Silenzio elettorale

Fa un po’ impressione, dopo la campagna elettorale più urlata che ricordi, una giornata di silenzio. Molti la criticano, questa norma che vieta di fare campagna elettorale il giorno prima delle votazioni. A me piace molto. Risponde probabilmente a valori antichi. Ad un’idea di comunicazione che è fatta di parole, ma anche – appunto – di silenzi, meditazione, riflessione, per chi crede persino preghiera. Mi ricorda la Costituzione e lo spirito con cui è stata scritta e di cui avverto forte, oggi, la mancanza.

Il silenzio mi aiuta ad ordinare le idee. Questa è un po’ la sintesi dei pensieri – spesso confusi – che mi ronzano in testa:

Uno. Capire quali priorità.

In fondo, è la prima cosa che dovremmo fare quando scegliamo chi andare a votare. Perché difficilmente ci sarà un partito di cui approviamo tutto. E quindi occorre capire quali cose son più importanti per noi (disoccupazione? Europa? Diritti civili? Difesa della vita? Immigrazione? Tagli ai costi della politica?) e capire per quale/i partiti le nostre priorità sono anche loro priorità. Punto. Negli ultimi anni, invece, – complice una classe dirigente non certo celebre per l’integrità morale – questa operazione è stata sostituita da una valutazione sulla (presunta) onestà dei candidati. Un’operazione titanica, dato che l’uomo è un mistero persino a se stesso! Figuriamoci se sia possibile sapere aprioristicamente se un candidato si rivelerà corretto e moralmente integro o meno. Senza poi parlare delle caratteristiche specifiche del sistema elettorale, che ti fa votare una lista già stabilita e non la persona. Impedendoci, così, di scegliere la persona presumibilmente più onesta (la logica ci suggerirebbe, tra l’altro, che non esistono liste/partiti di onesti e liste/partiti di ladri… ma ora mi sembra di spingermi un po’ troppo oltre!).

Due. Ogni popolo ha la classe politica che si merita.

La ribalta del Movimento 5 Stelle in questa tornata elettorale, riporta al centro del dibattito – secondo me – un tema: ma la società è veramente migliore della classe politica che la rappresenta nelle istituzioni?

La mia risposta – lo dico subito – è assolutamente e convintamente: NO. Le prove sarebbero sotto gli occhi di tutti: il vituperato Fiorito ha preso migliaia di voti di preferenza alle passate elezioni regionali nel Lazio (e solo un bambino crederebbe in un errore di valutazione di massa!). Lo scandalo MPS, che – giustamente – pone sotto accusa i rapporti tra banca e politica, non tiene in considerazione che grazie a quel sistema migliaia di imprese e progetti locali son stati finanziati, giusti o sbagliati che fossero. Rendendo di fatto il Monte dei Paschi una banca pubblica, che faceva comodo a molti. Il problema vero di questo Paese non è politico/partitico, ma culturale. Non abbiamo, in poche parole, un problema di classe dirigente. Noi abbiamo (accanto a milioni di persone oneste, che fanno il loro dovere con passione e dedizione) un problema di disonestà diffusa, a tutti i livelli.

Perché Grillo allora fa successo? Perché propone una risposta comoda: un’autoassoluzione di massa unita alla caccia all’untore (il politico, il giornalista). Il consenso di Grillo – che può avere molteplici chiavi di lettura – dimostra tutti i limiti del sistema democratico (che rimane comunque il miglior sistema politico attuale, ma questo non significa nulla!).

Tre. Leader.

Io detesto chi riduce tutto ai soli contenuti. Non è vero che in politica vengono prima i contenuti. Questa è uno degli slogan classici della sinistra italiana. Ed è sbagliata. Le persone sono importanti. Se Berlusconi proponesse per assurdo di tassare i grandi capitali, io comunque non lo voterei. Perché so chi è. E cosa è stato – purtroppo – per questo Paese.

Sul fronte leader non sono entusiasta: non c’è un leader che mi soddisfa. E il motivo è semplice: non c’è attualmente un leader capace di parlare al cuore del Paese, cosa che ritengo assolutamente imprescindibile se vogliamo uscire da questa crisi (che non è solo economica e richiede dunque risposte prevalentemente non economiche). Attualmente abbiamo leader capaci di parlare allo stomaco del Paese (Grillo) o allo stomaco dei “suoi” (Berlusconi), abbiamo leader capaci di parlare alla testa del Paese (Monti) o al cuore dei “suoi” (Bersani, Ingroia).

Per capire meglio di cosa parlo, suggerisco di andare al cinema a vedere Viva la libertà, nelle sale in questo periodo.

Abbiamo bisogno di un leader che parli al cuore, che smuova energie, impegno, passione. Dei singoli e delle comunità. In ogni campo della vita pubblica. Non parlo di un politico perfetto (non esistono politici perfetti) e neanche – se volete – di capacità di governo. Parlo di un catalizzatore. Perché – come più volte suggerito dal Ministro Barca – le risposte già ci sono nella società, occorre solo sostenerle, incoraggiarle, estenderle, portarle all’attenzione pubblica. In una società stanca e persino rassegnata, abbiamo bisogno di un motivatore sano (non quelli ridicoli all’americana, per intenderci!).

Quattro. Perché i politici non sono tutti uguali.

Ci sono alcuni aspetti che mi preoccupano. Il primo è l’incredibile diffusione di luoghi comuni. Per carità, fa parte del gioco politico. Ma mi sembra che ora siano state contagiate anche fasce della popolazione e persone che ho sempre reputato attente e intelligenti. Si tratta – insomma – di un fenomeno in crescita.

Qualche giorno fa il linguista Tullio De Mauro ha rilasciato alcune interviste in cui tornava a denunciare la situazione drammatica che emerge da alcune recenti indagini sull’analfabetismo di ritorno nel nostro Paese. Non si tratta, ovviamente, di una spiegazione esaustiva al diffondersi di luoghi comuni. Ma fanno comprendere cosa rischiamo, se non corriamo ai ripari.

Prendete la frase “i politici sono tutti uguali”. Quante volte l’abbiamo sentita? È uno dei luoghi comuni più dannosi e falsi. Tra quelli che mi ha sempre fatto incavolare di più. Eppure, basterebbe documentarsi per capire quale politico è stato meglio o peggio. Vi sono molteplici fonti informative che permettono ad un semplice cittadini di capire – tanto per fare un esempio – che non si può neanche paragonare Andrea Sarubbi e Vladimiro Crisafulli. Il problema però è: se strati sempre più crescenti della popolazione (si parla di più di un terzo in Italia) non riescono a decifrare neanche un testo scritto, il luogo comune diviene un assioma, una lacuna “irrecuperabile”. E questo ovviamente apre la strada all’Industria del Nulla, quella che manda a casa la lettera per il rimborso dell’IMU, ben sapendo che – al di là delle costernazioni dei giornali – questa mossa produrrà effetti “positivi” (voti) di gran lunga superiori a quelli “negativi” (denunce?).

Avremmo bisogno, quindi, più che di un partito che “faccia pulizia”, di un impegno comune – di partiti, associazioni, agenzie educative, media – per tornare ad educare. Uno sforzo condiviso finalizzato non ad inculcare nuove informazioni nelle teste ormai sature di ragazzi ed adulti, ma ad comprendere insieme in che modo fare trovare e fare ordine nel flusso enorme di dati cui siamo sottoposti. Anche e soprattutto in politica.

Cinque. Quel bisogno incredibile di comunità.

C’è un dato positivo nella campagna elettorale appena conclusasi. Ed è la domanda di comunità che emerge, seppur non in maniera netta, dalle diverse proposte in campo. Persino in quella sgangherata di Grillo.

Dopo anni di individualismo lacerante, forse persino più dannoso dei totalitarismi del Novecento, mi sembra si senta in giro un desiderio di comunità, anche se non sempre esplicito. A cosa porterà questo desiderio? Non saprei. Trovo estremamente difficile fare delle previsioni. Ma si tratta pur sempre di un’inversione di tendenza interessante e potenzialmente benefica.

Ultimo. Voto PD.

Ecco, da ultimo (proprio perché evidentemente meno interessante): voterò PD. Perché? Perché è un partito vero (l’unico, al momento). Ed io credo fortemente nel partito. Credo nell’organizzazione democratica che – al momento attuale – solo il partito può assicurare (proprio grazie a quelle procedure odiose e perditempo che ne minano la credibilità, altra contraddizione della democrazia?). Credo nei corpi intermedi, tra istituzione e società liquida. Credo nella militanza, nella partecipazione. Una militanza e una partecipazione reale e non solo virtuale. Fatta di sacrifici in nome di un ideale, un valore, un’idea della politica chiara e condivisa. Credo nel partito che è anche garanzia dall’individualismo e argine al populismo e al leaderismo. Se domani Bersani cadrà politicamente in disgrazia, io so che il PD sopravviverà perché non dipende dall’immagine del singolo, ma dal lavoro e dall’impegno di molti, che c’erano prima di Bersani e ci saranno dopo.

Voto PD perché sono di sinistra, credo nell’uguaglianza. E credo che compito della politica non è liberare il singolo dai legacci dello Stato o ripulire le istituzioni corrotte. Compito della politica è – a mio avviso – garantire giustizia, che significa sempre redistribuire le ricchezze (ché come diceva don Milaninon c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali), avere un’attenzione preferenziali per gli ultimi. So che questo non è sempre semplice, soprattutto in una società complessa come la nostra. Ma questa, in fondo, è la sfida che attende la mia generazione.

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