Oggi, cinquant’anni fa: riflessioni libere sul Concilio

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

[Gaudium et Spes, 1]

Son passati cinquant’anni dall’apertura del Concilio. Si tratta di una bella stagione della Chiesa che non ho vissuto, ma che avrei voluto vivere.

Quello che ho vissuto, però, è stato il post-Concilio, che dura ancora oggi. Ed è stato denotato, anche in questi ultimi anni, da un vivace dibattito tra “conciliaristi” e “concilioscettici”. Tra chi, insomma, ha visto e vede in quell’evento e nello stile che lo ha contraddistinto un faro capace di illuminare le scelte della Chiesa e il suo modo di essere nel mondo ancora oggi e chi, invece, ne critica l’impostazione e additandolo addirittura come una delle cause della cosiddetta “crisi dei valori” – anche nel mondo cattolico – che stiamo vivendo.

A me quel riunirsi a Roma di tutti i discepoli di Cristo, per delineare lo sguardo della Chiesa sul mondo, mi ha sempre affascinato.

E ci sono documenti, come quello citato qui sopra, che ancora oggi mi fanno venire i brividi. Per quell’idea di apertura e quello sguardo di speranza. Mi incoraggiano e mi correggono ancora oggi.

Tuttavia non posso fare a meno di notare un cambio di prospettiva notevole della Chiesa negli ultimi decenni. E non mi riferisco ai vertici. Mi riferisco a quel sentire comune, che si respira anche nella vita delle parrocchie e delle comunità cristiane. Che oggi attraversa forse uno dei momenti più drammatici, proprio per la mancanza di fiducia negli “uomini d’oggi”, nel “genere umano” e nella sua storia.

Si vive, insomma, una fase di arroccamento, caratterizzata – onestamente – da mancanza di respiro, d’umiltà e persino di qualità umana. Non è un’accusa (anche perché ciò che osservo nei miei “compagni di strada” caratterizza anche la mia vita spirituale, da uomo del mio tempo!), ma la constatazione che, purtroppo, sembrano man mano scomparire quelle intelligenze e quelle sensibilità alte che hanno caratterizzato gli anni del Concilio. E con loro, sembra andarsene anche l’humus in cui tali personalità son nate e si son formate.

Perché non è vero che la storia è fatta solo di idee. Gli uomini, le persone contribuiscono notevolmente. Permettere che persone adulte, aperte, serene e mature crescano nella Chiesa è forse la sfida più ardua che i discepoli di Cristo hanno di fronte, oggi.

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