De Gregori, gli intellettuali e il proprio ombelico

Oggi il Corriere della Sera pubblica un’intervista al cantautore De Gregori sulla sinistra italiana. Le parole di De Gregori, condivisibili o non, di certo non cambieranno la vita agli italiani. E sicuramente c’è da chiedersi per quale assurdo motivo il Corriere lo abbia scelto come scoop politico del giorno (attualmente l’intervista è sotto la notizia di apertura in homepage su Corriere.it).

Le uniche reazioni alle posizioni neanche troppo originali del cantautore son quelle dell’intellighenzia radical, offesa per lo spazio dato all’intervista, ma ancor di più dalle posizioni non più ortodosse di De Gregori.

Ora, il punto è che questo dibattito assurdo sulla sinistra italiana (e se sia più di sinistra stare coi No Tav o con la Fornero) interessa soltanto qualche intellettualino d’antan, qualche blogger, qualche giornalista e il minoritario (e comico ormai) gruppo dirigente del PD. Al Paese, “ar popolo” come si dice dalle mie parti, di tutto ciò non frega proprio nulla. Da tempo ormai. Così come non frega nulla di tutti i temi che da dieci anni a questa parte intasano l’agenda politica della sinistra italiana (dai matrimoni gay allo ius soli, per capirci). Ed è un problema, questo, che non riguarda solo i politici di sinistra, ormai “orfani del pianeta terra”. Ma anche gli intellettuali di sinistra, rinchiusi nelle loro redazioni e nelle polemiche tutte autoreferenziali.

Ci sarebbe bisogno oggi, di fronte a questa società sempre più chiusa nei suoi mille rivoli incomunicabili e incapaci di dialogare, sempre più china sul proprio ombelico, di uscire. Dalle redazioni, dalle sezioni di partito, dalle proprie categorie mentali e dai propri dogmi. E capire che la società pone spesso esigenze che non avevamo contemplato. Captarle e rispondere significa fare politica oggi.

Tutto il resto è solo fumo. E serve unicamente ad acuire le distanze.

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