Archivio mensile:gennaio 2013

Bella politica e bella comunicazione

Ecco, i Giovani Democratici di Padova han fatto una bella video/infografica. Semplice, chiara, capace di parlare alla testa, al cuore e allo stomaco. Alcuni dati a sottolineare la situazione che stiamo vivendo e un’idea precisa della politica.

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Sono diventato un luddista?

Massimo Mantellini, oggi sul suo blog, dice che

Dopo avercela cantata per mesi sul futuro radioso del libro elettronico, sui risparmi per le famiglie e sulla modernità subentrante, quattro giorni fa il Ministero dell’Istruzione ha emesso una circolare nella quale rimanda di qualche anno l’adozione degli ebook e riconsente alle case editrici di modificare ogni anno i testi scolastici per massimizzare il profitto. Da vergognarsi, ma molto.

Si riferisce, ovviamente, al tentativo – riuscito – delle case editrici di rinviare l’obbligo di adozione di libri di testo online, parte in formato cartaceo, parte in formato digitale. Misura che avrebbe certamente ridotto i costi per le famiglie.

Non voglio ovviamente fare l’avvocato del diavolo. Tantomeno difendere le “orribili e potenti” case editrici. Ma comincio ad avvertire nausea forte di fronte ai commenti dei tecnoentusiasti. Perché la scuola – e il mondo dell’educazione in generale – attraversa una crisi epocale. Culturale direi. E di valori. Con un tasso di tensione insegnanti-famiglie mai così alto (per la logica che si fa la guerra sempre quando si è deboli).

L’adozione di libri di testo online è una misura buona, ma totalmente ininfluente su tali problemi. Chi sostiene il contrario non conosce la scuola e la necessità di recuperare tempi lunghi e lenti, come le relazioni umane. 

Aggiungo anche che il formato online potrebbe aprire anche un dibattito su come conciliare tecnologia e qualità (che significa assicurare alle case editrici o comunque a chi scrive libri il giusto compenso per mandare avanti la baracca). Perché altrimenti facciamo la fine dei giornali, dove in nome del technological correct, abbiamo visto finire miseramente l’era dei giornalisti d’assalto e dei reportage (visto che una testata online con quattro redattori difficilmente riesce a pagare un reporter!).

Ma forse, son io che vedo tutto più complesso di come viene descritto. O che, forse, mi sto trasformando in un luddista d’antan. 🙂

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È stato bello ritrovarci tutti uniti nel medesimo sogno

È l’ultima frase del libro di Ermanno Olmi, L’Apocalisse è un lieto fine.

Ma è anche la mia speranza, per il futuro prossimo e remoto. Che tutta la vita, così sfilacciata talvolta e confusa, possa un giorno svelare la propria unicità. E che tutte le persone incontrate, conosciute, amate, con le quali avrò condiviso passioni, speranze, fatica, possano scorrer davanti a me, consapevoli tutte d’esser state con me parte di un unico sogno. Sarebbe bello. Veramente.

E per concludere, la bella “intervista doppia” di Fabio Fazio a Salvatore Settis e Carlo Petrini: son sempre più convinto che la terra sia l’orizzonte futuro che ci attende. Che presto torneremo al lavoro dei nostri nonni, ma per scelta stavolta. Che abbiamo bisogno tutti di recuperare il tratto umano smarrito delle nostre esistenze. Che è bello intrecciare l’amore, la terra, l’amicizia, la fedeltà, la fatica, le proprie radici.

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Come spesso accade, concordo al 100% con Giovanna Cosenza.

D I S . A M B . I G U A N D O

Ieri sera è andato in onda un servizio de LeIene intitolato «Persone perfette», che sta circolando moltissimo sui social media, con commenti come «Agghiacciante», «Mostruoso», «A me quelle donne fanno schifo», «Che idiote», «Che poverette», e via dicendo.

Il servizio mostra i ben noti disastri della chirurgia estetica. Il problema, dal mio punto di vista, non sta solo in quei disastri, che ormai tutti conosciamo. Il problema sta anche in questogenere di trasmissioni che,con la scusa dell’«inchiesta giornalistica» e della «denuncia» del fenomeno, mostrano a raffica – con sguardo insistente e morboso – immagini di seni abnormi, labbroni, sederi nudi e mostruosità varie.

È un’inchiesta giornalistica? No, perché non racconta nulla di nuovo: sono cose che sappiamo tutti benissimo, al punto che diversi format televisivi, da anni, mostrano interventi di chirurgia estetica in diretta, con tanto di storie personali sul prima e dopo.

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Metodo Barca [parte II]

La scorsa settimana, il Ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, è stato ospite della trasmissione Otto e Mezzo su La7. L’intervista è – soprattutto nella prima parte – una sorta di lezione di politica. Bella e alta. Ma raccontata con un linguaggio semplice. Una bella pagina di comunicazione, oltre che di politica.

Sempre Barca è stato protagonista di una bella iniziativa/esperimento dell’account twitter @pazzixbarca. Lodevole e notevole. 😉

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Volevo tacere su Santoro… e invece…

Mi ero riproposto di non parlare della trasmissione di Santoro ieri (che, tra l’altro, non ho visto). Sono però sommerso dai commenti di amici e conoscenti su ogni social network (com’era la storia che la TV era morta?).

Mi pare che il commento di Giovanna Cosenza sia – come spesso accade – totalmente condivisibile.

Una sola postilla: se solo imparassimo a non sceglierci sempre e continuamente paladini del libero pensiero a cui affidare la difesa di questa stramaledetta libertà d’espressione di cui tutti parlano e che tutti invocano… a quest’ora uomini dello spettacolo come Santoro e Travaglio non verrebbero confusi con chi – tra mille difetti e limiti – cerca di fare il mestiere del giornalista.

E avremmo considerato la puntata di ieri nientemeno che un varietà, l’ennesimo con nani, ballerine, buffoni.

Il giornalismo è ben altro, richiede fatica, intuito e anche quel tanto di ambizione che ti permette di fregartene dell’audience pur di metter sotto scacco (che non significa esser partigiani! Anzi…) il potente di turno.

P.S. Il post di Luca Sofri oggi – che non condivido al 100% ma quasi – racchiude tutta la mia delusione e il mio sconforto riguardo alla situazione politica attuale.

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Fede e curiosità

Sto leggendo il bel libro di Antonio Spadaro, Cyberteologia.

E pensavo che probabilmente la visione un po’ manichea che – specialmente in alcuni ambienti “di chiesa” – divide le persone tra credenti e non credenti non è più adatta a leggere il contesto in cui viviamo. O almeno è altamente deficitaria.

Non mi piacciono le etichette. Ma se fossimo costretti a dividere in due l’umanità, probabilmente direi che gli uomini, forse mai come oggi, si dividono in curiosi e non curiosi. E tra un credente curioso e un non credente curioso vi sono molte più assonanze di ciò che si crede. Molte di più di quelle tra un credente non curioso e uno curioso. Soprattutto in questa società che tende ad appiattire su livelli ad alto contenuto di mediocrità.

P.S. Sono ancora all’inizio del libro… ma lo trovo già uno straordinario catalizzatore di riflessioni, per un curioso, appassionato di comunicazione, per giunta credente. Quando l’avrò finito, credo di raccogliere tutte le idee che mi son passate per la testa, leggendo… Così, per non disperderle…

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Epifania

C’è un brano molto bello della spiritualità buddista. Mi tornava in mente – molto vagamente – oggi, in chiesa, mentre ascoltavo le parole del Vangelo di Matteo, la storia di quegli uomini ricchi e colti che – in un ossimoro straordinario, di nuovo – si inginocchiano di fronte ad un neonato: “Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono”.

Sarà stata la terra d’origine dei Magi – quell’oriente così indistinto – o anche il mio grido a Dio, quando spesso, di fronte alla sofferenza altrui, non capisco nulla, ho paura, chiedo perché…

Il brano è tratto dal Sutra del Cuore:

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;
lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza.
Tutte le cose sono vuote apparizioni, Shariputra.
Non sono nate, non sono distrutte, non sono macchiate, non sono pure;
non aumentano e non decrescono.
Perciò nella vacuità non c’è forma né sensazione, né percezione, né discriminazione, né coscienza;
Non ci sono occhi né orecchi, naso, lingua, corpo, mente;
Non ci sono forma né suono, odore, gusto, tatto, oggetti;
né c’è un regno del vedere,
e così via fino ad arrivare a nessun regno della coscienza;
non vi è conoscenza, né ignoranza,
né fine della conoscenza, né fine dell’ignoranza,
e così via fino ad arrivare a né vecchiaia né morte;
né estinzione di vecchiaia e morte;
non c’è sofferenza, karma, estinzione, via;
non c’è saggezza né realizzazione.
Dal momento che non si ha nulla da conseguire, si è un bodhisattva.
Poiché ci si è interamente affidati alla prajna paramita,
la mente non conosce ostacoli;
dal momento che la mente non conosce ostacoli
non si conosce la paura, si è oltre il pensiero illusorio,
e si raggiunge il Nirvana.

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Solo per questo passaggio, questo post merita di esser letto da cima a fondo “…entrare in rete è come mettersi allo specchio e cercare nel proprio volto qualche motivo per riconoscersi, se non belli, almeno gradevoli e interessanti. Il successo dei social-network ben si spiega nella loro dissimulata autoreferenzialità. In una sorta di narcisismo inteso come riscatto della diffusa emarginazione che tutti (con rare eccezioni) sperimentiamo in una evoluzione sociale sempre più escludente […] Nella rete, in realtà, si incontrano le solitudini. Ognuna qualitativamente diversa dall’altra: non solo perché si può essere soli pur stando con gli altri, ma anche perché la solitudine è la compagna fedele della sconfitta; dell’insuccesso, cioè il rovescio della medaglia di una società competitiva e spietata”.

L'Avviso

A metà tra l’incubo e il sogno, questa notte è trascorsa rimuginando un pensiero. Insolito e, forse, sbagliato, ma – credo – non soltanto banale. Tutto si svolge attorno ad uno sciame di domande apparentemente semplici. Del tipo: il popolo che si incontra nella rete è anche una comunità? La rete accomuna le persone? Nello scambio delle parole scritte e lasciate esposte in uno spazio virtuale e incontrollabile, si diventa più umani? etc.

Le risposte sulle quali sto pensando tendono a scivolare nella provocazione e sono riassumibili in un no. La rete non crea una comunità di persone; al massimo offre spunti di conoscenza che, nella quasi totalità dei casi, non si sperimentano. E, per provocare ancora di più, aggiungo che entrare in rete è come mettersi allo specchio e cercare nel proprio volto qualche motivo per riconoscersi, se non belli, almeno gradevoli e interessanti. Il successo dei social-network ben si spiega nella loro dissimulata autoreferenzialità…

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Mario Monti e la DC

Chi afferma – soprattutto sui giornali – che il processo innescato dall’Agenda Monti, anche alla luce di presunti endorsement vaticani, è o sarà una nuova Democrazia Cristiana o non conosce la Chiesa, o non conosce la politica italiana, o non conosce la storia della Democrazia Cristiana. Più probabilmente non conosce nessuna delle tre.

L’argomento potrebbe esser lungo e persino un po’ noioso. Mi limito a dire che mi fa sorridere l’alta considerazione che in alcuni ambienti circola circa la monoliticità della Chiesa Cattolica italiana. Come fosse quasi un esercito che sposta le proprie preferenze elettorali, ad ogni intervista di questo o quel prelato. E mi fa sorridere persino la meravigliosa ignoranza che circonda la storia della DC, neanche fosse l’ultimo dei partituncoli che pure hanno caratterizzato la storia di questo nostro Paese.

Diceva Giuseppe Dossetti già dopo la guerra che un partito dei cattolici non aveva senso. Perché, per dirla con le sue parole “…i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull’Evangelo!”.

Detto questo, per anni, il centro in Italia non è stato affatto il partitello di casiniana memoria (vi ricordate l’Estremo Centro?!? Roba da brividi!), ma piuttosto il luogo della convergenza, una certa idea della politica come faticosa attività di sintesi tra interessi, aspettative, bisogni diversi. La DC era il partito che non stava dalla parte di una classe contro un’altra, ma pretendeva di perseguire il bene comune, che è bene diverso dalla somma delle parti.

Se sia riuscita in questo compito, se abbia incarnato questa missione non spetta a me dirlo, né mi interessa qui ed ora.

Ma la DC, prima ancora che le correnti, i due forni, Andreotti, Fanfani, Cossiga, Forlani… è stata questo. Per questa sua natura fu anche un partito cristiano, ma non confessionale. E quanti vedono nel potere incontrastato della DC in Italia la spiegazione di una certa arretratezza culturale, come se la DC fosse stata succube delle disposizioni vaticane, dicono una fesseria. La DC fu un interlocutore vero per le gerarchie, molto più di quanto lo siano stati i partiti della cosiddetta Seconda Repubblica, persino quelli dichiaratamente laici (basti pensare alla posizione di De Gasperi durante l’operazione Sturzo alle elezioni romane nel 1952, il ruolo di Dossetti e dei dossettiani, l’infaticabile opera di Moro per la costruzione del consenso).

Il vero problema, infatti, nel rapporto tra Chiesa e politica è venuto dopo la DC. Perché la Chiesa non è stata capace di vivere con serenità la scomposizione di sensibilità diverse già presenti nella DC in opzioni politiche differenti. Perché la politica in questi anni è stata essenzialmente un gioco alla delegittimazione reciproca e talvolta la “cattolicità” ne è divenuto – purtroppo – uno strumento. Perché le gerarchie cattoliche hanno preferito gestire i rapporti con partiti e uomini politici, in maniera diretta. Per questo, negli ultimi vent’anni la Chiesa italiana – intesa come insieme dei cattolici, non come vertici vaticani – è stata del tutto assente dallo scenario politico. Nelle parrocchie, un tempo fucina dell’impegno cattolico in politica, s’è diffusa una sorta di diffidenza nei confronti dell’impegno politico. I richiami del Papa e dei Vescovi in questi ultimi anni ad una nuova generazione di cattolici in politica sono un segnale di discontinuità in questo senso, anche se non dicono nulla dell’errore strategico del ruinismo.

Alla luce di tutto questo, è possibile per Monti ricostituire una proposta politica che abbia natura, caratteristiche e consenso della Democrazia Cristiana? La mia risposta è no. Perché è cambiata la società, dicono alcuni. Ma prima ancora perché è la stessa Chiesa ad esser cambiata. E un’operazione di questo genere – anche se fortemente voluta e condivisa – avrebbe bisogno di anni, decenni forse. Significherebbe chiedere alla Chiesa di trasformarsi profondamente. E incontrerebbe – dal basso – numerosissime resistenze a tale cambiamento.

Ci sarebbe bisogno di una proposta di questo genere? Questa è la domanda da porsi. Certo, le dichiarazioni di ieri di mons. Fisichella mi farebbero optare per un sì. Perché perlomeno questo metterebbe in soffitta definitivamente le sacche di ruinismo rimaste (ovvero la pretesa da parte di alcuni di gestire “dall’alto” e in maniera arbitraria il rapporto col potere, senza “mediazioni laicali”). Ma il quadro non è tutto così semplice.

E per ora una risposta non c’è, probabilmente.

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