Il Papa “social” e la sua Chiesa

Nei commenti letti e riletti sui giornali in questi giorni, c’è stata un’espressione “curiosa”, letta non ricordo dove: Papa Francesco sarebbe “il primo Papa social della storia della Chiesa”.

Al di là dell’aggettivo utilizzato dal giornalista, è innegabile che Papa Bergoglio goda di un’attenzione e di una popolarità che il suo predecessore non aveva. Ed è altrettanto innegabile che essa derivi da una certa predisposizione di Francesco alla comunicazione “senza filtri”. Ne sono un esempio i tantissimi discorsi “a braccio”, i gesti, le espressioni del volto immancabilmente immortalate dai fotografi, i fuori programma, il ruolo marginale che la Sala Stampa vaticana ha assunto già a partire dai giorni seguenti all’elezione del nuovo Papa, come se Francesco non avesse bisogno di mediazioni per relazionarsi con media, giornalisti e persone comuni.

Giova di sicuro alla popolarità del pontefice la sua tendenza ad “uscire” verso l’esterno, che segue dopo anni una certa tendenza all’arroccamento, che la Chiesa sembrava aver assunto a paradigm. Questo Papa sembra voler cercare il dialogo, ricercando soprattutto le cose che uniscono, anziché quelle che dividono. Si tratta di un modo d’essere, ma anche di uno stile personale e comunitario.

Tutta questa popolarità personale rischia però di metter in secondo piano alcuni aspetti non secondari. E tra tutti mi pare che il più rilevante sia che ogni Papa è espressione di una Chiesa. Che cioé l’elezione di un pontefice non è mai frutto del caso. O di meri giochi di potere tra le mura vaticane (o ancora di “errori di valutazione” della Curia romana, che ogni volta che ha scelto papi di transizione ha finito per eleggere instancabili riformisti).

Ogni Papa è espressione della Chiesa del suo tempo. Con le sue ricchezze e i suoi travagli. E se Giovanni XXIII o Paolo VI erano la naturale conseguenza della grande vivacità culturale della Chiesa europea del secondo dopoguerra, se Giovanni Paolo II è stato l’emblema di una Chiesa capace di confrontarsi e fare i conti con le grandi ideologie del secolo scorso, se Benedetto XVI ha dato voce ad una Chiesa desiderosa di esser punto fermo, nella tempesta di una secolarizzazione ormai irreversibile… anche questa volta dobbiamo ammettere che non è il Papa a cambiare la Chiesa, quanto la Chiesa ad esprimere nel pontefice le sue speranze e i suoi limiti. È dunque la Chiesa del nostro tempo ad aver generato Papa Francesco, non il contrario.

E dunque ciò significa che la Chiesa degli ultimi e dei poveri, la Chiesa che parte dalle periferie dell’esistenza, la Chiesa “social”, la Chiesa che sa abbracciare, questa Chiesa che sembra oggi inaugurare una stagione di speranza ed impegno, questa Chiesa che sembra invocare Cristo per liberare il mondo dalle mille forme di schiavitù non è nata oggi con Papa Bergoglio, ma ha camminato a lungo nel corso degli ultimi decenni. E se nessuno ne ha mai parlato in questi anni è semplicemente perché abbiamo in molti giudicato la stessa Chiesa senza conoscerla a fondo, senza conoscerne le viscere e senza volerla comprendere.

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