Archivio mensile:aprile 2012

Jeg Osloenser

La canzone non è certo nella mia top10. Ma è bello oggi sentirsi un po’ tutti di Oslo, un po’ tutti norvegesi. E riempire le piazze (anche virtuali) insieme a loro, non per sventolare cappi contro il mostro (all’italiana), ma per intonare una canzone.

Anch’io, come Gramellini, credo sia un bel segno di civiltà…

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Un po’ di pulizia… e un fioretto!

Stamattina, ascoltando la diretta di un incontro al Festival del Giornalismo di Perugia dal titolo “Ha ancora senso scrivere un blog?”… mi sono accorto che Dieci Nodi sta diventando una specie di cantina piena di raganatele…

E quindi… visto che il vento di Perugia rinnova i miei propositi di blogger fallito… Cercherò di fare un fioretto: risuscitare il blog!

Come sempre… ai posteri…

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Ecce homo

Comincia oggi il Triduo Pasquale, un momento dell’anno in cui vale la pena fermarsi e riflettere. Mi è sembrato bello, così, condividere qui l’editoriale che ho scritto per Sulla Via. Un modo per ricordarmi il momento, nella storia degli uomini, in cui tutto è iniziato…

Una brezza leggera accarezzava i pochi fili d’erba e le fronde degli alberi, smuovendo le foglie d’olivo. Quel suono gli ricordava le onde del mare. Quanto avrebbe voluto tornare lassù in Galilea, sulle rive di quel lago dove aveva vissuto gli anni più intensi della sua vita.

Per un attimo, il suo cuore si indurì: forse aveva sbagliato tutto. Maledetto quel giorno in cui gli era venuto in mente di scendere nella ricca e opulenta Gerusalemme. Non c’era speranza: quegli uomini erano troppo distanti, troppo distratti, il loro cuore troppo duro per abbandonarsi, per perdersi nell’infinito.

I suoi amici glielo avevano detto di lasciar perdere. E lui sapeva che non avrebbero retto quella sfida. D’un tratto si voltò: vide i “suoi” abbandonati sulla nuda terra. Dormivano. Come bambini. Non erano riusciti a stargli vicini neanche in quel momento di preghiera. Come aveva potuto pensare che quegli uomini lo avrebbero sostenuto nel momento del buio?

Eppure… non riusciva a sentire rabbia dentro di lui. Non era il sentimento di qualche giorno prima, quando aveva sferzato nel tempio chi faceva commercio, perché la vita è un’occasione troppo grossa per sacrificarla sull’altare del compromesso.

Gli anni dell’infanzia balenarono subito alla sua mente. E quegli uomini, ormai adulti, addormentati nel giardino, gli ricordarono l’immagine di sé, bambino. Addormentato sulle ginocchia di suo padre. A Giuseppe doveva tanto: quel suo carattere forte e umile, quella sete d’infinito che lo aveva spinto a lasciare casa per percorrere le strade polverose dei villaggi, il piacere della compagnia, la capacità di leggere nel profondo degli uomini, come con gli odori del legno che lui gli aveva insegnato a riconoscere già da bambino.

Così, guardando quegli uomini, lo stomaco gli si strinse. Non era rabbia quella che provava, ma passione. Il ricordo di Giuseppe e della sua infanzia gli trasmetteva un senso di vicinanza con quegli uomini. Anche loro avevano il diritto ad esser amati come lo era stato lui. Capì cosa doveva fare, il motivo per cui suo Padre lo aveva mandato.

Si alzò. Lontano già sentiva i passi calpestare la terra. Le grida, rumori duri di uomini minacciosi. Si asciugò il sudore che copioso era sceso lungo il suo viso. Vide i suoi compagni risvegliarsi mano a mano. Aveva scelto che uomo essere. Fino in fondo.

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