Mario Monti e la DC

Chi afferma – soprattutto sui giornali – che il processo innescato dall’Agenda Monti, anche alla luce di presunti endorsement vaticani, è o sarà una nuova Democrazia Cristiana o non conosce la Chiesa, o non conosce la politica italiana, o non conosce la storia della Democrazia Cristiana. Più probabilmente non conosce nessuna delle tre.

L’argomento potrebbe esser lungo e persino un po’ noioso. Mi limito a dire che mi fa sorridere l’alta considerazione che in alcuni ambienti circola circa la monoliticità della Chiesa Cattolica italiana. Come fosse quasi un esercito che sposta le proprie preferenze elettorali, ad ogni intervista di questo o quel prelato. E mi fa sorridere persino la meravigliosa ignoranza che circonda la storia della DC, neanche fosse l’ultimo dei partituncoli che pure hanno caratterizzato la storia di questo nostro Paese.

Diceva Giuseppe Dossetti già dopo la guerra che un partito dei cattolici non aveva senso. Perché, per dirla con le sue parole “…i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull’Evangelo!”.

Detto questo, per anni, il centro in Italia non è stato affatto il partitello di casiniana memoria (vi ricordate l’Estremo Centro?!? Roba da brividi!), ma piuttosto il luogo della convergenza, una certa idea della politica come faticosa attività di sintesi tra interessi, aspettative, bisogni diversi. La DC era il partito che non stava dalla parte di una classe contro un’altra, ma pretendeva di perseguire il bene comune, che è bene diverso dalla somma delle parti.

Se sia riuscita in questo compito, se abbia incarnato questa missione non spetta a me dirlo, né mi interessa qui ed ora.

Ma la DC, prima ancora che le correnti, i due forni, Andreotti, Fanfani, Cossiga, Forlani… è stata questo. Per questa sua natura fu anche un partito cristiano, ma non confessionale. E quanti vedono nel potere incontrastato della DC in Italia la spiegazione di una certa arretratezza culturale, come se la DC fosse stata succube delle disposizioni vaticane, dicono una fesseria. La DC fu un interlocutore vero per le gerarchie, molto più di quanto lo siano stati i partiti della cosiddetta Seconda Repubblica, persino quelli dichiaratamente laici (basti pensare alla posizione di De Gasperi durante l’operazione Sturzo alle elezioni romane nel 1952, il ruolo di Dossetti e dei dossettiani, l’infaticabile opera di Moro per la costruzione del consenso).

Il vero problema, infatti, nel rapporto tra Chiesa e politica è venuto dopo la DC. Perché la Chiesa non è stata capace di vivere con serenità la scomposizione di sensibilità diverse già presenti nella DC in opzioni politiche differenti. Perché la politica in questi anni è stata essenzialmente un gioco alla delegittimazione reciproca e talvolta la “cattolicità” ne è divenuto – purtroppo – uno strumento. Perché le gerarchie cattoliche hanno preferito gestire i rapporti con partiti e uomini politici, in maniera diretta. Per questo, negli ultimi vent’anni la Chiesa italiana – intesa come insieme dei cattolici, non come vertici vaticani – è stata del tutto assente dallo scenario politico. Nelle parrocchie, un tempo fucina dell’impegno cattolico in politica, s’è diffusa una sorta di diffidenza nei confronti dell’impegno politico. I richiami del Papa e dei Vescovi in questi ultimi anni ad una nuova generazione di cattolici in politica sono un segnale di discontinuità in questo senso, anche se non dicono nulla dell’errore strategico del ruinismo.

Alla luce di tutto questo, è possibile per Monti ricostituire una proposta politica che abbia natura, caratteristiche e consenso della Democrazia Cristiana? La mia risposta è no. Perché è cambiata la società, dicono alcuni. Ma prima ancora perché è la stessa Chiesa ad esser cambiata. E un’operazione di questo genere – anche se fortemente voluta e condivisa – avrebbe bisogno di anni, decenni forse. Significherebbe chiedere alla Chiesa di trasformarsi profondamente. E incontrerebbe – dal basso – numerosissime resistenze a tale cambiamento.

Ci sarebbe bisogno di una proposta di questo genere? Questa è la domanda da porsi. Certo, le dichiarazioni di ieri di mons. Fisichella mi farebbero optare per un sì. Perché perlomeno questo metterebbe in soffitta definitivamente le sacche di ruinismo rimaste (ovvero la pretesa da parte di alcuni di gestire “dall’alto” e in maniera arbitraria il rapporto col potere, senza “mediazioni laicali”). Ma il quadro non è tutto così semplice.

E per ora una risposta non c’è, probabilmente.

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