La parola Pane

Ho notato che gli interventi che mi sono piaciuti di più delle varie puntate di Quello che (non) ho, hanno tutti in comune il richiamo al mondo contadino, alla terra, al paesaggio, a questa cultura italiana che trova proprio nella qualità del tempo e nella serenità della vita il suo tratto particolare.

Qui posto l’intervento (con video e testo) di Enzo Bianchi:

La storia del pane è la storia dei poveri. Perché il pane ai poveri è negato, da loro invocato, da loro qualche volta conquistato, difeso. La storia del pane è la storia della speranza e della dignità di ogni persona. Dignità offesa, conculcata, riconosciuta, rispettata. Se non siamo ciechi e sordi di fronte al pane e ai mondi che racchiude nella sua crosta dorata, possiamo cogliervi una risposta a ogni nostra fame, sia essa desiderio di fiducia, attesa di giustizia, stupore per il seme che cresce misteriosamente o curiosità verso le infinite strade percorse nel tempo e nello spazio da questo cibo.

Cibo nutriente ed essenziale, adatto a divenire appetibile e accessibile anche nelle situazioni più disperate ed estreme. Cibo reale, eppur simbolico, capace di evocare una realtà che va al di là del nutrimento materiale, capace di suscitare domande sul senso di ciò che fa veramente vivere. Così il pane quotidiano interpella la nostra capacità di dare pane a chi ha fame e di destare fame in chi ha già del pane.

Oggi, ancora una volta e tragicamente, milioni di persone intraprendono il viaggio più tragico e insieme il più ricco di speranza, il viaggio della fame, verso il pane. E questo perché noi non siamo capaci di far viaggiare il pane verso la fame. Paradossalmente, la corsa verso il pane cui assistiamo tra le sponde del Mediterraneo segue il medesimo percorso compiuto dalla cultura del pane, quasi cinquemila anni fa. Ma noi non sappiamo assicurare il pane, il viaggio di ritorno. Eppure, non dovremmo mai dimenticare che il pane, o è il nostro pane condiviso oppure cessa di essere pane e diventa ingiustizia.

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