Archivio mensile:settembre 2012

Se la Chiesa sbaglia tattica

Nel pezzo d’apertura del numero di questa settimana, Famiglia Cristiana attacca – giustamente – quel “Satyricon felliniano” che si è rivelata la Regione Lazio.

Un bell’articolo, per una rivista che non ha mai nascosto i propri giudizi sulla classe dirigente. E gliene va dato atto.

Spiace però che nel mondo cattolico non si apra ora anche una serena riflessione sulla “tattica” tutt’altro che vincente, che la Chiesa “ufficiale” ha avuto in questi venti anni. Giacché la Chiesa non è stata immobile a guardare, durante il lungo inverno della Seconda Repubblica. E forse un minimo di autocritica non guasta, anche per noi cattolici, sempre molto propensi al perdono coi “nostri” e alla condanna degli “altri”.

Come la Chiesa era stata nel corso della Prima Repubblica fucina dell’impegno cattolico in politica, così nella Seconda ha rinunciato al ruolo di educatrice di coscienze per imbracciare quello della lobby. Scelta sicuramente dettata dalla scomparsa del partito che sanciva l’unità cattolica e dal crescente relativismo che tutto confonde e complica. Ma anche da una certa idea del ruolo della Chiesa nella società secolarizzata, non più lievito (con le dovute eccezioni, ci mancherebbe), ma gruppo di pressione.

Per farlo, le gerarchie ecclesiastiche hanno scelto in proprio le priorità dell’agenda politica (famiglia, vita, bioetica), propugnandole come veri e propri dogmi inconfutabili e spesso senza neanche preoccuparsi di verificarne l’urgenza nei rivoli di una società che cambiava, orfana – spesso, anche se non sempre e dovunque – proprio della “compagnia” dei discepoli di Gesù, intenti – almeno nei “piani alti” – più a giudicare che a farsi prossimi.

Per attuare questa tattica, la Chiesa “ufficiale” ha cercato alleanze in un mondo politico tutt’altro che preoccupato del bene comune. Seguendo una logica di scambio: silenzio dell’una verso l’incoerenza dei singoli e la mancanza di visione complessiva, silenzio degli altri sui temi che venivano loro indicati come prioritari.

Se come cittadino provo disgusto e disprezzo nei confronti del Satyricon, come cristiano chiedo riflessione collettiva e scelte chiare. Esser Chiesa non è cosa facile, non lo è mai stato. Ma un pizzico di chiarezza e umiltà forse ci aiuterebbe a seguire meglio gli insegnamenti del Maestro.

 

 

 

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Se avere un leader è di destra

Tra i mille non-argomenti che si oppongono alla candidatura di Renzi, vi è uno strano condizionamento ideologico (o post-ideologico: chi era l’idiota che diceva che le ideologie erano morte?) che postula che avere un leader sia di destra.

A riproporlo oggi è un articolo/intervista di Concita De Gregorio a Stefano Boeri:

“…Lo scontro di personalità, Bersani contro Renzi, è tutto nel solco del berlusconismo. La faccia i nei la simpatia le maniche della camicia le battute a chi la fa più fortunata, e tutte le tv pronte a trasformare ogni sospiro in un boato. E’ di nuovo la ricerca dell’uomo della provvidenza da dare in pasto all’elettorato e, nella partita interna al Pd, una gara alla leadership del partito. Ma per questo ci sono i congressi”. E dunque? “Credo che sia maturo il tempo di offrire una novità vera, di sostanza: una candidatura di rete che metta insieme forze, saperi, talenti. L’intelligenza collettiva di un partito al servizio di un progetto per il Paese: poi una persona, certo, ci mette la faccia. Ma è la conseguenza, la persona: non la causa e l’unico scopo”. Una candidatura di rete.

Già, la rete e i suoi miti. Non è bastato Grillo e neanche Obama a far capire che anche la rete senza leadership è monca. E che se il web oggi è una realtà capace di offrire mezzi di aggregazione enormi, essa non può da sola sostituirsi a quella variante non secondaria che è, in politica, la leadership.

Senza un volto, anche le idee si ammosciano.

A dimostrarlo oggi anche il bel ragionamento di Fabio Chiusi sull’ultimo libro di Castells e soprattutto sull’autunno di Occupy (vi ricordate quando Bertinotti voleva esser espressione politica dei “movimenti” no-global? Oggi vien da ridere di fronte a quella proposta, ma ancora ci si innamora a sinistra del “movimento” e della sua simbologia!).

Il punto – quasi scontato, anche se scontato non è, evidentemente – è che la leadership non è di per sé di destra o di sinistra. E il leader non è un fattore secondario rispetto alle idee (è una tesi, questa, che ci raccontiamo da troppo tempo per coprire il fatto che non abbiamo leader all’altezza, da almeno trent’anni!). Una leadership sottende sempre dei valori, con i quali guardare il futuro. Berlusconi ne ha incarnati alcuni, di cui la destra fatica a liberarsi (per questo lo ricandidano: perché non hanno leader per rimpiazzarlo!). Renzi ne incarna altri. Bersani, invece, non ha una leadership forte. Per carattere, ma anche per come si è “costruito” (sul cliché della costruzione della leadeship a sinistra negli ultimi trent’anni si potrebbero scrivere libri… e qualcuno lo avrà anche fatto, credo…). Punto.

Del resto, gli stessi che osannano il primato dei “programmi” o delle “idee” sulle persone, hanno salutato entusiasticamente la vittoria di Obama nel 2008, magari persino quella di Hollande qualche mese fa. E né Obama, né Hollande sono l’emblema della vittoria delle idee sulle persone, anzi.

 

 

 

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Padre di una buona idea

Mentre attendo di ascoltare Matteo Renzi e i motivi per cui crede sia il caso di votarlo – alle primarie e anche dopo – un dubbio mi assale. Che cioé, in fondo, i due duellanti (Renzi e Bersani) – come anche tutti gli altri che sembrano affacciarsi alla sfida delle primarie – propongano ricette già applicate e in gran parte fallimentari. Di destra o di sinistra non cambia. Che ci sia cioé una certa stagnazione delle idee. Che ci siamo arresi a riproporre visioni del passato, per pigrizia, perché osservare la realtà che muta, tentare chiavi di lettura nuove e provare ad applicarle, con la pretesa di cambiare le cose o almeno facilitarle è compito arduo, difficile, impegnativo.

E questa democrazia sgangerata ci ha reso tutti un po’ meno disposti alla fatica, più propensi al compromesso che a rimboccarsi le maniche.

Non è un problema di oggi, come testimonia il bell’inedito di Carlo Maria Martini pubblicato oggi da La Stampa. Solo che anche oggi come ieri abbiamo bisogno di padri, forti, in piedi, capaci di farci scorgere l’orizzonte e di lasciarci andare, senza troppe regolette già pronte (che di pappe pronte per il futuro ce ne son ben poche!).

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Paradossi della democrazia

L’ha detto chiaro e tondo – mi pare – Mario Calabresi ieri nel suo editoriale. Commentando il caso Fiorito (ma sarebbe da chiamare “Lazio Gate”), il direttore de La Stampa ha smascherato tre miti tanto di moda ultimamente: la bontà del federalismo (vicinanza governati-governanti), la necessità di politici giovani per uscire dall’impasse, la necessità di ridare ai cittadini il potere di scelta (con una nuova legge elettorale che reintroduca le preferenze).

Il Laziogate sembra spazzar via tutte e tre le pretese. Perché gente come Fiorito era un giovane, scelto – con un numero di preferenze quasi astronomico – dai cittadini, membro di una istituzione certamente più “vicina” ai cittadini rispetto al Parlamento.

Lo scandalo iniziato con Fiorito, ma capace di coinvolgere un’intera classe dirigente regionale (al di là dell’età, del colore politico, della provenienza geografica, ecc.), sembra finalmente aver svelato – parlo per me – il grosso inganno con cui ci siamo nutriti e ci nutriamo da anni, forse da quando siamo nati: la democrazia è la più alta forma di regolazione della convivenza desiderabile.

Nulla di più falso.

E – permettetemi – basta con la frase di Churchill che fa da paravento, da anni (troppi), ai timidi tentativi di mettere in discussione l’assioma con più falle del pensiero occidentale! Perché occorre iniziare a ragionare con serenità. Non su come tornare a forme di autoritarismo ingiustificabili e ormai dimentiche. Ma su come evolvere verso sistemi più giusti, più capaci di rispettare la dignità dei singoli, ma anche della collettività (qui sta uno dei punti focali), più idonee a farci guadagnare il futuro, più che a difendere il passato.

Vogliamo iniziare a ripensare un po’ tutto? Io ci sono… 😉

 

 

 

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Ardea, scuole materne e politica

Ad Ardea – luogo ameno in provincia di Roma, in cui vivo – alle ultime amministrative il 39,7% degli aventi diritto non si è recato alle urne. Alcuni probabilmente avevano di meglio da fare, molti sono nauseati dalla “politica” locale, tanto da reputare inutile andare a votare.

Qualche giorno fa il sindaco – espressione della maggioranza che governa la città da più di vent’anni, più o meno con gli stessi volti – ha annunciato, a scuole iniziate, che non ci sono più soldi per sostenere le scuole materne paritarie, che da noi svolgono un “servizio pubblico”, non riuscendo quelle pubbliche a soddisfare neanche il 50% della richiesta.

Grazie al tempismo perfetto del sindaco, questo comporterà per le famiglie che, ignare di tutto, hanno iscritto i propri figli alle scuole paritarie, un costo da 50 a più di 200 euro mensili (nel caso “fortunato” di un solo figlio iscritto).

La decisione della giunta (che è pure sempre una scelta) sta indignando molti. Alcuni probabilmente non si sono recati ai seggi nel maggio scorso. Altri hanno votato i “soliti noti” sperando nel piccolo favore al momento opportuno.

L’opposizione – al solito, anche giustamente – polemizza.

Pochi osservano e fanno osservare che le elezioni dovrebbero servire, in democrazia, proprio a decidere in che modo effettuare scelte come queste. Scelte politiche. Perché anche e soprattutto in un periodo di crisi, destinare fondi del bilancio ad asfaltare una strada o a sostenere i costi delle famiglie per l’educazione dei propri figli è una scelta politica. Che rispecchia un quadro valoriale di riferimento.

Questo in una democrazia funzionante.

Ma in una democrazia funzionante le persone vanno a votare consapevolmente, con in testa il bene comune. Colpa dei politici? O colpa di chi li ha votati? Oppure colpa di chi ha scelto di non votare (e dunque di non scegliere)?

 

 

 

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Da grande voglio fare il giornalista scolastico

Oggi, leggendo Tullio De Mauro su Internazionale e ricordando quando da piccolo mia madre mi leggeva le storie fantastiche di Gianni Rodari… ho capito… da grande voglio fare il giornalista scolastico! Da dove comincio?!?

P.S. Gianni Rodari… gli devo tantissimo: come avrei imparato altrimenti in una volta sola spensieratezza, creatività e felicità?!?

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Libertà e malintesi

C’è un malinteso di fondo sull’idea comune di libertà. Mi pare che oggi vada per la maggiore l’idea che la libertà sia semplicemente assenza di imposizioni e/o condizionamenti esterni. Un’evoluzione per menti fini dell’idea che esser liberi significhi, in fondo, far ciò che ci pare (purché non danneggi nessuno, certo).

Io son sempre più convinto che si tratti di una delle più grosse baggianate della cultura contemporanea. E la convinzione aumenta man mano che comprendo che senza “condizionamenti” non sarei ciò che sono. In fondo, non è un condizionamento l’affetto dei genitori, l’amicizia delle persone a cui voglio bene, la voglia di assomigliare sempre più alle persone che stimo?!?!

Viviamo di e grazie a condizionamenti esterni. E senza di essi forse saremo un po’ più liberi. O forse, semplicemente, un po’ più soli. E infelici.

 

 

 

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Cambiare il mondo

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E poi d’improvviso t’accorgi che te avevi deciso di cambiare il mondo e che ora hai l’età giusta per farlo. E che per cambiare il mondo devi cambiare le vite degli altri. E che per cambiare le vite degli altri devi cambiare la tua.

Bisogna tornare a perdersi per poi ritrovarsi… nella danza della vita, quella della tua intimità, senza troppi spettatori (ché quelli non sono importanti!).

 

 

 

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