Archivio mensile:aprile 2011

Solo un uomo

Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!»
(Gv 19, 5)

“Un tizio qualsiasi crocefisso ingiustamente”. Così il mio amico Alessandro commentava su facebook qualche giorno fa il film The Passion. Non so se il suo fosse un comlimento o una stroncatura. Ma il suo commento mi ha richiamato subito quel versetto del Vangelo di Giovanni in cui Pilato, vedendo quel nazzareno dilaniato dalle torture, consegna la vittima alla folla, con quel sibillino commento: «Ecco l’uomo!».

E allora… un grazie sentito ad Alessandro per avermi regalato lo spunto più bello in questa Settimana Santa.

Solo un uomo. Qui sta lo scandalo atroce e la grandiosità della questione: un Dio che sceglie di rimanere fedele alla sua umanità, senza lasciarsi andare a “colpi di mano”. È questa la Buona Notizia. Che è possibile affrontare la morte e il dolore, anche quello più atroce e ingiusto, da uomini. E che ogni morte e ogni dolore non avranno mai l’ultima parola.

Così, quell’uomo così vero, soprattutto nella sofferenza, mostra a tutti che Dio ha fatto una scelta ben precisa. Al fianco degli ultimi. Dei poveri, dei torturati, dei maltrattati. Di chi subisce l’ingiustizia, di chi piange, è solo o stanco. Di chi cerca un senso e non  lo trova. Delle vittime della storia, quelle di cui non si sa nulla, quelle che non figurano nei titoli dei tg e neanche nelle pagine dei libri di storia. Di chi muore abbandonato sul marciapiede. Di chi si lascia andare. Dei malati, i tanti malati di questo nostro tempo. E di tutti questi, quel nazzareno è stato (e sarà sempre, per chi crede), compagno di sofferenza, amico nel momento più duro, riscatto nell’ora delle tenebre.

Ecco l’uomo! Il potente che ha paura della pubblica piazza, dice forse la verità più grande. Grazie anche a te, Pilato!

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La politica ai giovani… i giovani alla politica!

La seconda notizia di ieri è questa: pare che il candidato sindaco sostenuto dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo a Milano – sempre secondo i sondaggi! – si attesti attorno al 5%. E fin qui… nessuna novità, visto anche il successo che la lista di Grillo ha avuto nell’ultima tornata di amministrative, lo scorso anno.

Ma il punto è un altro. Mattia Calise, il candidato grillino a Milano, ha 20 anni.

Ora. So che sul movimento di Grillo se ne dovrebbero dire tante. Tra l’altro, di Grillo non mi piacciono né lo stile, né i contenuti. Un buon comico satirico (o un ottimo blogger, ammesso che Grillo lo sia ancora!) non è automaticamente un buon politico! Anzi.

Ma un candidato sindaco ventenne nella seconda città più grande d’Italia, che avrebbe il 5% dei consensi non è notizia di tutti i giorni. Se sommiamo a tutto ciò che Calise – come suggerisce oggi Michele Serra su Repubblica – spenderà per la sua campagna elettorale “quello che Letizia Moratti spende per una messa in piega”… beh… qualche domanda (retorica?) è lecita?!

Prima. Quanto pesa su quel 5% il fatto che Mattia Calise abbia 20 anni?

Seconda. Perché il Movimento 5 stelle riesce a far candidare un ventenne (peraltro in un Paese come il nostro che si regge più sul criterio dell’anzianità che su quello del merito, come dimostra la nomina di Macaluso a direttore del Riformista!)? E perché gli altri non lo fanno/non riescono a farlo? Perché sono chiusi? O perché i giovani non sono disponibili a farlo per loro?

Terza. Perché – al di là dei giudizi politici – nessuno prende mai in considerazione i “meccanismi interni” che il Movimento 5 stelle propone (scelta dei candidati, scelta dei punti programmatici, codice etico, comunicazione, ecc.)?

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Occhio per occhio non è una regola!

Due le notizie che avrei voluto condividere ieri (ma che Altervista mi ha impedito di fare!!!)…

La prima, una lettera molto bella di Eugenio Occorsio, apparsa su Repubblica di ieri. Eugenio è figlio del giudice Occorsio, vittima del terrorismo nero negli anni ’70. In questi giorni, è stata diramata la notizia della sospensione della pena (per motivi di salute) nei confronti di Pierluigi Concutelli, che del giudice Occorsio fu l’assassino.

In seguito alla diffusione della notizia, il nipote (e figlio di Eugenio) del giudice, Vittorio, ha rilasciato alcune dichiarazioni “pesanti” sulla necessità della pena di morte. Bella invece, la lettera del padre a Repubblica, e non tanto per la sostanziale “rettifica” delle dichiarazioni del figlio, ma soprattutto per alcuni passaggi alti (sia per senso dello stato che per la qualità umana delle parole).

Ve ne riporto due stralci:

Occhio per occhio non è una regola, è l’opposto delle regole. Bisogna sempre impostare la risposta ai crimini anche più odiosi e assurdi entro i limiti della Costituzione, delle leggi, delle norme, che se fatte rispettare sono più che sufficienti a comminare punizioni giuste e mai eccessive, nulla che sappia di vendetta. Il tutto in un cammino di civiltà che non deve conoscere deviazioni.

Nel nostro caso, non siamo stati abbandonati dallo Stato, non gli si poteva chiedere di più. Dal primo momento, da quella sciagurata mattina in cui ho sentito gli spari e sono sceso precipitosamente dalle scale per vedere mio padre morirmi sotto gli occhi, la magistratura e le forze di polizia hanno preso in mano la situazione con decisione, e con puntiglio e coraggio sono arrivati al colpevole. Anche l’epilogo, con la liberazione dell’omicida, non è inaccettabile: siamo di fronte ad un uomo, a quanto pare plurinfartuato o qualcosa del genere, che si è fatto più di trent’anni di carcere. Cos’altro doveva accadere? La grandezza dello Stato, la tenuta delle istituzioni democratiche, si misura anche dalla capacità di non infierire inutilmente sui colpevoli.

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Europea [1]

Chi mi conosce, sa che la Bonino non mi è proprio simpaticissima. Però stimo la sua competenza sui temi internazionali. E la visione di Europa che si porta dietro. Insieme a Mario Monti, credo sia stata una delle migliori personalità a ricoprire incarichi a livello comunitario, per il nostro Paese.

Oggi, sul Post, torna sulle visioni strategiche del nostro governo (che io ho già commentato ieri qui) in fatto di immigrazione ed Europa. Mi piace la sua analisi sull’attuale situazione in cui versa l’Unione Europea:

I microinteressi nazionali o sub-nazionali sono ormai egemoni nel processo politico europeo, con ogni paese che fa le sue leggine per sé. Ognuno protegge il suo orticello, con l’aggravante del “io non guardo nel tuo orticello a patto che tu non guardi nel mio”, non capendo che l’interdipendenza tra Stati membri e i loro mercati è giunta al punto che i singoli paesi – i forti come i deboli, i virtuosi come i viziosi – hanno oramai perso la loro piena sovranità economica, se non politica. Nessun paese, neanche la Germania o la Francia, è in grado da solo di affrontare i passaggi chiave di quest’epoca, o di sedersi al tavolo con Russia, India, Cina o Stati Uniti. Questo può farlo solo l’Europa.

Gli effetti di questo antieuropeismo, che ha visto nel centrodestra italiano un suo avamposto, li si vedono chiaramente oggi nella debolezza assoluta della Commissione Barroso, che ormai ha rinunciato a fare il proprio mestiere riducendosi ad una sorta di segretariato del Consiglio, cioè dell’organo che riunisce i singoli governi nazionali. Sarebbe bello se ogni tanto le istituzioni europee facessero battaglie a tutela di se stesse e del proprio rafforzamento; sarebbe già un successo se ogni tanto la Commissione che, non dimentichiamolo, è pur sempre guardiana dei Trattati, facesse proposte impopolari agli occhi del Consiglio, anche a costo di farsele bocciare. Almeno si capirebbe che l’Europa vuole esistere al di là delle resistenze nazionali.

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Chi semina odio…

Due premesse prima di cominciare:

Prima. 20.000 profughi non sono uno tsunami! 20.000 persone sono un paese, neanche troppo grande (Ardea ne ha 42.000 di abitanti… e non la governa certo Solone!). Se – stando a Wikipedia – i comuni italiani sono poco più di 8.000, mandando tre immigrati in ogni comune, avremmo risolto il problema da un bel pezzo. E per farlo, bastava un ragionamento da terza elementare. Il problema è che qui serve un problema, per l’appunto! E quindi… voici le problème!

Seconda. Che gli stati europei non stiano facendo proprio una bella figura, questo è un dato fuori di dubbio. A cominciare dalla Francia. Che è stato, finora, il Paese più interventista. E la cui “agitazione” di questi tempi (e non solo in Libia, ma anche nella Costa d’Avorio, proprio in queste ore) suscita rabbia, quando non vergogna. Così come è evidente che all’Europa oggi manchi una leadership, una personalità (come in passato De Gasperi, Adenauer, Spinelli, Monnet, Delors) capace di sognarla, l’Europa, di indicare una strada, una strategia. Mentre oggi gli stati europei sono guidati, per lo più, da politici ben al di sotto delle aspettative!

Fine delle premesse. Ma veniamo al dunque. Il dunque è: possibile che un governo che si è contraddistinto fino ad oggi per un antieuropeismo strisciante (si pensi a fenomeni folkloristici come Borghezio, che noi continuiamo a mandare in Europa per farci fare “bella figura”!), oggi faccia la moraletta all’Europa? Possibile che di colpo si accorga che l’Europa va in ordine sparso di fronte persino al più piccolo dei problemi? Possibile che il governo italiano abbia minacciato di uscire dall’Unione Europea (come se questo fosse un danno – in termini puramente economici – per stati come la Germania o la Francia!)? Possibile che questa occasione – per ripensare al nostro ruolo nel Mediterraneo, al sogno comune e ad un nuovo progetto europeo – cada di nuovo nel vuoto di una politica ormai focalizzata sulle beghe e sui problemini?

Chi semina odio, dice la saggezza popolare, raccoglie tempesta. Buona mareggiata!

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Nostalgia delle cime

Torno ora da Scanno. Le cime innevate che si intravedevano dalla casa di Valeria, mi hanno messo addosso una voglia insopprimibile di scalata in montagna!

Stavolta, non ho pensato alla montagna in antitesi col mare. E qui qualcuno – di quelli che mi conoscono bene – starà ridendo sotto i baffi! Per chi, invece, non mi conosce… a me il mare proprio non piace. Anzi, non proprio il mare. Non mi piace l’etica della lucertola: lì fermo al sole, con la tintarella come unico scopo nella vita!

Stavolta, invece, ho pure pensato – e non chiedetemi perché? – che forse un tour in barca a vela mi piacerebbe… molto… (e del resto – direte voi – sennò che cavolo di senso avrebbe il titolo che ho messo al blog???).

Comunque… la foto è un assaggio, per chi ha nostalgia delle cime, come me! Sto pensando ad un week-end in montagna (di quelli veri, però… quelli in cui si parte con zaino in spalla e si passa la notte in cima!)… chi viene???

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Generare classe dirigente… possibilmente nuova!

In questi giorni, qualche quotidiano e qualche sito hanno dedicato piccoli spazi al V Rapporto sulla Classe Dirigente, presentato dall’Associazione Management Club alla LUISS lo scorso 6 aprile. Il titolo del Rapporto – Generare classe dirigente – era molto suggestivo. E mi è tornato in mente in questi ultimi due giorni, mentre leggevo della vicenda Geronzi, licenziato, ad appena 76 anni, dalla Presidenza di Generali (che – per i meno addetti ai lavori – è una delle roccaforti del potere finanziario e non solo, in Italia!).

Pare che il “Cesarone” – come viene chiamato in alcuni ambienti romani – abbia lasciato il suo posto, apostrofando i manager sessantenni che lo hanno estromesso dalla guida del gruppo assicurativo triestino, come “gioventù anziana”. Era un chiaro riferimento a chi lamentava che una persona di quasi 80 anni occupasse ancora certi posti di comando.

Ora, al di là della battuta di Geronzi (che contiene certamente un briciolo di verità)… mi piace il giudizio di Gramellini sulla vicenda. E tra l’altro mi fa pensare anche alle recenti notizie sul pensionamento di Zapatero (51 anni) in Spagna, alla scelta di Philipp Rösler (38 anni) come leader del Partito Liberale tedesco o all’ascesa politica di Ed Miliband (42 anni), che da meno di un anno guida il Partito Laburista inglese.

Dice, infatti, Gramellini riguardo alle usanze “italiche”:

In effetti molti eterni delfini sembrano condividere il destino di Carlo d’Inghilterra, invecchiato in sala d’attesa, o quello di certi «enfant prodige» che col tempo smarriscono il «prodige» e si tengono solo l’«enfant». Se però oggi persino un sessantenne può sembrare un giovanotto arrembante è perché i «diversamente giovani» non mollano la presa. A cominciare dalla politica, dove il bastone del comando è in mano a Berlusconi e Bossi, 75 e 70 anni, e appena un sindaco su sedici ne ha meno di 35. Un’età in cui all’estero diventano già leader, rottamando dei quaranta-cinquantenni che si riciclano in altri mestieri senza farla troppo lunga.
Il problema è che in Italia il narcisismo sta diventando una malattia senile…

Tornando al rapporto AMC sulla classe dirigente, invece, riporto un passaggio del comunicato stampa dell’evento di presentazione. Mi prometto di tornarci tra qualche giorno. 😉

dalle analisi sui territori locali, i cui risultati sono contenuti nella prima parte del Rapporto, emerge come di questo cambio di passo le classi dirigenti siano effettivamente consapevoli, con particolare riferimento a tre strategie principali da adottare, che si sostanziano in:  1)  superare la “replica del modello” è innanzitutto necessario: le politiche di sviluppo territoriale perseguite in passato sono inadeguate: occorre aprire una stagione straordinaria su produttività e competitività del territorio preso nel suo complesso. Inoltre, le  élite  locali sono consapevoli di dover  2)  fare “intermediazione alta” tra risorse economiche ed opportunità di sviluppo, nel senso che la riduzione e il controllo della spesa pubblica non bastano, serve adottare una  strategia di crescita esplicita, comprendendo l’impatto sui territori dei processi di globalizzazione, in modo da inserirsi positivamente in essi senza limitarsi a subirli – rinunciando, in tutto questo processo all’individualismo. Infine, compito principale delle classi dirigenti locali è 3) promuovere la coesione sociale, mirando allo sviluppo inteso nel senso più completo del termine, includendovi anche la coesione sociale, in quanto una ripresa economica possibile deve essere accompagnata da un’attenzione per il tessuto sociale che non può vivere solo di strappi troppo forti.
Da qui il bisogno per la classe dirigente locale che in primis deve fronteggiare la crisi e “cambiare pelle”, accettando una sorta di mutazione del suo DNA, ossia del proprio modo di essere, operare e di rinnovare le proprie componenti dalle analisi sui territori locali, i cui risultati sono contenuti nella prima parte del Rapporto, emerge come di questo cambio di passo le classi dirigenti siano effettivamente consapevoli, con particolare riferimento a tre strategie principali da adottare, che si sostanziano in:  1)  superare la “replica del modello” è innanzitutto necessario: le politiche di sviluppo territoriale perseguite in passato sono inadeguate: occorre aprire una stagione straordinaria su produttività e competitività del territorio preso nel suo complesso. Inoltre, le  élite  locali sono consapevoli di dover  2)  fare “intermediazione alta” tra risorse economiche ed opportunità di sviluppo, nel senso che la riduzione e il controllo della spesa pubblica non bastano, serve adottare una  strategia di crescita esplicita, comprendendo l’impatto sui territori dei processi di globalizzazione, in modo da inserirsi positivamente in essi senza limitarsi a subirli – rinunciando, in tutto questo processo all’individualismo. Infine, compito principale delle classi dirigenti locali è 3) promuovere la coesione sociale, mirando allo sviluppo inteso nel senso più completo del termine, includendovi anche la coesione sociale, in quanto una ripresa economica possibile deve essere accompagnata da un’attenzione per il tessuto sociale che non può vivere solo di strappi troppo forti. Da qui il bisogno per la classe dirigente locale che in primis deve fronteggiare la crisi e “cambiare pelle”, accettando una sorta di mutazione del suo DNA, ossia del proprio modo di essere, operare e di rinnovare le proprie componenti.
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