Archivio mensile:luglio 2012

Masochismi

Nella discussione noiosa e cavillosa sulla legge elettorale, che tiene banco in questi giorni… continuo proprio a non capire per quale motivo un partito grande, che secondo tutti i principali sondaggi arriverebbe primo se si dovesse votare oggi e che viene da una storia di ingovernabilità senza pari in Europa (a mala pena riesce a mettersi d’accordo al suo interno… figuriamoci con ipotetici partiti alleati) preferisca un sistema con premio di maggioranza alla coalizione vincente, anziché al partito che ottiene più voti… mah, misteri del masochismo di sinistra!

 

 

 

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Se lo spread esplode

Vivo ormai nella trepidante attesa che lo spread tocchi quota 600… e poi 700… e poi forse 800…

Insomma, arrivati a questo punto, comincio a pensare che quasi quasi ci convenga il default totale, l’autodistruzione del sistema, unica condizione – mi sembra – per iniziare a ricostruire un sistema Paese (e non solo) che così mi pare comunque condannato ad una lenta agonia senza senso…

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Pioggia

La pioggia di questa mattina ha cambiato il clima, portando con sé una sensazione di fresco e degli odori particolari.

Mi ricordano i campi coi ragazzi in oratorio… in un altro momento mi sarebbe sembrata una beffa bell’e buona (come vorrei partire per i campi, ora!!!)… Oggi però m’appare come una risposta a tante domande…

Bien! 🙂

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Non sono tutti uguali

Solo per dire che il motto da bar “tanto sono tutti uguali” oltre ad esser falso è anche tra le cause della situazione che viviamo (che non è solo “colpa” della politica, ma anche dei tanti, molti, troppi, probabilmente la maggioranza silenziosa a cui questo sistema fa comodo!).

Oggi Andrea Sarubbi – giornalista e deputato – pubblica alcune riflessioni di Pietro Ichino (uno dei personaggi più “odiati” dalla sinistra neo-ideologica) che io condivido pienamente. D’altronde il mea culpa è forse l’unica “parola” saggia che la classe dirigente italiana (ripeto: non solo politica) dovrebbe fare, subito prima di lasciare il posto di comando ad altri.

Faccio anch’io copia&incolla:

Delle varie cose ascoltate ieri mi ha colpito molto il mea culpa di Pietro Ichino, classe 1949, a nome della sua generazione, “quella che ha avuto la ventura di nascere nel quindicennio successivo all’ultima Guerra mondiale, imputata di molte responsabilità gravi nei confronti delle generazioni successive”.  Ichino ne ha individuate 7, che copia-incollo dal suo intervento:

  1. Aver condotto il Paese a consumare in ciascuno degli ultimi trent’anni l’equivalente di circa 30 miliardi di euro più di quanto il Paese stesso fosse in grado di produrre, accollandone irresponsabilmente il debito ai figli e ai nipoti;
  2. avere utilizzato quel denaro preso a prestito non per investirlo in infrastrutture moderne, o in istruzione, o in altri beni duraturi, ma per riservare a sé impieghi pubblici usati come rimedio alla disoccupazione e trattamenti previdenziali e assistenziali di cui sapevamo benissimo (quanto meno dall’inizio degli anni ’90) che essi non avrebbero potuto essere estesi alle generazioni successive;
  3. non avere colto, dieci anni fa, l’occasione straordinaria offerta dall’euro per incominciare a ridurre il debito pubblico, sfruttando il drastico abbattimento degli interessi che il nuovo sistema monetario ha portato con sé in dote (se anche soltanto nella prima metà dell’anno scorso, prima della crisi scoppiata nel corso dell’estate, avessimo adottato misure analoghe a quelle contenute nel programma del Governo Monti – come pure già si sapeva che si sarebbe dovuto fare: basti leggere gli atti dell’assemblea del Lingotto del 22 gennaio 2011 – oggi il Paese non correrebbe il rischio gravissimo che corre e il debito avrebbe già incominciato a ridursi);
  4. non aver saputo dare al Paese un sistema istituzionale – a partire dal sistema elettorale – capace di superare i particolarismi faziosi sul piano politico e i veti incrociati delle varie corporazioni su quello economico; basti osservare in proposito che il Paese stesso oggi affronta la crisi più difficile e pericolosa vedendo alternarsi tra loro in Parlamento, a seconda delle occasioni, la maggioranza che vota la fiducia al Governo Monti e la maggioranza PdL-Lega che nella prima parte della legislatura ha sorretto il Governo Berlusconi, che vuole cose opposte; e rischia fortemente di uscire dalle prossime elezioni politiche senza una maggioranza parlamentare in grado di governare;
  5. aver lasciato aggravarsi il difetto del sistema di istruzione, formazione e orientamento professionale rispetto alle esigenze dell’inserimento delle nuove generazioni nel tessuto produttivo, al punto da generare una situazione di vera e propria esclusione di un terzo dei ventenni di oggi sia dalla scuola sia dal mercato del lavoro;
  6. aver lasciato che un vecchio sistema di protezione del lavoro, modellato sulle caratteristiche del tessuto produttivo di mezzo secolo fa, generasse lungo l’arco degli ultimi tre decenni un fenomeno macroscopico di esclusione di metà dei new entrants dal lavoro regolare, con il conseguente instaurarsi del peggiore regime di apartheid tra lavoratori protetti e non protetti che sia oggi osservabile in tutto il panorama dei Paesi occidentali industrializzati;
  7. infine, una responsabilità forse ancora più grave di tutte queste è di avere disperso gran parte dell’amor di Patria, del senso dello Stato, di quelle civic attitudes che hanno costituito la fonte della nostra Costituzione repubblicana. Quelle stesse civic attitudes che costituiscono oggi il presupposto indispensabile perché un popolo possa avere fiducia nel proprio futuro e – nella nostra situazione specifica – perché gli altri popoli europei possano accettare di costruire con noi un rapporto solido di fiducia e solidarietà reciproca.

Conclusione. “Ciò di cui il Paese oggi ha bisogno urgente è un’opera lunga – l’orizzonte non può essere meno che decennale ‑ di ricostruzione culturale, economica, istituzionale, e di riequilibrio tra gli interessi delle generazioni vecchie, di quelle più giovani e di quelle future. Un’opera compatibile, certo, con l’alternarsi al governo di schieramenti politici di diversa natura, ma a condizione che essi condividano almeno gli obiettivi fondamentali a cui orientare l’azione e i vincoli da rispettare”. Oggi tutto questo manca ancora: non vorrei che tra 22 anni – quando noi quarantenni avremo l’età attuale di Pietro Ichino – qualcuno dei miei coetanei si ritrovi a dover rileggere lo stesso mea culpa, perché avremo fallito come i nostri genitori.

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Ancora sul silenzio

Stamattina leggendo il bel post di Gipi sul Post, mi son tornate in mente le parole che avevo scritto qualche settimana fa (su luce e ombra, ma anche su parola e silenzio).

Viviamo in una società logorroica. E purtroppo il web non sembra contenere l’irrefrenabile (e curiosa) voglia dell’uomo di dire, parlare, spesso prima di pensare.

Ci riflettevo l’altro giorno, mentre chiacchieravo con una collega e le raccontavo di come mi senta a disagio, al termine dei convegni, quando inizia il momento delle domande. Perché a me non piace fare domande che non siano vere, reali, mosse dalla curiosità. Domande che fanno esclamare “perbacco!” agli altri partecipanti. Domande capaci di dare un contributo alla discussione. Domande che raramente ti vengono in mente.

E invece capita assai spesso che il moderatore guardi la platea un po’ scocciato perché nessuno parla. Come ad aspettare in fretta un mio (e non solo mio) intervento.

Avremmo forse bisogno tutti di un surplus di silenzio. Un giorno in cui star zitti. Non affrettarci a commentare, prima di aver capito o di aver qualcosa di importante da dire. Lasciare spazio alla ragione, persino alle emozioni. E calmare quella sete di chiacchiericcio che ci viene dalla pancia.

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L’ultimo post sulle unioni gay e la fine del PD

Forse sono io il “diverso”. Perché a me la guerra civile nel PD (con toni che forse solo in Siria…) sulle unioni gay mi sembra assurdo. Non per la problematica. Ma per i toni. Assolutamente assurdi. Da parte di due gruppi (laici e cattolici) entrambi assolutamente minoritari, entrambi attraversati da un processo di ri-ideologizzazione tremendo e assolutamente antistorico, entrambi assolutamente privi di spessore politico, mi sembra.

Su una cosa concordo con la reazione isterica della Bindi di ieri sera: l’unica conseguenza della guerra civile sarà la conservazione dello status quo su un tema comunque importante per la vita di molti. Ed è un peccato. Perché benché io non sia affatto per l’equiparazione del matrimonio alle unioni civili, comunque la questione necessita di una regolamentazione (prima ancora, forse, che di un “riconoscimento”… ma non vorrei cavillare sulle parole, che è tipico dell’ideologia).

La cosa ancor più assurda di cui oggi mi son reso conto, leggendo commenti a post come questo (che non condivido: i toni e le parole sono importanti e dare dell’intollerante alla Rosy Bindi di ieri sera era fuori luogo, oltre che falso), è che è il progetto PD che è fallito totalmente. Ovvero quello di porsi come partito aperto a contaminazioni, partito del dialogo e della convergenza, anziché dell’esclusione vicendevole.

Mi pare che in questa fase invece, accanto a cattolici di basso valore nei posti chiave (che è una delle concomitanze più pericolose per questo Paese, che le parole di Casini oggi dimostrano), vi sia una minoranza di sinistra “senza se e senza ma” (minoranza nel Paese, ma con l’orgoglio della maggioranza, un po’ come i berlusconiani!) che non accetta idee se non le proprie e rifiuta un confronto. Tutto ciò che non risponde a dettami ideologici ben precisi (con spinte opposte ma di pari intensità del fonte “alla Fioroni”) è da scartare, possibilmente espellere.

E questo mi sembra sia il dato più evidente che il PD abbia cambiato mission e vision rispetto a quello delineato da Prodi nel 2006. E che quel progetto sia – in definitiva – naufragato. A ‘sto punto… più che la classe dirigente, forse bisognerebbe rottamare pure il PD.

Intanto questo è l’ultimo mio post sulle unioni gay… ché son convinto che non possano monopolizzare tutta l’attenzione di una sinistra moderna ed europea (ché poi è il motivo per cui io sarei per un’approvazione rapida e immediata di un istituto giuridico che le regoli!).

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Caro giovane amico di destra

Caro giovane amico di destra,

ho letto questa settimana sui giornali del ritorno – ancora – di Silvio Berlusconi sullo scenario politico, come candidato premier dello schieramento di centro-destra alle prossime elezioni. E non ho saputo fare a meno di scriverti.

Io proprio non ce la faccio ad esser di destra. Nella prospettiva “Dio-patria-famiglia” (lo so, è un modo un po’ vecchio di concepire la destra!), mi trovo assai stretto. E non perché non creda in Dio, non sia orgoglioso di essere italiano o non consideri la famiglia un dato importante nella mia storia personale e in quella di ogni essere umano. Ma perché il mio Dio è morto a causa degli intrighi dei potenti, senza lasciare – volutamente – programmi politici (si fida troppo degli uomini e della loro creatività). Considero patria le persone che condividono con me il comune destino degli esseri umani, al cui servizio è anche questo mio essere italiano. Quanto alla famiglia, la retorica che le ruota attorno mi fa ormai venire il voltastomaco. Del resto, ho sempre pensato che le vere politiche per la famiglia siano quelle occupazionali, ovvero politiche in grado di far andare via di casa i giovani prima possibile. Tutto il resto è strumentalizzazione.

Anche nella divisione filosofica tra destra e sinistra, che il grande Bobbio proponeva qualche decennio fa (ho divorato quel libro più di una volta), l’uguaglianza, l’attenzione a chi non ce la fa, a chi perde o viene additato nella società come perdente, ha sempre avuto in me un ruolo più forte della libertà, considerando anche che proprio attorno a strani concetti di libertà si è andata formando negli ultimi cinquant’anni una particolare concezione del vivere insieme, per la quale “fare ciò che voglio” o “fare tutto ciò che posso” diviene il viatico per l’offesa – quando non la distruzione – dell’altro, del diverso, dell’ultimo. Non posso sopportarlo.

Perdona questa mia lunga premessa, ma è bene capire ciò che ci differisce, caro amico, prima di arrivare al nocciolo del discorso.

Dicevamo… la ri-discesa in campo di Berlusconi. Viviamo sicuramente uno strano momento storico. L’incertezza sembra esser divenuta ormai il tratto distintivo del futuro, anche il più prossimo. Capisco quindi come a volte, scegliere una mediocrità certa sia più rassicurante che gettarsi nella mischia, rischiando volti, stili e idee nuove. Ma credo ci sia un limite a tutto.

Non sono preoccupato ora, infatti, di rivedere qual faccione ormai anziano comparire tra capi di stato più giovani di lui di 20, 30, 40 anni, durante i vertici internazionali. Né mi preoccupano gli stili di vita discutibili di un vecchio con evidenti problemi con sé stesso, il sesso, l’autostima. Insomma, in questo momento tante cose mi preoccupano, ma non la persona Berlusconi, che pure in passato ha avuto il pregio di suscitare grandi amori e grandi odii nel nostro Paese.

Il motivo per cui ti scrivo è che sento che, al di là delle idee divergenti, un Paese come il nostro abbia bisogno di una destra nuova, di uno schieramento conservatore vero ed europeo. Berlusconi è un uomo del passato. Un leader ormai al tramonto. Può vincere le prossime elezioni, probabilmente. Ma sceglierlo come candidato premier è un suicidio culturale e politico.

Il berlusconismo ha esaurito la propria carica ideale e politica (che pure ha avuto, anche se della proposta poltico-culturale della destra degli ultimi vent’anni non ho condiviso un H). Il mondo in cui si è formato è ormai finito. E non tornerà. Berlusconi potrebbe vincere solo per i suoi trucchetti comunicativi. Per poi ritrovarsi però di fronte, un Paese da governare, di cui non conosce più le viscere, i dinamismi. E non sarà certo la classe politica che lo circonda (arroccata in una sorta di iperuranio che la estranea dalla vita quotidiana) a salvarlo da una catastrofe ampiamente annunciata. Una catastrofe per la destra, in primis. E per il Paese intero.

Ci vuole altro. Le sfide dell’oggi e del domani chiedono a tutti uno sforzo di immaginazione e creatività, a destra come a sinistra (il discorso che faccio a te vale anche per la sinistra, ma non ti voglio annoiare!). Chiedono una forte presenza giovanile. Aggressiva, se serve. Perché la gerontocrazia che governa il Paese (non solo nella politica!) non si farà da parte volontariamente. Purtroppo.

Lasciate Berlusconi a casa, a raccontar fiabe ai nipoti. Farebbe bene anche a lui. E lasciate a casa anche chi gli sta intorno. Anche i giovani, incapaci di scegliere autonomamente, già vecchi dentro.

Per battere lo sconfittismo abbiamo bisogno di aggredire lo scacchiere politico e culturale del Paese. Non è detto che sarà facile. Non è detto che sarà tutto giusto e bello ciò che farete o faremo. Ma sarà quantomeno nuovo, sarà al passo con i tempi. Poi starà a noi e alla nostra capacità di autocritica e di verifica continua… Ma è ora di prendere in mano il futuro. Di non lasciarlo a chi ci ha già consegnato un mondo peggiore di come l’ha trovato.

Amico di destra, perdona la lunghezza di questa mia lettera. Ma proprio non ce la facevo a non dirtelo. Bisogna cambiare la mentalità per cambiare il Paese, qualunque sia la strada che abbiamo in mente. E io volevo fare la mia parte. Parlarsi è da sempre il sale della democrazia. E condividere qualche riflessione forse fa bene ad entrambi.

Spero di ritrovarti a breve. Su qualche blog. Su qualche pagina di giornale. Spero di vederti sugli scranni di qualche consiglio comunale o provinciale. O magari in parlamento, chi lo sa.

Ti saluto e ti abbraccio.

Buona strada,

L.

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Cose non dette, che non torneranno

E dopo una settimana di silenzio sul blog, ti accorgi che avevi in mente tante cose da dire, non dette, che oramai sono perse nei meandri dell’inconscio e non torneranno più.

Potere della parola (poi dice che non aveva ragione Giovanni, con quel prologo che ogni volta mi fa venire i brividi), ma anche tendenza di un mondo che va troppo in fretta… e dal quale voglio scendere e scenderò, prima o poi…

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Sul nuovo CdA RAI (e su molto altro)

Qualche giorno fa, la Commissione di Vigilanza RAI ha eletto i sette consiglieri del CdA dell’azienda radiotelevisiva di Stato italiana. Per qualche giorno ho provato a documentarmi sui curricula delle persone elette, a raffrontare lo scandaloso sistema italiano con la cultura (politica e non solo) di altri Paesi, a cercare di capire quale futuro potesse delinearsi per la RAI, se le persone designate fossero migliori o peggiori di quelle che andranno a sostituire.

Poi, però, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul dato anagrafico. Dei sette nuovi consiglieri, solo due hanno meno di 50 anni, solo una meno di 40. Mentre gli over 65 sono ben 4. Senza conteggiare il nuovo Presidente, che di anni ne ha 67. Età media (escluso presidente e DG)? Poco meno di 60 anni.

Così ho capito che i curricula non erano importanti. E che non me ne fregava nulla. Perché è uno scandalo che un Paese che si piange addosso per la crisi, che ha un disperato bisogno di cambiamento (a detta di tutti, politici compresi) affidi un’azienda pubblica ad una classe dirigente del passato, composta – perlopiù – da persone che sono “sulla cresta dell’onda” da più di trent’anni (da quando cioé è iniziato il declino!).

Non è un problema di leggi (un Paese che ha bisogno di scrivere la regoletta per far rispettare il buon senso è destinato a morte certa e dolorosa). È un problema culturale e politico: basta over60!

L’esperienza non può essere il criterio sul quale vengono decise assunzioni, promozioni, designazioni. E neanche può esser considerata più un requisito preferenziale. Semmai un ostacolo, un punto di svantaggio, dato che chi ha esperienza (fatte salve rare e speranzose eccezioni) è vecchio, ha la testa rivolta al passato (spesso idealizzato) più che al futuro. Il futuro, del resto, non gli interessa: non sarà lui ad abitarlo. E questo vale per ogni attività e ogni ruolo, nel nostro misero Paese (non parlo di politica, parlo di società!).

Il cambiamento è inversamente proporzionale all’età di chi ha il compito di guidare un’azienda, un negozio, un ministero, un Comune, un’istituzione, l’intero Paese. Se scegliamo la gerontocrazia, per favore, almeno non abusiamo retoricamente della parola cambiamento e diciamo che per i giovani non c’è posto, ché il nostro obiettivo è mantenere lo status quo. A cui i giovani, solitamente, non sono interessati.

P.S. Poi ci sarà da discutere su preparazione, merito, idee… anche dei giovani (ché esser giovani non basta mica!)… però prima, mi pare ci sia un problema di punto di partenza, un po’ sbilanciato… troppo…

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Ci son giorni

Ci son giorni in cui il giro della storia sembra fare il suo corso… e così, sembra che la giustizia, anche quella umana, così imperfetta, prima o poi arrivi per tutti. E se non arriva la giustizia, arriva il giudizio feroce della storia, che discerne senza sfumature – e senza umanità, a volte – chi vince da chi perde, i buoni dai cattivi…

Significativo che la condanna del carnefice Videla arrivi a ridosso dell’anniversario delle efferatezze commesse a Srebrenica, mentre noi stavamo a guardare

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