Archivio mensile:ottobre 2012

Disciplina e rivoluzione

La mia generazione non sa cosa significa la parola disciplina.

Le hanno insegnato che la disciplina ha a che fare, in qualche modo, con le regole, con l’imposizione, che ha un non so che di militaresco. La disciplina è rigida e la rigidità è male. La disciplina è dunque male, anche se non sappiamo bene cos’è.

La mia generazione – e quelle che son venute dopo ancor di più – ha un rapporto difficile con la regola. Al cinema gli eroi di solito infrangono le regole, non le rispettano. Perché la regola è castrante nei confronti dell’individualità. La regola – questo ci hanno insegnato e la mia generazione difende questa conquista a denti stretti – è imposizione e l’imposizione è contro la libertà. E la libertà – seppur vaga e inflazionata – conserva un carattere sacro, intoccabile.

La mia generazione ha un problema a dire noi. Se si incontra un gruppo di ragazzi oggi e si chiede ad ognuno di descrivere brevemente i propri sogni, quasi nessuno farà riferimento a qualcosa che includa l’altro: si sogna un mestiere (preferibilmente “in solitaria”), si sogna di ballare, cantare, suonare, diventare un calciatore. I più arditi sognano una ragazza, i demodé di metter su famiglia.

Per questo la mia generazione è indifferente alla politica, come alla religione. E pure alla famiglia, in fondo.

Le hanno fatto credere (e lei ci si è accomodata non senza qualche complicità) che l’altro è minaccia più che ricchezza. E le hanno negato così la possibilità di realizzarli, quei sogni. Perché un sogno incrocia, include sempre un altro. Che sia la ragazza con cui sogni di trascorrere la vita. Il gruppo di amici con cui sogni un’avventura grande insieme. I compagni di scuola con cui sogni di cambiare il mondo.

La mia generazione tenta di sviare la fatica. Le hanno insegnato per decenni che il furbo, il bravo, lo sveglio ottiene il massimo col minimo sforzo. Da questo, la mia generazione ha dedotto che l’importante è sempre il minimo sforzo. Poco importa se questo significa rinunciare al massimo. E l’assenza del massimo abitua a pensare che l’optimum in realtà non esista o che sia sempre e comunque una questione soggettiva. La dittatura del soggettivo ci ha ingannato, facendoci credere che la perfezione sia un’illusione, una forma di violenza sull’individuo. Così ci siamo arresi ad un mondo di mediocrità.

Ribellarsi alla mediocrità significa vivere il senso della fatica che porta alla perfezione. Riscoprire che senza l’altro non esistiamo e che senza che l’io diventi un noi, ogni sogno rimarrà sepolto in un cassetto. Comprendere che le regole danno senso alla libertà. E non perché “la mia libertà termina dove inizia quella dell’altro”, che è una teoria vecchia come il cucco e profondamente falsa. Ma perché la mia libertà passa per l’inclusione dell’altro. E l’altro mi limita sempre. Vivere quel limite è essere liberi. E ogni limite impone una regola. Amare la regola è comprendere il mistero dell’altro. Sempre. Senza regola, siamo dei poveracci.

Infine, riappropriarci della disciplina. Tutti i grandi uomini che ho incontrato finora – e ce ne sono! – hanno in comune la disciplina. Spesso confondiamo la disciplina col senso del dovere o con l’obbedienza a imposizioni esterne. Ma disciplina è capacità di esser fedeli alle proprie scelte. Una qualità che si apprende – se si apprende – dopo un lungo allenamento. Ammiro gli uomini che sono in grado di disciplinare la propria vita, di vivere gli ideali sulla propria pelle, concretamente. Di non venir meno alla prima difficoltà. Senza perdere l’umiltà. Perché anche per esser umili serve disciplina.

Ogni piccola o grande rivoluzione chiede disciplina, perché chiede ideali, perfezione, fedeltà. E la rivoluzione contro la mediocrità ancor di più. Ne sono convinto.

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Nessuna risposta oltre la tua

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

È una bellissima poesia di Bertolt Brecht, A chi esita. Devo la sua scoperta al primo romanzo di Roberto Andò, Il trono vuoto, che ho terminato di leggere oggi.

Entrambi – la poesia e il romanzo – mi pare parlino di me, di noi, di oggi. Delle tante cose da fare e di come sia più semplice per molti continuare a maledire l’oscurità piuttosto che accendere un lumino.

Pensavo in questi giorni leggendo, ascoltando e osservando… che avremmo bisogno di più bellezza, più poesia, più silenzio, più mistero…

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Se la domanda giusta la fa D’Alema

…ecco! Sto guardando Otto e mezzo. D’Alema ha appena annunciato la sua indisponibilità a candidarsi… se vince Bersani (confermandosi così mente sopraffina della sinistra italiana!).

E facendo a Renzi la domanda/provocazione che mi ponevo oggi. Come farà il sindaco di Firenze a far “piazza pulita” se nel PD non è il segretario a decidere le candidature?

Poco importa l’indisponibilità alla candidatura di D’Alema (che di fatto pone la parola fine anche al versante mediatico della questione rottamazione!). Poco importa anche che i meccanismi interni del PD siano solo “formalmente” democratici (sappiamo quanto pesa la posizione della segreteria sulle candidature). Poco importa che D’Alema ormai parli un linguaggio che la gente non comprende più (purtroppo, forse). E che non basta oggi dire “i cittadini mi hanno scelto per rappresentarli” per dimostrare di esser nel giusto (pure Fiorito è stato scelto da migliaia di cittadini). Poco importa persino che D’Alema abbia sostenuto le stesse identiche idee antirenziane di Beppe Grillo.

La sostanza è che D’Alema – da buon politico di razza – ha posto la domanda giusta. Che avrebbero dovuto fare i giornalisti, in un Paese normale.

P.S. Lo dico onestamente: credo che Renzi abbia ragione a reclamare il ricambio dei vertici della sinistra italiana. Come ha detto Castagnetti qualche giorno fa, il mondo è cambiato e chiede uno sguardo diverso. Detto questo, ascoltare D’Alema parlare è sempre un piacere. Al di là degli errori (e forse anche delle magagne) che ha fatto.

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Cosa ha detto di sconvolgente Bersani?

Non riesco proprio a capire in che modo questa frase del segretario PD “Non chiedo né a D’Alema né a nessuno di ricandidarsi perché non nomino io i deputati” possa rappresentare una presa di distanza di Bersani da D’Alema, come i giornali di oggi (forse anche i giornalisti sarebbero da “rottamare”) sembrano suggerire.

Lo conferma anche D’Alema, come giustamente fa notare Sofri sul suo blog.

Mentre tutti parlavano di contropiede di Bersani su Renzi, di necessità di cambiare stile e argomentazioni per il sindaco di Firenze… e chi pià ne ha, più ne metta.

Mentre forse, l’unica vera constatazione (o provocazione, se volete) è che il PD continua a non comprendere le richieste di cambiamento (che abbiano la faccia “amica” di Renzi o quella più inquietante di Grillo). E da questa constatazione un giornalista serio poteva anche estrapolare una domanda per Renzi e la sua rottamazione: come si fa a rottamare una classe dirigente, se – di fatto – anche per influire sulle candidature non basta vincere le primarie, col preciso mandato di non ricandidare i soliti noti?!?

Peccato nessuno l’abbia posta.

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Statistiche vere

Scusate, ma non sopporto tanta meraviglia per notizie che non lo sono.

Stasera Mentana ha magicamente svelato un sondaggio Emg che – tra i tanti dati – ci illustra come il Movimento 5 Stelle superi nelle intenzioni di voto il Popolo della Libertà, attestandosi a quota 17,7%.

Risultato logico e piuttosto da Paese normale (il PdL, ormai orfano, si sta di fatto sciogliendo ed è travolto da inchieste giudiziarie).

Se però qualcuno si sforzasse di considerare che la cosiddetta area di non voto è attestata – sempre secondo tale sondaggio – al 53,9%, mi pare che neanche il fantomatico Beppe Grillo si dimostrerebbe poi così bravo come lo dipingono.

Così come il PD farebbe meglio a star zitto e a non galvanizzarsi (altro che “effetto primarie”!).

Se le statistiche Emg venissero ponderate, infatti, alla luce del dato astensionista, queste – più o meno – dovrebbero esser le prestazioni dei partiti nostrani, più che rammolliti: PD 15,1% – M5S 9,5% – PdL 9% – Lega Nord 3,3% – UdC 3,1% – SEL 2,8% – IdV 2,2% (seguono FLI, FdS e La Destra con ridicole percentuali di poco sopra all’1%).

Sarebbe bello che qualcuno lo dicesse (non solo io dal mio misero blog, magari…). Lo dite voi a Mentana?

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Spreco

Dice Repubblica in un articolo di ieri, citando il Libro Nero sullo spreco 2011 della FAO, che “un terzo del cibo prodotto nel mondo per il consumo umano è perduto o sprecato. Una quantità che ammonta a circa 1,3 miliardi di tonnellate all’anno”.

È l’altra faccia della crisi. Quella che i giornali non enfatizzano. E che i lamenti delle persone che incontri per strada non toccano.

La crisi di una società con crescenti difficoltà economiche in larghe fasce della popolazione che non riesce a smettere di consumare il superfluo e sprecare.

Non se ne parla perché non c’è nessuno da incolpare. Né la politica, né i banchieri, né Equitalia.

Eppure, probabilmente, la strada per uscire dall’impasse nel quale ci siamo cacciati passa da qui. Dalla capacità di elaborare nuovi modelli di convivenza. Dove non si verifichi più il cortocircuito di un mondo diviso a metà. Tra chi muore di spreco e chi di fame.

P.S. Sono stato in un centro commerciale sabato. Lo so, è un discorso estremamente retorico e forse anche moralista. Ma io proprio non riesco a comprendere la logica che spinge così tante persone in un non-luogo come quello.

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Chi ritirerà il Nobel per la Pace?

Il Nobel per la Pace all’Unione Europea è una bella notizia, che ripaga gli “europeisti convinti” come me sia dei dolori per come l’UE è stata ridotta negli ultimi decenni, sia per le offese che il progetto Europa riceve, giorno dopo giorno, dai c.d. euroscettici (offese su cui non aggiungo altro, ché sarà la storia a giudicare!).

Ora però, mi sorge un dubbio: chi andrà a ritirare il Nobel? L’inconsistente Barroso? O il buffo Van Rompuy?

Continuo a pensare che le idee e i progetti – anche i migliori – senza un volto credibile, contino poco…

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Il teatrino della legge elettorale

Da qualche giorno la politica e i media hanno deciso di proporre a noi poveri cittadini-spettatori un ulteriore tema di “discussione” (non ho ancora capito dove se ne discute, al di là delle – ormai poche – sezioni di partito e dei due rami del Parlamento). Si tratta della fatidica riscrittura della legge elettorale.

Una legge – ricordiamolo – definita “porcata” dal politico che l’aveva scritta, all’indomani delle elezioni. Lo stesso politico che ancora oggi pretende di esser chiamato in causa nella riscrittura del meccanismo elettorale.

Ad ogni modo, nel noioso dibattito su quale meccanismo sia più adatto a rappresentare la democrazia italiana, mi pare si scontrino due “convenienze”.

La prima, a destra, punta a consegnare all’Italia un quadro frazionato dove non vi siano vincitori. Di modo che i reduci (se ce ne saranno) del PdL possano ancora ambire ad entrare in maggioranze tecniche o, quantomeno, a fare – facile – opposizione a governi di sinistra così eterogenei da esser praticamente un palliativo. Il meccanismo più adatto a consentire il verificarsi di queste due opzioni è quello contenuto nella bozza Malan: proporzionale con soglia di sbarramento bassa (=tanti partitini in parlamento, ovvero una moltiplicazione dei c.d. costi della politica), e premio di maggioranza esiguo (in modo che nessun partito abbia la maggioranza dei seggi e quindi possa governare da solo). In più, reintroduzione delle preferenze (qualcosa di diverso rispetto al Porcellum dovevano pur proporlo, no?)

A sinistra, come sempre, è il caos. Ovviamente si sentono tutti grandissimi esperti, tanto che ogni partito e ogni correntina propone la sua. La tesi più accreditata è quella che contrasta le preferenze in nome dei collegi uninominali. Di fatto, un ritorno alla legge precedente al Porcellum. Questa versione – che di solito premia il centro-sinistra – di per sé non risolve la questione governabilità. Salvo introdurre premi di maggioranza (al partito e non alla coalizione!) alti e sogli di sbarramento capaci di lasciar fuori dal Parlamento formazioni minoritarie e discutibili.

Ad ogni modo, al di là dei meccanismi scelti e del dibattito tra i partiti e sui media, colpiscono alcune dichiarazioni. Illuminante quella di Anna Finocchiaro di ieri:

Io penso che la cronaca di queste settimane e di queste ore ci consegna una nuova questione morale […] E ci racconta che uno dei modi in cui la corruzione e la criminalità organizzata hanno permeato la politica è stato proprio il sistema delle preferenze. Io credo che tutto questo imponga il nostro no, e il no dei cittadini alle preferenze. Io mi auguro che anche le forze politiche che hanno detto sì a questo sistema si ricredano.

Come sempre i nostri politici si dimostrano campioni della stupidità. O quantomeno geni della confusione. Chi segue un minimo il dibattito politico ed è stato costretto ad assistere in queste ultime settimane alla scoperta dell’acqua calda (cioé che il rapporto tra questa politica e la società dove viviamo sono inondati di corruzione), sa bene che non sarà un meccanismo elettorale a porre la “questione morale” al centro del dibattito. Che le preferenze non cambiano la sostanza di una società (prima ancora che la politica) malata di sotterfugi e scorciatoie per i pochi che se le possono permettere. E che, forse, i cittadini onesti (quelli a cui evidentemente la Finocchiaro si rivolge) non ci cascano più e sono anzi nauseati dal ricorso retorico alla questione morale. Della serie: c’è un limite a tutto! Speriamo…

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Oggi, cinquant’anni fa: riflessioni libere sul Concilio

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

[Gaudium et Spes, 1]

Son passati cinquant’anni dall’apertura del Concilio. Si tratta di una bella stagione della Chiesa che non ho vissuto, ma che avrei voluto vivere.

Quello che ho vissuto, però, è stato il post-Concilio, che dura ancora oggi. Ed è stato denotato, anche in questi ultimi anni, da un vivace dibattito tra “conciliaristi” e “concilioscettici”. Tra chi, insomma, ha visto e vede in quell’evento e nello stile che lo ha contraddistinto un faro capace di illuminare le scelte della Chiesa e il suo modo di essere nel mondo ancora oggi e chi, invece, ne critica l’impostazione e additandolo addirittura come una delle cause della cosiddetta “crisi dei valori” – anche nel mondo cattolico – che stiamo vivendo.

A me quel riunirsi a Roma di tutti i discepoli di Cristo, per delineare lo sguardo della Chiesa sul mondo, mi ha sempre affascinato.

E ci sono documenti, come quello citato qui sopra, che ancora oggi mi fanno venire i brividi. Per quell’idea di apertura e quello sguardo di speranza. Mi incoraggiano e mi correggono ancora oggi.

Tuttavia non posso fare a meno di notare un cambio di prospettiva notevole della Chiesa negli ultimi decenni. E non mi riferisco ai vertici. Mi riferisco a quel sentire comune, che si respira anche nella vita delle parrocchie e delle comunità cristiane. Che oggi attraversa forse uno dei momenti più drammatici, proprio per la mancanza di fiducia negli “uomini d’oggi”, nel “genere umano” e nella sua storia.

Si vive, insomma, una fase di arroccamento, caratterizzata – onestamente – da mancanza di respiro, d’umiltà e persino di qualità umana. Non è un’accusa (anche perché ciò che osservo nei miei “compagni di strada” caratterizza anche la mia vita spirituale, da uomo del mio tempo!), ma la constatazione che, purtroppo, sembrano man mano scomparire quelle intelligenze e quelle sensibilità alte che hanno caratterizzato gli anni del Concilio. E con loro, sembra andarsene anche l’humus in cui tali personalità son nate e si son formate.

Perché non è vero che la storia è fatta solo di idee. Gli uomini, le persone contribuiscono notevolmente. Permettere che persone adulte, aperte, serene e mature crescano nella Chiesa è forse la sfida più ardua che i discepoli di Cristo hanno di fronte, oggi.

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Vittorie della mediocrità

È notizia di qualche giorno fa la bocciatura da parte della Ragioneria dello Stato del disegno di legge Damiano sugli esodati.

La maggior parte delle testate ha accolto la notizia, sottolineando lo scontro tra Governo e partiti di maggioranza (tra cui il PD) sulle politiche di welfare o, peggio, parteggiando ora per la linea rigorista del primo (la cosiddetta Agenda Monti), ora per le rivendicazioni (giuste sicuro, ma non so quanto realistiche, sic stantibus rebus) di parte della sinistra.

Repubblica.it riporta addirittura un commento del Segretario PD, Bersani:

“Il governo dica qualcosa non può limitarsi a dire che non c’è copertura […] Altrimenti nell’anno di grazia 2013 avremo alcune migliaia di persone senza salario, senza pensione, senza ammortizzatori”. Non si può accettare che questi lavoratori rimangano senza niente”, continua il segretario del Pd, “il governo dica cosa intende fare”.

A me sembra l’ennesimo errore grossolano dell’informazione nostrana. Chi conosce i lavori parlamentari (e i giornalisti dovrebbero) sa perfettamente che la bocciatura della Ragioneria non ha motivazioni politiche, ma squisitamente tecniche. In pratica il ddl Damiano è tornato al mittente perché chi lo ha scritto (di certo non Damiano, ma funzionari di partito “esperti” di testi legislativi) non è stato capace di trovare una copertura finanziaria, in poche parole, i “soldi” per pagare le misure (che hanno un costo) contenute nella proposta.

La vera notizia dunque mi pare essere l’incompetenza di questi funzionari e la bocciatura della Ragioneria è un fatto grave perché denota un’altra vittoria della mediocrità, dando giustificazione a chi sostiene che tutto sommato, persino la Prima Repubblica era meglio di quella attuale (Seconda? Terza?). Almeno all’epoca i politici si sceglievano funzionari capaci e competenti – si dice – ed errori come questo erano una notizia!

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