Archivio mensile:maggio 2012

Ahi, serva Europa…

Oggi Barbara Spinelli torna sul destino della Grecia, sul referendum in Irlanda (irrimediabilmente sottovalutati dalle nostre testate), sul futuro funesto dell’Europa.

Al di là dello stile giornalismo sempre molto evocativo, mi pare che la Spinelli centri perfettamente la questione: non si tratta di calcoli economici, ma di un problema di approccio politico e culturale. Classi dirigenti, opinione pubblica e singoli cittadini di questa nostra madre Europa devono scegliere: o accelerare il processo federativo verso nuovi livelli di integrazione, o ripiombare in scenari da secolo scorso:

Chi prospetta un’uscita sopportabile di Atene sta occultandone il prezzo, e non valuta quel che significherebbe la disgregazione dell’euro. Troppo facilmente ci si consola, credendo nella favola che ci si racconta: l’eurozona che sopravviverebbe, l’Unione che resterebbe quella che conosciamo. Nella migliore delle ipotesi vengono enumerate le perdite finanziarie, alcuni evocano perfino una Banca centrale non più solvibile, ma a quel che sta nel fondo del pozzo non si guarda.

E ancora, nel caso di un ritorno della Grecia alla dracma (e del conseguente crollo dell’euro):

La rovina non sarebbe solo finanziaria. Sarebbe politica, culturale. È inutile evocare sessant’anni di storia europea a rischio, se non si specifica in cosa consista precisamente tale storia. Se non si dice la verità ai cittadini, su quel che perderemmo. Non saranno protetti da Stati nazione che recupereranno la sovranità, perché la sovranità è persa dal dopoguerra. L’euro fu necessario economicamente: non fu creato perché urgeva una penitenza politica dei tedeschi. La chiusura delle frontiere ci cambierebbe antropologicamente: ogni nazione rientrerebbe nel suo misero recinto, gli spiriti si rinazionalizzerebbero, la xenofobia diverrebbe un male banale.

La lunga educazione europea alla mescolanza di culture, alla tolleranza, all’apertura al diverso, si prosciugherebbe per decenni…

L’Unione fu inventata contro i nazionalismi razzisti: l’invenzione franerebbe. Così come vacillerebbero le nostre costituzioni, figlie del clima che generò anche l’unità europea. A nulla servirebbe la Carta dei diritti che affianca il Trattato di Lisbona. Né i giudici né gli economisti salveranno, al posto dei politici e di ogni cittadino, la civiltà dell’Unione.

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FOIA

Anche se credo che non basterà una normativa a cambiare un modo d’amministrare e di governare consolidatosi in secoli… Oggi ho firmato l’appello di alcune associazioni per l’introduzione in Italia di una legge simile al FOIA (Freedom of Information Act) di origine anglosassone:

“…Nonostante il principio della “accessibilità totale” sia stato introdotto nella normativa italiana vigente (Legge 15/2009; 150/2009; 183/2010), esso resta appunto soltanto una mera affermazione di principio, non in grado di vincolare la pubblica amministrazione attraverso, ad esempio, un sistema di obbligo-sanzione.

In Europa e negli USA, al contrario, il diritto all’accesso è garantito a chiunque indipendentemente da ogni specifico interesse, e diventa quindi un vero e proprio strumento di controllo dell’attività amministrativa (esplicitamente esclusa dalle modifiche approvate alla legge italiana sulla trasparenza nel 2005) e di partecipazione dei cittadini ai meccanismi decisionali. Il principio del Freedom of information obbliga la pubblica amministrazione a rendere pubblici i propri atti e rende possibile a tutti i cittadini di chiedere conto delle scelte e dei risultati del lavoro amministrativo…”

dal sito dell’iniziativa

È in linea con ciò che sostenevo nel mio post di questa mattina, sulla parata del 2 giugno e i suoi costi…

Qui sotto il video di presentazione dell’appello alla Camera.

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8×1000

Premesso che, dipendesse da me, probabilmente non accetterei un euro dallo Stato Italiano, fossi io “la Chiesa”… perché accettare soldi dal potere significa comunque piegarsi (e poi: non diceva qualcuno di non preoccuparsi del domani?!?)…

Detto questo, però… continuo a non capire la battaglia per l’abolizione dell’8×1000 da parte di tanti…

Probabilmente sono io l’ingenuo e il maleinformato (e chiedo venia, preventivamente). Alla fine mi sembra solo una forma di “donazione” istituzionalizzata… ogni contribuente decide liberamente se offrirla alla Chiesa Cattolica, ad un’altra Chiesa, o allo Stato. Eliminare l’8×1000 significherebbe dare tutto allo Stato (che dubito, di questi tempi, si privi di uno strumento per far cassa, per piccolo che sia!). Mi sfugge il grande apporto alla civiltà contemporanea di un eventuale abolizione!

Quanto all’utilizzo che ciascuna Chiesa fa dei soldi raccolti, credo che anche questo debba essere oggetto di riflessione non da parte dello Stato, ma di coloro che hanno devoluto l’8×1000 a quella particolare organizzazione. In pratica: sono io a dovermi incavolare se l’organizzazione a cui ho donato una somma in denaro non è trasparente nella rendicontazione o usa i fondi raccolti per scopi diversi da quelli dichiarati in partenza. O ancora, se nella propria condotta non rispecchia le mie aspettative.

Da cattolico, di fronte al calo evidente dei contributi a favore della mia Chiesa, credo anche che l’8×1000 sia un buon strumento per far valere – silenziosamente – istanze di rinnovamento…

Ma forse – ripeto – sono io l’ingenuo e il maleinformato!

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Parate

Sono allineato sul #no2giugno (e non solo per la questione terremoto)… Però… due cose:

La prima. Possibile che – al di là delle ricostruzioni giornalistiche e i “calcoli” più o meno veritieri forniti dalla stampa – un cittadino italiano non possa sapere, semplicemente accedendo ad un sito governativo, quanti soldi vengono spesi per le parate militari del 2 giugno, per quali voci di spesa e secondo quali tempistiche?!?

La seconda. La decisione del Governo di aumentare le accise della benzina per trovare i soldi che serviranno per la “ricostruzione” ha sicuramente del paradossale. E son d’accordo con quanti chiedono di prelevare altrove. Più paradossale ancora però, secondo me, è l’assenza in Italia – almeno finora – di un fondo ad hoc per far fronte ai disastri naturali, con risorse adeguate ad assolvere alla funzione per il quale è stato creato.

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Grilli per la testa

E volete che uno che prova a registrare il marchio Dio e che detiene il marchio di un Movimento politico, non ne voglia trarre qualche profitto?!?

Ma per favore…

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Deliri collettivi

Sto diventando sempre più allergico ai deliri collettivi, in netta crescita grazie alle opportunità loro offerte dai social network (ma non solo).

Ieri una sentenza ha stabilito che le maestre e il personale scolastico dell’asilo “Olga Rovere” di Rignano Flaminio sono innocenti. O meglio: che il fatto non sussiste. In pratica, in quella scuola – stando alla sentenza – non è successo assolutamente nulla di ciò che i media ci hanno ripetuto per anni.

Non ho seguito il processo e non saprei dire se la sentenza rispecchia l’effettiva mancanza di prove o meno. Non sta qui il punto: la questione paurosa che tutta la vicenda pone sta nel fatto che oggi le sentenze non servono e non serve neanche l’analisi. Sono i media a decidere chi è colpevole e chi no. Come dimostrano anche i titoli dei giornali oggi. E nell’era del web 2.0 la gogna mediatica può nascere dovunque: chiunque può scatenare la caccia al mostro, riprendendo una notizia riportata da qualsiasi sito web, anche senza controllarne l’attendibilità.

Basta una foto ben fatta, una scritta ad effetto e nasce una campagna mediatica. Complice la naturale tendenza ad individuare un nemico (la maestra, il bidello, il prete…) possibilmente ben identificabile.

La vicenda di Rignano, come segnala giustamente Daniele Novara, ha avuto l’unica conseguenza di gettare del baratro vite umane, comunque non colpevoli (i bambini, le maestre, i genitori) e di rendere ancora più complessa la lotta alle violenze, specialmente nei confronti dei più deboli.

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Corvi

Si fa proprio un gran parlare di questo/i benedetto/i corvi che infestano i corridoi dei palazzi vaticani, alla ricerca di scoop, carte segrete, giochi di soldi e potere. Come nei migliori romanzi di Dan Brown.

Prima riflessione: che il Vaticano non sia certo il luogo più puro del mondo, lo sanno anche i bambini. È evidente che ci siano lotte intestine nei sacri palazzi (forse dovute anche alla debolezza di un Papa che, in queste questioni, si pensava erroneamente più duro dell’amato Wojtyla). A ciò si somma la crescente domanda di vicinanza – e dunque di rinuncia alle “sacche” di potere – della società nei confronti della Chiesa.

E il tutto avviene proprio in un momento in cui sembra più forte la distanza tra la Chiesa e la vita quotidiana di questa nostra umanità. E per “Chiesa” non intendo ovviamente solo cardinali e vescovi, ma anche sacerdoti e laici impegnati nelle parrocchie, troppo spesso appiattiti su un clericalismo di ritorno, poco attenti (e questo forse sarebbe proprio un compito da laici) alle “gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”.

Accondiscendenti invece alla retorica da cittadella assediata, tutta arroccata sulla filosofia della “difesa”. Poco disposti all’ascolto. Molto alle battaglie. Nonostante ci si professi tutti credenti in un Dio morto in croce, proprio per non fare del suo messaggio, della sua buona notizia, una questione identitaria.

Seconda riflessione: ieri Michele Serra nella sua solita Amaca, si chiedeva giustamente:

La vera domanda, attorno ai cosiddetti misteri vaticani, è quanto ancora possono incidere, i maneggi e le lotte intestine di quegli anziani prelati, sulla vita della società italiana. Nel resto del mondo il loro peso politico è ormai vicino allo zero…

Concordo con Serra: contrariamente a ciò che credono i politici e gli anticlericali, la Chiesa italiana oggi non condiziona le coscienze, non sposta un voto (anche perché vota in maniera diversa!), non ha un sufficiente potere di ricatto nei confronti di forze politiche e sociali.

Siamo condannati – anche in questioni non di mero calcolo politico – ad una progressiva irrilevanza. Che ha di per sé, almeno per noi cristiani, notevoli aspetti positivi, quando ci purifica dall’ombra e dalla tentazione del potere, che ci trasciniamo dietro da secoli. Ma anche quello meno positivo (ma comunque sempre frutto del nostro modo di stare in questa società), di non essere minimamente incisivi nel tessuto sociale del nostro Paese.

Ma è sempre un buon inizio! 🙂

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Quando accadono certe cose…

Quando qualche evento triste come quello di oggi, riesce a sfondare la crosta dell’insensibilità a cui ci ha condannato l’inflazione del dolore sbattuto su ogni muro e ogni copertina di giornale… ritorni a domandarti i giusti perché…

Perché, se fosse capitato a me stamattina, di rimanere sepolto sotto le macerie del palazzo dove lavoro, o di casa mia, magari mi sarebbe dispiaciuto andarmene senza aver capito bene i perché più grandi e più difficili, senza aver percorso ancora la via stretta che porta alla felicità, senza aver regalato un sorriso in più alle persone che amo e che mi hanno reso umano, senza aver detto l’ultimo sì…

Torno a domandarmi la bontà di certe scelte, la percorribilità umana di certi sentieri imboccati… E il senso di questo affannarsi dietro a cose risibili, ridicole e in fondo, inutili…

E così anch’io mi trovo oggi a farmi le stesse domande sacre di Matteo sul senso. Segno che la vita ti riprende spesso, proprio quando (e perché) credi di esser giunto a destinazione…

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Fact checker

È una buona notizia il successo di Le Veritomètre, il sito francese di verifica dei dati che valuta l’affidabilità dei discorsi dei politici durante le trasmissioni i talk show. E che – via twitter – ha accompagnato i dibattiti per le presidenziali in Francia (Qui l’intervista al fondatore su Lo Spazio della Politica, a cui devo la notizia).

Segno – o speranza – che qualcosa si stia muovendo, nella galassia web, non solo sotto il segno del pluralismo delle fonti, ma anche in direzione di una progressiva comune verifica della loro affidabilità (attraverso il controllo che ne fanno gli utenti). Lo dimostrerebbe, anche da noi, la crescita del fenomeno e dei siti di fact checking, di cui avevo già parlato in parte anche qui.

Perché essere in tanti e contaminarsi a vicenda è una gran bella cosa e una delle immense ricchezze che offre la rete. Ma il controllo di ciò che vi si dice è una delle sfide per l’uomo interconnesso e intercondizionabile.

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Mikael non riusciva proprio a capire…

«Mikael non riusciva proprio a capire perché così tanti reporter economici dei mezzi d’informazione più importanti del paese trattassero mediocri finanzieri come se fossero rockstar»

Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne

Grazie a Valeria, per la segnalazione! 🙂

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