Archivio mensile:dicembre 2012

Aggiornamento elettorale

Dunque, ricapitolando… piccolo specchietto riassuntivo degli schieramenti in campo, al momento (condizionale d’obbligo, anche per i logo!)…

elezioni 2013P.S. Non sono menzionate le liste minori (quelle di cui a stento si capisce se sono ancora in vita!) e i Radicali, che al momento non mi risulta si siano espressi (io, fossi in loro, andrei con FARE per Fermare il Declino…).

P.P.S. Vediamo se riesco a pubblicare aggiornamenti quindicinali…

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Ogni tanto

Ogni tanto la sera, specialmente in queste fredde giornate d’inverno, dopo ore di lavoro e di arrabbiature varie, fa bene ricordare che il buon Dio – comunque – non ci giudica mai per le nostre scelte, per il nostro orientamento politico, sessuale, religioso, per gli amici che ci siamo scelti e quelli invece che proprio non possiamo sopportare, per come abbiamo scelto di diventare grandi, per la provenienza geografica e culturale, per le cose in cui crediamo (Lui compreso) e per quelle che detestiamo.

Se lo comprendiamo veramente, anche solo per una frazione di secondo, assaporiamo che significa una vita sensata. E anche il senso di responsabilità, per le cose che faremo o decideremo di non fare il giorno successivo, è difficile che venga meno.

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Metodo Barca

Mentre tutti son concentrati sull’Agenda Monti, credo che qualcosa si stia muovendo a sinistra.

Le interviste de La Stampa e de Il Fatto Quotidiano, ieri, al Ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, mi pare dicano tra le righe tre cose.

La prima è che è possibile innovare da sinistra. È possibile innanzitutto avendo in testa obiettivi chiari e valori sufficientemente condivisi (sposando magari merito e inclusione, due concetti che – anche se non pronunciati espressamente – sembra di cogliere nelle parole del Ministro).

La seconda è che la frase Io tuttavia preferisco alla parola agenda, la parola metodo” dice più di quanto sembra (in parte lo spiega lo stesso Barca successivamente “La chance dell’Italia di ripartire dipende da questo, più che dalla lista delle cose da fare. Che sono, tra l’altro, arcinote”). E vale più di tanti manifesti che si susseguono di questi tempi. C’è dietro un’idea precisa di politica e lo “smascheramento” del Governo tecnico (un governo non è mai tecnico, perché non c’è un solo modo – metodo – per fare le cose. Scegliere il metodo è già un atto politico!). Ma c’è anche la rivalutazione implicita del ruolo delle persone e della loro preminenza sui “contenuti” (che è sempre stato un “cavallo di battaglia” della sinistra: prima i contenuti, poi i leader/le persone).

La terza e ultima è la sottolineatura del ruolo della cosiddetta società civile, di cui i partiti – in quanto organizzazioni intermedie – fanno parte. È forse il tratto più interessante delle interviste, che i giornalisti giustamente mettono in evidenza. Non tanto perché l’importanza che Barca attribuisce ai partiti (ma anche ai “corpi intermedi”) è in contrasto con il vento dell’antipolitica dominante. Ma perché esprime un’idea della politica in cui le istituzioni sono a servizio della società (e non il contrario). E la consapevolezza che è nella società che avvengono le trasformazioni più importanti e interessanti. E solo un partito aperto può coglierle e adeguarvi una governance. Solo così, il governo diviene così “rete di reti”.

Quest’ultimo punto è una critica – non voluta – persino all’operazione Monti (che sembra molto “calata dall’alto”, almeno per ora). Ma anche a tutta la seconda Repubblica, vissuta perlopiù secondo l’idea che a muover tutto in politica sia la conquista del potere. Accompagnata dalla convinzione (errata) che lo Stato cambi la società e non il contrario (da cui discende anche la mia critica più grossa all’azione della Chiesa cattolica – come lobby – negli ultimi decenni). Barca sembra paradossalmente sposare la concezione morotea del funzionamento di una comunità, ma con uno sguardo più ottimista.

Ed è cosa buona.

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Ossimori

Capita spesso, in occasione del Natale, di buttar giù due righe di moraletta sdolcinata. Sul senso del Natale. Ma più ancora sulla cecità di un mondo che vorremmo più attento. E che non lo è affatto.

Eppure.

Comincio a ricredermi. Non sull’utilità del riflettere. Né sulla necessità di distogliere lo sguardo da ciò che ormai occupa la nostra vista e ci allontana dall’essenziale.

Piuttosto comincio a pensare che sia normale che il mondo mostri tenga in così poco conto un bambino che nasce alla periferia del mondo, in un ambiente inusuale, da genitori “normali”. E dunque, se Dio ha voluto nascere in quel modo, non era certo per catturare l’attenzione.

Pretendere quindi che il mondo fermi la propria marcia per concentrarsi su un bambino che nasce (o meglio che è nato più di duemila anni fa)… non è da Dio!

Il fatto è che in realtà tutti nasciamo con un’idea di Dio, anche chi non crede. Secondo l’opinione di chi crede, ciò è persino segno dell’esistenza di Dio stesso. Per chi non crede, è semplicemente il frutto di una cultura che dura da secoli e che ha Dio nel proprio DNA. Ma il punto è che quel Dio che nasce così è una novità. Sia rispetto alla nostra idea di Dio, che alle caratteristiche che – nonostante le differenze tra cultura e cultura – da secoli gli vengono attribuite. Ed è una novità anche per chi è – o meglio si professa – cristiano.

Perché in fondo – e questa è la particolarità del Dio di Gesù Cristo – un Dio che si manifesta all’uomo come neonato è un ossimoro inaccettabile per chiunque. Ciò che noi chiediamo a Dio è l’onnipotenza in grado di risolvere i nostri problemi. Tutti lo immaginiamo e lo pretendiamo così. Persino chi ne contraddice l’esistenza, in base alla semplice constatazione che Dio non risolve i problemi del mondo, la sofferenza dell’uomo, il male presente tra di noi.

Un Dio così, insomma, non servirebbe a nulla. E non serve a nulla.

Celebrare il Natale è celebrare l’alterità assoluta di un Dio che sceglie di aver bisogno dell’uomo. È accettare l’ossimoro. È scommettere su un Dio che è totalmente Altro da me. E che io non riuscirò mai a contenere. E a rappresentare.

Per questo  – in fondo – quando si conosce un poco il Dio di Gesù, si lascia tutto e ci si mette in viaggio. Come i Re magi. Come in un rapporto a due. Come in un’amicizia profonda. Perché i più attenti intuiscono che dietro misteri così, persino tra le parole di un ossimoro, c’è qualcosa che dice tanto di noi uomini e della nostra grandezza. E dell’insopprimibile desiderio di felicità che ci portiamo dentro.

Buon Natale e buon cammino!

P.S. Per chi volesse leggere un bel racconto natalizio, consiglio il post di Paolo Curtaz. Merita! 😉

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Un arrivederci ad @andreasarubbi

A me non interessano gli equilibri di partito, la lotta tra renziani e bersaniani, le correnti, le questioni sull’identità, le dispute tra ex, se il PD sia più postcomunista o più postedemocristiano. Non mi interessano neanche le questioni da “sesso degli angeli” sulla necessità di un PD più di sinistra, un PD più di centro, un PD maggioritario o minoritario.

Non ho mai avuto la tessera di nessun partito, perché di Chiesa ne ho una sola e già faccio fatica ad accettare sempre le posizioni di coloro che son chiamati a guidarla. Figuriamoci in un partito, in cui – tra l’altro – si entra per scelta propria e non per “vocazione”.

Mi ritengo persona di sinistra, se la sinistra è scelta preferenziale per gli ultimi. Rispondo, in questa mia scelta, alla mia coscienza. Che mi dice sempre di tentare di usare logica e creatività, piuttosto che seguire maggioranze e ideologie.

Credo che informarsi sia un bisogno, non un diritto, né probabilmente un dovere. Perché la democrazia – la forma politica “meno peggio” secondo molti – richiede cittadini informati e motivati. Altrimenti è quasi peggio della dittatura.

In questi anni ho apprezzato il lavoro di Andrea Sarubbi, come deputato. Le sue posizioni su immigrazione e disarmo e la sua attenzione a ridurre le distanze tra istituzioni e società civile, anche attraverso l’uso “creativo” dei social network e del web sono vicine alla mia sensibilità. Andrea è uno dei deputati eletti in quanto “nominati”. Segno che anche nelle situazioni peggiori, qualcosa di buono può accadere. Ma il fatto di esser nominato gli impedisce di avere truppe cammellate nel proprio collegio, tali da permettergli una rielezione (perché, inutile negarlo, queste primarie PD saranno soprattutto mobilitazione di truppe cammellate! Nonostante la scelta delle primarie sia una scelta giusta, da difendere anche in questa forma un po’ frettolosa!).

Quindi Andrea non si candida. Gli rimane la possibilità di esser scelto nella “quota del segretario”. Cosa che, salvo sorprese che farebbero onore a Bersani, non credo avverrà. Ed è – onestamente – un peccato.

Son convinto, però, che il futuro avrà bisogno anche di Andrea e di quelli come lui. Perché ho l’impressione che siamo solo all’inizio di un terremoto, che è sociale prima che politico. E che nel nuovo mondo avremo bisogno di persone vere, creative, entusiaste, idealiste e realiste allo stesso tempo, poco apparato di partito e molto capacità di networking, poco ideologici e molto inclusivi. Non so quando la transizione che abbiamo imboccato arriverà a compimento. Ma di sicuro cambieranno molte cose. Le cose nuove vedranno Sarubbi in prima linea, ne son certo.

Quindi… arrivederci! 🙂

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Io tifo Andrea…

Non ho lo spessore, né la fama, né l’esperienza dei nomi che compaiono sotto l’appello a far sì che il nome di Andrea Sarubbi figuri tra i parlamentari della prossima legislatura. Sono tra gli anonimi cittadini che ne hanno apprezzato competenza e qualità umane. Non sempre così frequenti in politica, come nella società in cui viviamo.

Ma condivido il giudizio su Andrea e sul lavoro che ha fatto in questi anni. A riprova che no, non sono tutti uguali! E che se essere onesti e bravi rappresentanti è compito dei politici… conoscere, scegliere e votare i migliori è dovere di ogni cittadino!

“Fra i parlamentari uscenti ci sono alcune competenze specifiche che, sebbene trasversali ai collegi elettorali, possono contare su un consenso diffuso in tutto il territorio nazionale e su un notevole apprezzamento. Così è certamente per l’on. Andrea Sarubbi, che dall’inizio della legislatura si è distinto per l’impegno sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza alle nuove generazioni, del terzo settore, della cooperazione internazionale, del disarmo, dando anche una non trascurabile testimonianza personale sul piano dell’etica pubblica e della trasparenza.
In questi cinque anni, Andrea Sarubbi è stato al nostro fianco in moltissime occasioni, dandoci la sensazione di essere degnamente rappresentati in Parlamento. La sua battaglia bipartisan per la cittadinanza è riuscita a riportare trasversalmente al centro del dibattito politico un tema altrimenti destinato a restare prigioniero della contrapposizione ideologica. Sarubbi si è impegnato con costanza nei Cie con visite annunciate e ispezioni a sorpresa; è andato a Lampedusa nel momento più critico degli sbarchi; ha tenuto in tutta Italia centinaia di conferenze e seminari sull’immigrazione e sul ruolo dei nuovi italiani; ha presentato decine di atti parlamentari sui temi a noi più cari; fa parte stabilmente, dall’inizio della legislatura, della speciale classifica dei 10 parlamentari più attivi sul tema degli aiuti allo sviluppo e della lotta alla povertà; ha avuto il coraggio di affrontare battaglie scomode, dall’acquisto degli armamenti al trattato Italia-Libia, anche quando la sua voce è stata minoranza.
Senza mai nascondere le proprie convinzioni religiose, infine, ha saputo metterle al servizio di una sintesi alta anche negli argomenti più difficili. In una parola, Andrea Sarubbi è stato per noi, in questi anni, un esempio di buona e sana politica. Per tutti questi motivi ci auguriamo, con forza e convinzione, di poter contare sulla sua competenza anche nel prossimo Parlamento”.

Leonardo Becchetti, Fondazione Achille Grandi per il bene comune
Riccardo Bonacina, direttore Vita
Stefano Corradino, direttore Articolo 21
Luca De Fraia, Action Aid
Luigina Di Liegro, presidente Fondazione internazionale don Luigi Di Liegro
Giovanni Fulvi, presidente Coordinamento nazionale comunità minori
Antonio Gaudioso, segretario generale Cittadinanzattiva
Massimo Guidotti, direttore Centro interculturale Celio Azzurro
Christopher Hein, direttore Consiglio Italiano Rifugiati
p. Giovanni La Manna, presidente Associazione Centro Astalli – Jesuit Refugee Service
Flavio Lotti, coordinatore nazionale Tavola della pace
Sr. Giovanna Montagnoli, direttrice Vides
Maria Egizia Petroccione, portavoce Comitato Italiano Network Internazionali
Franco Pittau, responsabile Dossier statistico immigrazione
Harwant Singh, presidente Comunità Sikh in Italia
Piero Soldini, responsabile nazionale immigrazione CGIL
Mohamed Tailmoun, Rete G2 – Seconde generazioni
Franco Vaccari, presidente Rondine Cittadella della pace
Massimo Vallati, presidente Calciosociale Italia
Francesco Vignarca, Rete disarmo

 

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Un bagno purificatore

Berlusconi-Chiesa-Monti

Le parole di Berlusconi questa mattina a Radio Anch’io spiegano bene come la Chiesa cattolica in Italia abbia vissuto gli ultimi decenni:

“Credo che l’influenza della Chiesa sia assolutamente presente, auspico si ricordi cosa abbiamo fatto per la Chiesa negli anni del mio governo e si tenga presente cosa farebbe la sinistra se andasse al governo”.

Sul modo in cui la Chiesa ha gestito i suoi rapporti con la politica negli anni del ruinismo ho già scritto. Le esternazioni di Berlusconi oggi sottolineano la necessità di un bagno purificatore. Perché la tentazione di rimettere in piedi la formula lobbistica è dietro l’angolo, come suggerisce oggi anche Roberto Beretta su Vino Nuovo. Del resto, il problema non è Berlusconi (che tra dieci anni sarà per la politica italiana un vago ricordo). Il problema è la qualità dei politici cattolici italiani. E la qualità non si persegue dettando l’agenda su priorità spacciate per dogma. Né scegliendo come interlocutori i potenti di turno, addirittura costruendogli intorno un’aurea di santità che non possono avere e che non hanno (vedi alla voce Casini, Formigoni… ma anche Fioroni!).

Qui non si tratta di “difendersi” da questa o quella cultura politica anticristiana. Qui si tratta di promuovere la qualità, sconfiggere la mediocrità. Anche in politica.

Farlo, per la Chiesa italiana, significa capire che il ruinismo s’è rivelato inutile, quando non dannoso. Farlo significa, per le gerarchie cattoliche, “ritrarsi”. Come il Dio onnipotente nella creazione, secondo la cultura rabbinica. Se non si aprono spazi di partecipazione e libertà laicale – che significa sempre esporsi ad un rischio! – non ha senso parlare di una nuova generazione di cattolici in politica.

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D I S . A M B . I G U A N D O

Un altro libro che consiglio di regalare (e regalarti) per Natale è Nell’acquario di Facebook, del gruppo di ricerca Ippolita. Sono gli stessi che nel 2007 pubblicarono Luci e ombre di Google, mettendo a nudo il falso mito del motore di ricerca più usato al mondo: l’obiettività e esaustività dei risultati. Oggi siamo tutti più consapevoli dei giochetti di Google per farci «sentire fortunati»: profilazione, tracciamento della navigazione e via dicendo, ma nel 2007 in Italia di queste cose non parlava quasi nessuno, a parte gli informatici. (E tuttora, va detto, quando racconto come funziona Google agli studenti, molti spalancano gli occhi e fanno ooohhh. Alla faccia dei nativi digitali).

Stavolta Ippolita mette a nudo vizi e trappole di un uso acritico e compulsivo di Facebook, spiegando tutto, oggi come allora, con grande chiarezza e riuscendo sempre ad aprire il discorso informatico ai non addetti ai…

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Papa, pace, gay e giornalismo

Venerdì scorso è stato diffuso il Messaggio del Papa per la XLVI Giornata Mondiale della Pace (prevista per il prossimo 1 gennaio). Il titolo, “Beati gli operatori di pace”, riprende il versetto 9 del capitolo 5 del Vangelo di Matteo.

Ho letto oggi il Messaggio. Cercando – per quanto possibile – di non tener conto di tutte le polemiche di questi ultimi giorni!

Si tratta di un testo pieno di spunti, perlopiù domande e stimoli alla riflessione, più che enunciati e anatemi. Alcuni passaggi sono particolarmente interessanti, altri sono caratterizzati da riflessioni che Benedetto XVI pone dall’inizio del suo pontificato.

Molto belli e importanti i passaggi sulla critica al sistema economico e al “lavoro” ridotto a variabile secondaria o quelli sulla pedagogia della pace.

Sono rimasto piuttosto deluso, invece, dall’assenza di condanne esplicite nei confronti delle unioni tra omosessuali. A legger gli articoli apparsi sui siti italiani venerdì, sembrava proprio quello l’oggetto del messaggio!

Ho anche cercato, disperato, di ricorrere ad una tag cloud per vedere – anche visivamente – se qualcosa mi fosse sfuggito. No, la parola “gay” o quella “omosessuali” (ma anche “matrimonio”) non compaiono proprio tra le parole più utilizzate. Compare semmai “famiglia”, ma in posizione di certo non preminente rispetto ad altre.

MessPace_tagcloud

E allora, permettetemi di fare alcune considerazioni:

Uno. Ho fatto una rapida ricerca: tra i maggiori siti di informazione stranieri, solo l’Huffington Post pubblica un articolo sull’argomento “Papa contro le unioni gay” (tra l’altro, chi conosce un minimo l’influenza del SEO nelle scelte dei titolisti dell’HP, sa le motivazioni che si celano dietro a quella scelta!). Nessuna traccia di post simili sui siti del New York Times, del Sunday Times o di Le Monde. L’agenzia Reuters fa riferimento all’opposizione del Papa ai matrimoni gay, ma dandole lo spazio che merita e mettendo in primo piano i contenuti principali del messaggio. La domanda quindi che mi pongo è: perché i principali siti d’informazione italiani (da Repubblica, a Il Fatto Quotidiano, da La Stampa al Sole 24 Ore e fatta eccezione, paradossalmente, proprio per l’Huffington Post!) hanno intravisto nel testo del messaggio una notizia che tale non era per i siti d’informazione del resto del mondo?

Due. Chi si occupa di comunicazione sa quanto oggi siano importanti gli uffici stampa nel veicolare le notizie. Ecco, se io lavorassi nell’ufficio stampa del Papa (la Sala Stampa vaticana) qualche domandina su come è stata gestita la diffusione del Messaggio me la farei. Perché ci può stare che qualche testata punti sull’effetto indignazione per aumentare le visualizzazioni del proprio sito. Ma quando il messaggio corre univoco sulla rete, qualche “colpa” ce l’ha anche in chi l’ha diffuso, per come l’ha diffuso.

Tre. Siamo di fronte ormai ad una deriva della democrazia e del dibattito pubblico. Da un lato l’indifferenza crescente di larghi strati della popolazione per qualsiasi cosa non riguardi espressamente la “mia” casa, il “mio” lavoro, la “mia” famiglia, il “mio” benessere. Dall’altro, chi si interessa di qualcosa lo fa senza più la curiosità di chi vuol comprendere i problemi. Come se le risposte fossero già scritte. Ci si confronta solo per ribadire la propria posizione, per far leva sulla propria “identità”. Per delegittimare tutte le altre idee in campo. Come se la realtà non andasse compresa, prima di pretendere di cambiarla. Ed è un guaio. Casi come questi servono ad una parte della comunità gay, abbastanza immatura, per “dare addosso all’untore” cattolico. Al fronte cattolico conservatore per dimostrare che i gay sono una lobby pericolosa e minacciano la famiglia. Ai conservatori di ogni razza e colore a difendere uno status quo che scontenta tutti (anche chi sostiene politiche per la famiglia vere e non fasulle come quelle a cui ci hanno abituato). A me, cattolico e favorevole al riconoscimento giuridico dell’unione tra persone dello stesso sesso, piacerebbe comprendere, capire e anche conoscere storie e persone. Piacerebbe anche, a volte, cambiare opinione. 

P.S. Dopo aver letto il Messaggio del Papa, mi sono imbattuto anche in due articoli che secondo me vanno letti e ci aiutano a capire quanto il dibattito migliore è quello sereno e quanto sia importante il fact checking in questa società in cui è sempre vero tutto e il suo contrario! Il primo è un pezzo di Fulvio Scaglione su Rebecca Kadaga, il cui nome è finito di colpo nel pastone anti-Papa. Il secondo è un’attenta lettura del Messaggio del Papa su Diritto di Critica (che non è certo Avvenire!).

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