Conflitto, conflitto, conflitto

Bell’intervista di Repubblica delle Idee al collettivo Wu Ming qualche giorno fa.

Già nei mesi scorsi, il collettivo bolognese aveva messo in luce – in articoli e riflessioni molto originali e interessanti – alcuni aspetti illuminanti che spiegano in parte la natura del Movimento 5 Stelle.

Leggere le riflessioni di Wu Ming è sempre molto stimolante, benché non ne condivida sempre analisi e conclusioni. Lo è anche oggi: l’intervista ha il raro pregio della chiarezza, dell’originalità e delle idee “alte”. E in questa società votata al superficiale e al massificato, in un dibattito politico estivo stanco e estremamente confuso (la politica ormai usa la complessità per creare confusione ed evitare il cambiamento), stimolare il dibattito come i Wu Ming sanno fare, non può far altro che bene! 🙂

E tuttavia, ci sono alcuni però. Del tutto personali ovviamente. Mi scuso se alcune considerazioni sembreranno un po’ banali. Ma discutere fa bene a questo tempo pieno di politici e un po’ orfano di Politica.

Veniamo a noi:

1- L’esaltazione del conflitto va bene se serve a contrastare il buonismo da compromesso al ribasso di questi tempi. Meno se deve offrire la cornice ad una concezione di politica, ad una visione. Banalmente: il conflitto piace solitamente solo a coloro che lo guardano da fuori, difficilmente a chi lo vive sulla propria pelle. Vale per le lotte sindacali, vale per i conflitti personali e familiari, vale per le guerre (o presunte rivoluzioni che siano… tanto sempre di violenza si tratta!). Anche perché nel conflitto son solitamente sempre i più deboli, i più ignoranti, i meno tutelati a soccombere. Per questo il conflitto conviene sempre a chi ha il coltello dalla parte del manico (Marchionne docet!).

2- Il conflitto semplifica e di certo, in un mondo sempre più difficile da leggere (e da vivere, politicamente parlando), aiuta. Serve a individuare nettamente gli amici e i nemici, ad avere un’identità. Alla lunga, però, il conflitto annebbia la vista. Ci si inizia a schierare prima di conoscere. E così, si rinuncia a capire la società.

3- “La destra sostiene che la società è una sola, omogenea, armonica, come una marmellata, peccato per quei grumi fastidiosi, gli allogeni, i disturbatori dell’ordine, il migrante e il dissenziente oggi, il comunista “sovietico” ieri, che vanno espulsi dalla comunità”. Trovo questa frase un tantino ottocentesca. Mi sembra la descrizione di un quadro sociale del secondo dopoguerra. Oggi il conflitto è il paradigma della società. Ed è condiviso da tutti, a destra come a sinistra, a Nord come a Sud. Vale per il genitore che difende il proprio figlio nel conflitto professore-alunno, vale per i mille conflitti sul posto di lavoro, vale persino nello sport, dove la competizione diviene conflitto, agonismo, sin dalla giovane età. Il perbenismo non è scomparso. Ma si manifesta in forme diverse e comunque complementari all’idea di fondo: siamo tutti soli nel “tutti contro tutti”. Alla fine, il più grande cavalcatore del conflitto in Italia è stato proprio quel Silvio Berlusconi, che – attraverso il conflitto – si vorrebbe soppiantare.

4- La nuova sinistra deve fare i conti innanzitutto con la svolta “liberal” di matrice sessantottina. Con un’idea individuale di società, che facilmente sfocia nell’individualismo. Del resto, quando il Sessantotto è esploso, la società era ancora organizzata secondo un rigido controllo sociale, che non poteva non asfissiare la rivendicazione di maggiori spazi d’azione per l’individuo. Ma poi il mondo è cambiato. E così la sinistra – in nome della libertà dell’individuo (in cui già Bobbio individuava il tratto identitario della destra!) – s’è dimenticata proprio la difesa dei più deboli. Attanagliata in un conservatorismo ottocentesco, ancora oggi dimentica che prendersi cura dei più deboli comporta un costo per la collettività, che la costruzione di qualsiasi bene comune è bilanciato sempre da una certa limitazione della sfera d’azione individuale. Trovare il giusto compromesso tra queste due sfere (l’io e il noi), con l’occhio rivolto sempre ai più deboli, è la sfida della nuova sinistra. Una sinistra finalmente in grado di governare e non solo di protestare e di indignarsi.

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2 thoughts on “Conflitto, conflitto, conflitto

  1. […] leggo alcuni dei commenti autorevoli e continuo a pensare: attenzione a non ricascare nel tranello. A criticare le parole di Letta in nome di un’adolescenziale voglia di conflitto. A ripetere […]

  2. ilsensocritico ha detto:

    Il problema è che, a mio avviso, il nostro paese sta subendo una deriva preoccupante dovuta alla passività con cui si affrontano i problemi politici: ci limitiamo a criticare il nostro partito, per poi continuare imperterriti a votarlo.
    Il conflitto in Italia ha un carattere ipocrita e propagandistico [vedi Berlusconi e Grillo, che cianciano di rivoluzioni ma nei fatti operano per mantenere lo status quo], ma un conflitto reale serve eccome per soppiantare definitivamente una classe dirigente fallimentare e invecchiata male, nonché per smuovere le coscienze intorpidite degli italiani.

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