Sul nuovo CdA RAI (e su molto altro)

Qualche giorno fa, la Commissione di Vigilanza RAI ha eletto i sette consiglieri del CdA dell’azienda radiotelevisiva di Stato italiana. Per qualche giorno ho provato a documentarmi sui curricula delle persone elette, a raffrontare lo scandaloso sistema italiano con la cultura (politica e non solo) di altri Paesi, a cercare di capire quale futuro potesse delinearsi per la RAI, se le persone designate fossero migliori o peggiori di quelle che andranno a sostituire.

Poi, però, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul dato anagrafico. Dei sette nuovi consiglieri, solo due hanno meno di 50 anni, solo una meno di 40. Mentre gli over 65 sono ben 4. Senza conteggiare il nuovo Presidente, che di anni ne ha 67. Età media (escluso presidente e DG)? Poco meno di 60 anni.

Così ho capito che i curricula non erano importanti. E che non me ne fregava nulla. Perché è uno scandalo che un Paese che si piange addosso per la crisi, che ha un disperato bisogno di cambiamento (a detta di tutti, politici compresi) affidi un’azienda pubblica ad una classe dirigente del passato, composta – perlopiù – da persone che sono “sulla cresta dell’onda” da più di trent’anni (da quando cioé è iniziato il declino!).

Non è un problema di leggi (un Paese che ha bisogno di scrivere la regoletta per far rispettare il buon senso è destinato a morte certa e dolorosa). È un problema culturale e politico: basta over60!

L’esperienza non può essere il criterio sul quale vengono decise assunzioni, promozioni, designazioni. E neanche può esser considerata più un requisito preferenziale. Semmai un ostacolo, un punto di svantaggio, dato che chi ha esperienza (fatte salve rare e speranzose eccezioni) è vecchio, ha la testa rivolta al passato (spesso idealizzato) più che al futuro. Il futuro, del resto, non gli interessa: non sarà lui ad abitarlo. E questo vale per ogni attività e ogni ruolo, nel nostro misero Paese (non parlo di politica, parlo di società!).

Il cambiamento è inversamente proporzionale all’età di chi ha il compito di guidare un’azienda, un negozio, un ministero, un Comune, un’istituzione, l’intero Paese. Se scegliamo la gerontocrazia, per favore, almeno non abusiamo retoricamente della parola cambiamento e diciamo che per i giovani non c’è posto, ché il nostro obiettivo è mantenere lo status quo. A cui i giovani, solitamente, non sono interessati.

P.S. Poi ci sarà da discutere su preparazione, merito, idee… anche dei giovani (ché esser giovani non basta mica!)… però prima, mi pare ci sia un problema di punto di partenza, un po’ sbilanciato… troppo…

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