Che senso ha la marcia per la vita

Da cristiano e da cittadino, sto cercando di capire che senso abbia la Marcia Nazionale per la Vita, prevista per domani a Roma.

Ho provato a leggere sul sito dell’iniziativa, ma non ho ancora capito benissimo. Quello che so è che la manifestazione di domani – com’era prevedibile – ha già provocato la reazione del “nemico”.

L’aborto è una sconfitta. Sempre. Comunque la si guardi. Su questo probabilmente la penso allo stesso modo dei marciatori di domani. E delle femministe di oggi. Basterebbe questo sguardo e la volontà sincera di trovare una soluzione “delicata” a farci camminare insieme. E invece no. Meglio le crociate. Ci aiutano ad autodefinirci. Il nemico ha sempre avuto questa funzione. Comoda.

Provo ad argomentare meglio. In Italia, in un momento di forte crisi (economica, culturale, politica) un gruppo di cattolici decide che è ora di portare gli eventi “pro life” all’americana anche nel nostro Paese. E così si organizza una bella marcia a Roma. Subito aderiscono i parlamentari di turno e qualche alto prelato.

Il punto è che lo spirito di chi solitamente anima questi eventi è molto “parziale”, attento a difendere il diritto alla vita nel momento del concepimento, molto meno negli altri momenti (perché difendere la vita significa anche impegnarsi per la promozione del lavoro, per la lotta alla povertà, agli analfabetismi dilaganti, a condizioni di vita tutt’altro che umane che anche da noi trovano una discreta diffusione, all’accoglienza dell’immigrato senza se e senza ma, ecc.).

Inoltre solitamente le conseguenze di questi eventi non sono affatto la sensibilizzazione della popolazione su temi specifici. Di solito la conseguenza di questi eventi si esaurisce nel polverone di reazioni che ne segue. Punto.

Come il Family Day. Che ha avuto l’unica conseguenza di affossare i DICO e screditare l’allora governo Prodi. Per poi ritrovarsi con Berlusconi di nuovo al potere. Allegramente divorziato e  risposato. E anche piuttosto divertito in festini di dubbia cristianità. Della serie: non erano meglio, nell’interesse della famiglia, accettare i DICO che ritrovarsi un premier così?!?

E del resto, nessuna seria politica per la famiglia è scaturita da quegli eventi. E l’argomento è tornato in soffitta. Da dove qualcuno l’aveva ripreso.

A me piacerebbe proprio un Paese diverso. In cui le persone hanno la meglio sulle etichette. Dove si può dialogare da posizioni diverse, talvolta senza la necessità di dover trovare per forza un compromesso. Dove ciascuno sia consapevole delle ripercussioni che hanno le proprie scelte. E proprio per questo decida di scegliere.

E dove noi cristiani non dobbiamo per forza farci notare, rafforzare il nostro senso di appartenenza, quasi come fossimo un esercito. Con un nemico ben chiaro da combattere.

Un volta un amico mi ha detto che il cristiano è come un apolide. Non conquista territori. E non costruisce edifici dove arroccarsi per contrastare il resto del mondo. Ma si scioglie in tante appartenenze diverse. Per saporirle. Vorrei essere anch’io un cristiano così.

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