Ahi, serva Europa…

Oggi Barbara Spinelli torna sul destino della Grecia, sul referendum in Irlanda (irrimediabilmente sottovalutati dalle nostre testate), sul futuro funesto dell’Europa.

Al di là dello stile giornalismo sempre molto evocativo, mi pare che la Spinelli centri perfettamente la questione: non si tratta di calcoli economici, ma di un problema di approccio politico e culturale. Classi dirigenti, opinione pubblica e singoli cittadini di questa nostra madre Europa devono scegliere: o accelerare il processo federativo verso nuovi livelli di integrazione, o ripiombare in scenari da secolo scorso:

Chi prospetta un’uscita sopportabile di Atene sta occultandone il prezzo, e non valuta quel che significherebbe la disgregazione dell’euro. Troppo facilmente ci si consola, credendo nella favola che ci si racconta: l’eurozona che sopravviverebbe, l’Unione che resterebbe quella che conosciamo. Nella migliore delle ipotesi vengono enumerate le perdite finanziarie, alcuni evocano perfino una Banca centrale non più solvibile, ma a quel che sta nel fondo del pozzo non si guarda.

E ancora, nel caso di un ritorno della Grecia alla dracma (e del conseguente crollo dell’euro):

La rovina non sarebbe solo finanziaria. Sarebbe politica, culturale. È inutile evocare sessant’anni di storia europea a rischio, se non si specifica in cosa consista precisamente tale storia. Se non si dice la verità ai cittadini, su quel che perderemmo. Non saranno protetti da Stati nazione che recupereranno la sovranità, perché la sovranità è persa dal dopoguerra. L’euro fu necessario economicamente: non fu creato perché urgeva una penitenza politica dei tedeschi. La chiusura delle frontiere ci cambierebbe antropologicamente: ogni nazione rientrerebbe nel suo misero recinto, gli spiriti si rinazionalizzerebbero, la xenofobia diverrebbe un male banale.

La lunga educazione europea alla mescolanza di culture, alla tolleranza, all’apertura al diverso, si prosciugherebbe per decenni…

L’Unione fu inventata contro i nazionalismi razzisti: l’invenzione franerebbe. Così come vacillerebbero le nostre costituzioni, figlie del clima che generò anche l’unità europea. A nulla servirebbe la Carta dei diritti che affianca il Trattato di Lisbona. Né i giudici né gli economisti salveranno, al posto dei politici e di ogni cittadino, la civiltà dell’Unione.

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