Archivio mensile:aprile 2013

Imparare a lasciarsi evangelizzare dai poveri

Qualche settimana fa ho avuto il piacere di porre alcune domande a padre Giacomo Costa, direttore della rivista Aggiornamenti Sociali e blogger dell’Huffington Post, per un articolo pubblicato poi da Millestrade, il mensile della Diocesi di Albano.

Pubblico qui le sue risposte in versione integrale (sulla rivista, per ovvie ragioni di spazio, abbiam dovuto tagliare un po’…).

Papa Francesco è il primo Pontefice proveniente dall’America Latina e il primo gesuita sul Soglio di Pietro. Da quale esperienza di Chiesa proviene? In che misura essa influirà sul suo pontificato?

L’Argentina è, come molti dei Paesi del Sud del mondo, una nazione piena di contraddizioni, che si muove tra fascino per la globalizzazione e violentissime disparità economiche e ingiustizie sociali. In questo contesto la Chiesa ha fatto una scelta di stare vicino alla popolazione più povera e semplice, agli abitanti delle periferie, ai contadini, agli indigeni. Qualcuno per ideologia, ma la maggior parte perché sono conviti che il Vangelo si possa annunciare solo a partire da lì. Quindi numerosi sacerdoti, religiosi, laici si sono impegnati in una azione di evangelizzazione e allo stesso tempo di grande attenzione e solidarietà ai problemi sociali e personali della gente: casa, lavoro, salute, tutela legale. E progressivamente hanno scoperto in cambio come la loro fede venga effettivamente rafforzata e trasformata dall’incontro con gli ultimi. Hanno scoperto che non si tratta quindi solo di accostare annuncio della fede e azione sociale per la dignità di ogni essere umano, ma anche di lasciarsi letteralmente “evangelizzare” dai poveri stessi. Questo può portare un cambiamento radicale di stile e una vitalità inaspettata. È difficile per un “credente standard” della nostra Europa immaginare la gioia semplice e intensa delle celebrazioni latinoamericane, anche se si svolgono in contesti di povertà estrema, come non è evidente per le nostre comunità scoprire per la vita di fede cosa significhi mettere i poveri al centro!

In questo senso nei suoi primi giorni Papa Francesco non fa altro che continuare a comportarsi come già faceva in Argentina e ci fa gustare un po’ l’esperienza di Chiesa di quel continente. Uno stile semplice, per quanto sia possibile abitando in Vaticano, un’attenzione speciale alle persone più povere (ad esempio con la scelta di celebrare la messa del Giovedì santo in un penitenziario minorile) una semplicità e una vitalità che tocca il cuore, un’attenzione a farsi capire da tutti e non solo da chi ha studiato, un coinvolgimento di tutti con uno stile “relazionale”, ad esempio chiedendo di pregare Dio per lui. È veramente per tutti noi l’opportunità di entrare in una fede più semplice e viva, non per questo meno profonda. La sfida principale sarà poi per Papa Francesco e tutta la Chiesa di trasformare questo stile personale in stile di tutta la Chiesa. E che quindi anche le strutture istituzionali ecclesiali possano guadagnare in semplicità, trasparenza, fedeltà al Vangelo.

Dalla sua tradizione come gesuita invece Francesco porta con sé lo sguardo sul mondo e lo stile di dialogo. La spiritualità della Compagnia di Gesù darà un’impronta a papa Francesco, e nel suo senso più autentico, non in quello deteriore e un po’ stereotipato dei gesuiti come ordine di intellettuali austeri. È una spiritualità che spinge a coinvolgersi integralmente nella relazione con Dio: non solo con la mente ma anche con l’affettività, i sentimenti, la memoria, il corpo. È una spiritualità che invita a non accontentarsi, ma a osare il nuovo, l’impensato, sempre alla ricerca di un “di più” nella direzione della costruzione del Regno di Dio e della sua giustizia. Infine, è una spiritualità che insegna a contemplare Dio all’opera nella storia del mondo e degli uomini, a nutrire uno sguardo positivo su tutti gli uomini e tutta la creazione, uno sguardo di fiducia. Uno sguardo che non si limita certamente solo all’interno dei confini della Chiesa: già dai primi passi papa Francesco ha manifestato concretamente la sua volontà di dialogare in maniera costruttiva con i membri di confessioni non cristiane e di altre religioni. E lui stesso ha indicato il suo ruolo come quello di Pontefice, cioè colui che costruisce ponti tra persone, religioni, culture per la pace.

Ogni Papa è allo stesso tempo segno di continuità e di novità rispetto ai propri predecessori. Secondo Lei, quali saranno gli elementi di continuità e quali quelli di novità del nuovo Pontificato?

Ogni Papa è unico e porta in dono alla Chiesa quello che è e quello che lui ha sua volta ha ricevuto in dono. Sotto questo punto di vista Papa Benedetto e Papa Francesco sono unici e incommensurabili: ogni paragone non ha senso. Sono però alimentati dalla stessa fede. Ognuno con il suo stile, sottolinea e testimonia con forza la centralità del rapporto con Dio nella propria vita da cui poi discendono tutte le altre azioni e decisioni. Questa è la garanzia più forte di una vera continuità. Tra i dossier cari a Benedetto poi c’erano il dialogo ecumenico e la trasparenza della Chiesa: in questo ha aperto una pista che Francesco si mostra più che intenzionato a riprendere con forza. Una differenza invece percettibile è nello stile della liturgia. Nella Chiesa cattolica ci sono sensibilità diverse e non si tratta di negarle, ma anzi di valorizzarle. È importante potersi riconoscere a vicenda e anche essere riconoscenti per le differenze, attraverso le quali la creatività dello Spirito si fa conoscere. È compito del santo Padre non imporre una sua sensibilità, ma promuovere questo riconoscimento reciproco.

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