Balena bianca

Viviamo nell’epoca della società fluida, eppure c’è chi continua a voler ricostruire la balena bianca.

Al di là della possibilità di rimettere in piedi la Democrazia Cristiana, quello che mi stupisce è il fatto di credere ancora nell’opportunità di poter proporre un soggetto politico cattolico e popolare in un contesto che non è più cristiano da un pezzo e nemmeno popolare.

Io non credo nell’unità dei cattolici in politica. Probabilmente non ci avrei creduto neanche nel 1900, quando fu fondata la DC, poi PPI, poi di nuovo DC. Perché i cattolici non sono come gli ayatollah. Non hanno un insieme di regolette da far rispettare.

Molti si appellano alla Dottrina Sociale come base “programmatica”. Il punto è che non si tratta di una “dottrina” (e forse anche noi dovremmo avere il coraggio di cambiargli il nome, no?). Non è un libretto di norme, un prontuario per il politico cattolico, né per il cattolico in politica.

La cosiddetta Dottrina Sociale – per quello che da povero imbecille ho capito io – è la risultante di un cammino (e come tale è sempre “in itinere”) e soprattutto è un metodo. Che concepisce la politica non come terreno di scontro tra classi o élite per il controllo del potere. Ma come strumento di servizio per il prossimo, avendo come punto di riferimento la persona, quell’individuo che nelle relazioni in cui sono immersi, fondano e creano il tessuto sociale perennemente in movimento (società liquida).

Ovvio che ci siano dei “punti fermi”. Ma l’uso barbaro che ne è stato fatto negli anni del ruinismo (quando si parlava di “valori non negoziabili” per stringere alleanze con la destra berlusconiana) li rende oggi patrimonio di una parte politica – che come tale è parziale, sempre – che li usa per screditare l’altra (dando vita, spesso, a sentimenti di revanscismo).

Ogni cristiano impiega la propria creatività e la propria passione in politica dove meglio crede, esattamente come ognuno (parlo dei cristiani) sceglie liberamente il luogo dove abitare, il tipo di vestiti da indossare, le associazioni a cui iscriversi, dove andare la sera, se sposarsi a 20, 30 o 40 anni, che nome dare al proprio bambino e che squadra di calcio tifare. Questioni più o meno importanti. Su cui ognuno esercita la propria libertà e su cui influisce la propria sensibilità.

Nella Democrazia Cristiana convivevano – perché il contesto lo permetteva e perché abbiamo avuto a lungo una classe dirigente capace e lungimirante – persone che erano portatori di istanze e sensibilità politiche differenti, tutte convinte (più o meno) che fosse necessario un processo di sintesi e che il partito unico poteva aiutare questa operazione.

Ma si trattava pur sempre di persone che la pensavano in maniera diversa su molte cose. Esattamente come oggi, all’uscita della messa, potrei intrattenermi a chiacchierare con cristiani che – rispetto a me – la pensano differentemente sulla necessità di costruire un inceneritore o sulla possibilità di creare un istituto giuridico che regoli le coppie omosessuali, sulle priorità di politica economica del Governo o sul fatto che le cosiddette “missioni di pace” dei nostri soldati all’estero siano o meno in contraddizione con l’art. 11.

Su alcune di queste questioni, il confronto sarebbe serrato, perché ognuno è giustamente convinto delle proprie posizioni e perché solo con il confronto, anche duro, è possibile crescere (anche all’interno della Chiesa).

Questi cattolici che la pensano diversamente su molte questioni potrebbero convivere in un unico contenitore politico? Non lo so, ma la vedo dura. Un partito dei cattolici risponderebbe alle reali esigenze del Paese? Fornirebbe una risposta ad una precisa domanda politica? Non saprei neanche qui, forse una domanda politica c’è, ma è nettamente minoritaria (corrisponde, occhio e croce, alla base elettorale dell’UDC). Creare nuovi contenitori (peraltro con le stesse persone dentro: si parla di Casini, Passera, Ornaghi, Bonanni…) è realmente la strada maestra per ricostruire un tessuto in frantumi? Ne dubito altamente.

La sensazione è che continuiamo a occuparci di strutture. E lo facciamo, peraltro, con quella nostalgia per un passato che è ormai morto e inattuale (e che non era neanche così dorato!). Forse dovremo iniziare a stare dalla parte delle cose nuove. A star zitti ed ascoltare, prima di parlare e possibilmente senza giudicare.

A formare persone. A puntare sullo spessore umano, anziché arrenderci alla mediocrità dilagante (anche nella Chiesa). A dar fiducia, anziché imporre. E a rompere un po’ gli schemi asfittici che ci stanno uccidendo, lentamente.

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