to be inspired and motivated to change the world, and you have to read the newspaper to find out what needs changing. That is why good journalism is so important to us not just as citizens but as Christians.
Jesus had enemies and so does good journalism. Reporters around the world have been killed, not just in wars, but for reporting on corruption and crime. They are martyrs for the truth. More insidious enemies are the bean counters who try to turn the temple of truth into a profit center or a branch of the entertainment industry.
From what I have learned from you about Roy, he was a true professional committed to truth. He was patient and helpful to those learning the trade. He understood that journalism is a vocation, not just a job. He was an inspiration to all who knew him. His loss touches everyone here.
As we continue our Eucharist, we can imagine Roy in heaven comparing notes with some other great writers: Mathew, Mark, Luke, John and Paul. That would be an editorial meeting worth attending.
In Roy, we celebrate a life devoted to the truth. Jesus said, “I am the way, the truth and the life.” As Roy sought the truth, he was also pursuing Jesus. In this Eucharist, we remember that as Jesus went through death to the resurrection, so to Roy and all of us will be transformed through our lives and death to join in the resurrected body of Christ.

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De bello libico

Sono stanco stasera e cercherò di esser breve. La questione libica è veramente un gran casino. Tanto che stento ad avere una posizione chiara e netta, come m’è successo invece altre volte! Perché – diciamolo pure chiaramente – la violenza genera sempre altra violenza. E poi non mi piaceva l’idea degli USA gendarmi del mondo, figuriamoci quella della Francia gendarme del Mediterraneo! Gli interessi – non solo economici! – in ballo sono tanti e tali da rendere il tutto un mega Risiko!

E l’incertezza mi pare la sola cosa certa di tutta la questione. A tutto ciò si aggiungono anche i miei dubbi (o forse la mia ignoranza) su chi siano i famosi “ribelli libici”, che alcuni (gli interventisti senza se e senza ma) associano a quelli degli altri Paesi arabi, ma che più di qualcuno invita ad indagare meglio (e queste poche voci mi convincono più delle prime!).

Ad ogni modo. Fin qui s’è detto del ritardo con cui le forze occidentali sono intervenute (e io concordo), come pure della confusione che regna ancora sovrana circa la leadership delle forze anti-libiche (NATO, Francia e GB, Francia da sola, USA… boh!). Ciò che si è detto poco, a mio avviso, è che sull’intera questione delle rivolte nel mondo arabo pesa fin qui il fallimento totale dell’Unione per il Mediterraneo tanto cara al presidente francese Sarkozy!

Si trattava in pratica di un bel progetto, per favorire la cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo (Europa da una parte e Africa e Medioriente dall’altra), sul modello dell’Unione Europea (ma con un punto d’arrivo meno ambizioso). Il punto è: voi avreste affidato a Sarkozy questo compito? Io no. Fossi stato io il Presidente del Consiglio italiano, avrei fatto mio il progetto. Forte di ambizioni nazionali ben diverse dalla grandeur francese. E della posizione centrale che l’Italia occupa nel Mediterraneo. E anche di quell’europeismo convinto, tipico – secondo me – degli italiani, che permette di superare quegli stessi interessi “di parte” che hanno decretato – di fatto – la fine del progetto.

Ci si potrebbe ancora provare? Forse sì. Cominciando probabilmente non dalla Libia. Ma dall’Egitto sicuramente. Coinvolgendo la Tunisia e tutti quei regimi che vogliono aprirsi a nuove forme di democrazia (quella occidentale – che tra l’altro ha anche notevoli problemi – non mi sembra per nulla esportabile!).

Sarò ingenuo e forse anche un tantino inesperto, ma secondo me sarebbe anche una via d’uscita nobile dal pantano libico. E un modo serio di appoggiare il vento di libertà che sembra spirare sul mondo arabo.

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Il futuro è dei tessitori

Riporto il mio editoriale per il numero di marzo di Sulla Via – il giornale della mia parrocchia, di cui mi occupo – dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia… sarebbe bello che chi lo legge, lasciasse un commento: mi piace sapere cosa ne pensate! 😉

Nel suo celebre dialogo “Il Politico”, il filosofo greco Platone paragona la politica all’arte del tessitore. È un’immagine che mi ha sempre affascinato. Mi ha sempre ricordato la figura di Aldo Moro, di cui proprio in questi giorni ricorre l’anniversario del rapimento e dell’uccisione. L’idea alta della politica come sforzo di sintesi è forse l’eredità più bella ed attuale dello statista pugliese. Insieme alle belle lettere, così umane, che scrisse alla moglie Noretta dalla prigionia.

Moro e Platone mi son tornati in mente in questi giorni, mentre consideravo l’instancabile lavoro del Presidente Napolitano per i festeggiamenti in occasione dei 150 anni del nostro Paese.

Se c’è una cosa di cui mi son sentito orgoglioso in questo periodo – io che sono un pò allergico alla retorica di patria – è proprio il mio Presidente della Repubblica, forse ultimo baluardo contro la bassezza di certa politica e di certi politici. E allo stesso tempo, punto di riferimento per quanti da domani, archiviati i festeggiamenti, vorranno rimboccarsi le maniche, per tentare una ricostruzione. Proprio come all’indomani della guerra.

Qualcuno, tra voi, amici lettori, troverà forse un pò insolito che un giornale di parrocchia scriva di politica. Eppure, io lo ritengo necessario e doveroso. Necessario, perché il nostro Paese ha bisogno di politica. Quella vera. Fatta di progetti, idee, ideali. Una politica capace di archiviare la brutta stagione di litigio endemico a cui ormai siamo abituati. Una politica capace di licenziare i dibattiti infuocati, i toni esageratamente violenti. Una politica capace di riconoscere le responsabilità dell’attuale classe dirigente (la peggiore dall’Unità d’Italia, su questo concordiamo un pò tutti!), ma anche di ripartire. Di immaginare un nuovo ruolo per il nostro Paese, per le nostre città (sì, anche Ardea!), per la casa europea, che è l’orizzonte bello entro cui ci muoviamo. Il Paese ha bisogno di voltare pagina, insomma.

Ma parlare di politica, per noi giornale di parrocchia, è anche doveroso. Doveroso perché siamo cristiani. E per troppo tempo, forse, siamo stati alla finestra, quasi come il popolo d’Israele in esilio a Babilonia. Forse è il momento di tornare a casa. Ben’intesi, non di ricominciare con l’illusione velleitaria di un partito cattolico. Quello è il passato. Nobile e a tratti oscuro. Ma è un passato che non tornerà. E poi, oggi, il Paese ha bisogno di unità. Non più di steccati. Pensioniamo, vi prego, le battaglie identitarie sui crocifissi nelle scuole. Non sarà un’assurda conta dei nostri simboli sulle pareti degli uffici pubblici a dire la qualità della nostra presenza in Italia. Anzi.

Dobbiamo ricominciare a parlare di politica nelle parrocchie, nelle associazioni, nelle scuole. Cercando il dialogo, mai lo scontro. E ricominciare a fidarci dei laici, del loro ruolo responsabile nella Chiesa, capace di trovare da sé le strade e le priorità, in modo creativo. È questa la sfida grande che ci attende. Tutti.

Che i 150 anni della nostra Italia ci permettano di tornare a casa, quindi, amici lettori. Di cogliere la sfida seria ad essere ancora, in questo momento di crisi, luce del mondo, sale della terra. Buona lettura!

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La banalità del bene

Titolava così uno splendido libro intervista di Enrico Deaglio a Giorgio Perlasca. Perlasca fu quell’italiano – ex militante fascista nella guerra spagnola – che, pressoché da solo, nell’inverno del 1944-1945 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica inventandosi un ruolo, quello di Console spagnolo, lui che non era né diplomatico né spagnolo.

Il titolo del libro mi è tornato in mente questi giorni in cui la morte abbastanza improvvisa di mio zio Romeo mi ha posto di fronte ad un ripensamento della mia vita (come solo “sorella morte” riesce a fare!). Già negli attimi dopo aver avuto la triste notizia, mi sono chiesto quale insegnamento mi avesse lasciato mio zio.

È stato allora che mi è tornata in mente quella splendida frase di Deaglio, “la banalità del bene”. A me non piacciono le rivisitazioni buoniste delle vite delle persone, quando se ne vanno. Il mio carattere da orso mi fa venire l’orticaria quando ascolto i parenti o gli amici di un defunto descriverlo come se se ne fosse andato il “più perfetto” tra gli esseri umani. La parola angelo pronunciata ai funerali mi fa correre un brivido lungo la schiena. Ben’intesi… lo considero un mio difetto, non un pregio!

Ma mio zio non era perfetto. Di difetti e vizi ne ha avuti molti. Ricordarlo come un “angelo” mi sembra una presa in giro alla sua persona.

Eppure. Non posso non considerare quel lato del suo carattere. Sempre così disponibile, fino a rasentare – agli occhi dei più e purtroppo, spesso anche ai nostri occhi – l’ingenuità. Ma in questo, eravamo noi a sbagliarci! Non era ingenuità. Era – ora ne son convinto – proprio la banalità del bene. Che non chiede troppi ragionamenti. Troppi discorsi e troppi giri di parole. Il bene va fatto, a volte – spesso – subito, di getto, d’istinto direi. Per questo mio zio – che perfetto non era, ma buono, questo sì! – era una persona disponibile “d’istinto”. Una persona che – con il suo buon bagaglio di imperfezioni – non rifiutava mai un aiuto, perché sapeva, in cuor suo, che quella era la cosa giusta da fare. E che lui era l’uomo chiamato a farlo. Fosse un immigrato che non riusciva a mandare i propri figli a scuola, perché il pullmino non passava. Una famiglia senza un alloggio. Un uomo malato in cerca di compagnia.

Ecco, mio zio mi ha lasciato questo. Il piccolo grande insegnamento che il bene esige quasi sempre scelte d’istinto. Pensarci troppo, a volte, serve solo a convincersi che non è il momento opportuno, che non siamo noi la persona giusta, che magari l’altro non è poi così “prossimo”!

Alla domanda “perché lo fece?”, che il giornalista rivolse a Perlasca, lui rispose

Perché non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali. Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo che sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho avuto un’occasione e l’ho usata. Da noi c’è un proverbio, che dice: l’occasione fa l’uomo ladro. Ebbene, di me ha fatto un’altra cosa. Improvvisamente mi sono ritrovato ad essere un diplomatico, con tante persone che dipendevano da me. Che cosa avrei dovuto fare, secondo lei?

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Nuove oppurtunità e saggezza antica

Di solito la festa delle donne non mi piace molto. Alla “superiorità” delle donne – in molti contesti – credo fermamente. Ma proprio per questo non mi piace affatto il consumismo offensivo (per le donne, soprattutto!) che spesso circonda questa “festa”… Prefirisco, magari, qualche riflessione in più… anche sul ruolo che le donne hanno e sulle opportunità spesso limitate che le vengono assegnate. E su quanto, per noi uomini, siano importanti (a cominciare dalla donna che mi sta a fianco! E che non smetterei mai di ringraziare per tutte quelle cose che è e che non mi stancherei mai di elencarle!)…

Oggi, però, ho trovato una bella riflessione di Benedetta Tobagi su repubblica.it. La riporto, scusandomi per “l’appropriazione indebita” (anche del titolo del post!). 😉

A scuola non resta che l’ora di educazione fisica a separare maschi e femmine, e mai le donne italiane sono state così libere di vivere, amare, lavorare, procreare. Almeno in teoria. Stereotipi mortificanti, dilemmi insolubili, aspettative sociali schizofreniche pesano ancora come macigni: devi essere tutto, non sei abbastanza – e attenta, che spaventi gli uomini! Come raccapezzarsi in questo labirinto? Come imparare a essere donna senza cacciarsi in nuove trappole, scambiandole magari per libertà? Sogno che la tv la smetta di piantare bombe a orologeria nella testa delle ragazzine (e intanto ringrazio chi gira nelle scuole per disinnescarle). Sogno che le donne non debbano patire l’invidia di altre donne che dovrebbero educarle anziché far pagare loro le proprie frustrazioni. Che le “madri dell’anima” soppiantino le madri-maitresse. Sogno che dal fiume della saggezza antica riaffiorino immagini attraverso cui una ragazza possa imparare tutte le donne che porta dentro, scoprire i propri desideri, evitare la scure di Barbablù e la tentazione di Scarpette rosse, sfuggire all’avidità dei predatori con le pelli d’orsa di Artemide e riprendersi con Afrodite la gioia del sesso che non serve ad ottenere soldi o potere e nemmeno rassicurazioni.


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Nostalgia del bene

L’altro giorno ripercorrevo, come tutte le mattina, il percorso rituale che da casa mia mi porta a lavoro. Casa, macchina, stazione, treno, Termini, metro, fermata Ottaviano, autobus 32 (o 271), tre fermate e poi giù…

E mentre scendevo dal treno, ho visto una cosa incredibile. Due maestri – un uomo e una donna, giovani – scendevano dal treno a Termini, con la propria scolaresca, una quindicina di piccoli bambini delle elementari. A questo punto, mi direte… e ‘mbé?!? Cosa c’è di incredibile???

Beh, di incredibile c’è il fatto che non vi siete meravigliati. E questa è stata la sensazione che ho provato l’altra mattina. Perché poi ho comprato il giornale, l’ho aperto… e le pagine straripavano di brutte notizie. Guerre, omicidi, preoccupazioni per la situazione economica, persecuzioni religiose, dittatori che non se ne vogliono andare, lo squallore di vecchi potenti che amano circondarsi di giovani consenzienti, lo squallore del vuoto totale di idee e belle speranze che circonda i vecchi potenti. E poi ancora… un gesto poco sportivo di non so quale calciatore in non so quale partita, cantanti che si drogano oppure hanno smesso, ma ci tengono a dirlo in giro… Insomma… ci sentiamo spesso incazzati come una iena, perché ci sembra che siamo solo noi ad indignarci, mentre gli altri, tutto sommato…

E rimaniamo un pò tutti lì, con le cose brutte che leggiamo sui giornali che rendono un pò più brutti anche noi. E speriamo che la gente prima o poi si indigni. Che scenda in piazza. Che si agiti, si ribelli. Per cosa, però? Me lo sono chiesto l’altra mattina, mentre guardavo quell’allegra scolaresca e quei due giovani che non conosco, che spendevano il loro tempo insieme a quei bambini. Per nessun motivo. Perché – essendo io anche figlio di un’insegnante – so benissimo che quei due maestri non percepiranno aumenti di stipendio, né – spesso – bonarie pacche sulla spalla da parte del loro superiore o, magari, neanche dai genitori di quei ragazzi. I giornali non parleranno mai di quella gita. E le persone comuni, come me quella mattina, non si stupiranno mai di quella piccola scolaresca sul quel treno fatiscente.

Del bene non parla nessuno. Eppure c’è. E il mondo – ne son convito, non è sdolcinata retorica – va avanti grazie al bene di tanti. Genitori capaci di non scoraggiarsi nell’affrontare anche la solitudine di chi oggi sceglie di educare. Maestre e maestri che, nonostante le misere paghe e il momento non felice, si dicono che sì, ne vale la pena di fare qualcosa in più di ciò che è previsto dal proprio contratto del lavoro. Educatori che “maneggiano” con passione e delicatezza le belle vite degli uomini di domani che hanno tra le mani. Mogli o mariti che scelgono di rischiare in un rapporto di cui non sanno il finale in partenza. Persone che sul lavoro si contraddistinguono per la felicità che si portano dentro, anche nei momenti difficili. Sacerdoti che si scaldano ancora nelle omelie domenicali per le belle Parole che hanno ascoltato poco prima, tra il sonno della gente. Ragazzi che scelgono di dedicarsi alle tante esperienze di volontariato, che oggi mandano avanti il Paese molto più delle belle chiacchiere che riempiono i giornali. O che girano il mondo per gustarsi la bellezza dei posti mai visti o lo sguardo bello della ragazza con cui hanno deciso di giocarsi la vita.

Chi parlerà di loro? Chi racconterà le loro storie? Chi farà vedere alle persone comuni “l’altra faccia della medaglia” di questo mondo?

Insomma… alla fin fine – pensavo sempre l’altra mattina – quante volte, anche attraverso articoli o bei discorsi, ho speso tempo ed energie a chiedermi il perché di una mancata indignazione, di un mancato scatto d’orgoglio di un’ipotetica morale civica. Senza considerare che spesso le rivoluzioni non avvengono per la volontà di giustizia, ma per la nostalgia del bene.

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Saturi d'informazioni!

Emanuele Menietti oggi sul Post dedica ben due pagine alla copertina di Newsweek e all’inchiesta scientifica di Sharon Begley sugli effetti del boom d’informazioni sul nostro sistema cerebrale.

Molto, molto interessante!

Il tema in questo caso è quello che ci fa dire a volte “OK, a un certo punto basta analisi, indagini e riflessioni: bisogna decidere e agire”. Una volta era più facile. Che la nostra mente fatichi a orientarsi e a decidere quando ha troppe informazioni è noto ormai da secoli, eppure negli ultimi anni il problema si sarebbe acuito a causa delle nuove tecnologie e della Rete, mezzi che ogni giorno ci investono con quantità enormi di nuove informazioni.

e ancora

Il flusso continuo di stimoli e dati ci lascia meno possibilità di concentrarci per effettuare una scelta efficace, dicono i ricercatori. La nostra mente viene distratta, si focalizza meno sulla questione e spesso si lascia ingannare.

Ma la parte più interessante è questa:

Se sono investite da un numero eccessivo di informazioni, le persone tendono a non compiere una scelta. Nel 2004 uno studio condotto da Sheena Iyengar della Columbia University ha dimostrato che più dati ricevono le persone, più la loro partecipazione diminuisce. Il livello è sceso dal 75 al 70 percento quando il numero di scelte è passato da due a undici, e al 61 percento quando le opzioni sono diventate 59. I partecipanti all’esperimento si sono sentiti sopraffatti dall’eccessivo numero di scelte e hanno lasciato perdere.

Mentre leggevo, mi venivano in mente diverse cose:

  1. innanzitutto… da buon “elemento della generazione digitale” anch’io sono immerso nel flusso continuo di informazioni! Quindi, in sostanza, l’articolo parla anche di me!!! E in effetti, spesso mi capita, ultimamente, di riflettere su un certo immobilismo… pigrizia forse… insomma su quel continuo valutare, considerare, ponderare, prima di prendere una decisione. Non che non abbia alcuni aspetti buoni… però spesso poi ci si ritrova a non scegliere! Come dice la ricerca…
  2. di solito, abbiamo sempre pensato che informazione fosse sinonimo di democrazia… ora però mi chiedo: se troppa informazione provoca una diminuzione della partecipazione… che ne sarà delle nostre convinzioni “democratiche”??? E che ne sarà delle nostre democrazie???
  3. leggo ancora nel post “Le persone tendono ad assumere decisioni creative quando si lasciano prendere da pensieri inconsci, rispetto a un approccio oggettivo e completamente analitico”. Che sia meglio, alla fine, non pensarci troppo, prima di prendere una decisione???

Indicazioni terapeutiche:

Gli esperti consigliano di occuparsi delle email e degli SMS in blocco, invece che in tempo reale: questo dovrebbe consentire al vostro sistema inconscio di farsi avanti. Evitate la trappola di pensare che sia meglio assumere una decisione che richiede di valutare molte informazioni complesse in maniera metodica e consapevole; farete meglio, e avrete meno frustrazioni, se lascerete che il vostro inconscio si faccia avanti sottraendovi dall’influsso delle tante informazioni. Agite per priorità: se una scelta dipende da un numero limitato di criteri, focalizzatevi consapevolmente su quelli. Alcune persone sono meglio di altre nell’ignorare le informazioni aggiuntive. Questi esperti di cosa è sufficiente sono in grado di dire quando è abbastanza: fanno zapping e quando trovano un programma accettabile si fermano, mentre chi cerca il massimo non smette mai di cambiare canale, cercare informazioni, e così alla fine faticano a prendere una decisione e ad andare oltre. Se pensi di essere un “massimizzatore”, la ricetta migliore per te potrebbe essere quella di spegnere il tuo smartphone.

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