Archivio mensile:ottobre 2013

Americana [part six]

In Canada non abbiamo mai “maneggiato” dollaro canadese. Non abbiamo dovuto prelevare contante. E non perché utilizzassero dollaro USA. Ma semplicemente perché lì (come anche nelle città USA) è possibile utilizzare forme di pagamento elettronico – carte di credito o bancomat – praticamente ovunque, dal bar alla bancarella del farmer’s market. E per qualsiasi importo, fossero anche 0,5 dollari.

Unica eccezione (in USA)? Le autostrade. Solo cash.

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Americana [part five]

Qui negli Stati Uniti qualsiasi cosa compri è made in China. “Pure da noi!” direte voi. No, qui lo è veramente in una maniera impressionante. Ogni gadget di ogni città, ogni indumento, scarpa, accessorio tecnologico… ogni cosa è fatto in Cina. Tutto.

La Cina è di fatto la fabbrica del mondo. E lo è grazie all’assenza (o alla drastica riduzione) dei diritti basilari dei lavoratori.

Mi vien da pensare – e scusate la semplicità bambinesca del ragionamento – che probabilmente lottare per l’adeguamento delle condizioni di lavoro in Cina (e nell’est asiatico in generale) alle nostre è più “conveniente” per noi che inventarsi incentivi per gli investimenti esteri nel nostro Paese o (peggio ancora) dazi commerciali sui loro prodotti (è un po’ tardino ora!)…

Ora me ne torno a visitare Chicago… bye bye! 😉

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Americana [part four]

L’altra sera proprio non ce l’abbiamo fatta… e dopo quindici giorni di hamburger, sandwich e carne in tutte le salse (nel senso stretto della frase), ci siamo decisi con Valeria a sfatare una delle scommesse che ci eravamo posti all’inizio del viaggio… e siamo tornati a mangiare italiano!

Qui a Toronto abbiamo scelto Carisma. Il proprietario è Michele (Michael per i camerieri), un simpaticissimo mondragonese, in Canada da più di quarant’anni. La cucina deliziosa (l’antipasto con mozzarella di bufala è da non-plus-ultra… e poi c’è la pasta…) e l’atmosfera capace di mescolare il design moderno – pareti scure e luci soffuse – e l’accento campano dei camerieri rende questo angolo di Toronto veramente speciale per un italiano. Ma la serata non sarebbe stata la stessa senza la chiacchierata con Michele, con la sua signora e con lo staff del ristorante. Continua a leggere

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Americana [part three]

E poi c’è la musica…

Di musica io capisco ben poco (non ne sono proprio un cultore, a discapito della “tradizione di famiglia”!). Però conoscere una città anche attraverso esibizioni musicali “on the road” è una cosa che mi piace moltissimo.

A Provincetown, Cape Cod (nel Massachussets) abbiamo apprezzato una “band” di fiati e percussioni, tutta al femminile, che si esibiva nella piazza accanto al molo. Continua a leggere

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Americana [part two]

Siamo passati dai grattacieli pop di New York al vento dell’oceano di Cape Cod, fino alla cortina rossa di Boston (a proposito: Boston è al momento la città che ci è piaciuta di più…). Oggi siamo nel New Hampshire, in una Farm Inn deliziosa… sembra quasi di essere a casa di Babbo Natale: la sera sul divano di fronte al camino e fuori il freddo e i colori meravigliosi dell’autunno, che qui abbracciano dal verde delle conifere al rosso intenso degli aceri, passando per tutte le sfumature del giallo e dell’arancione!

Vale dice che i colori qui ci rigenerano… e io son d’accordo… Continua a leggere

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Americana [part one]

Son quasi sette giorni che sono negli States e già la voglia di fissare i pensieri e le riflessioni (condivise per ora solo con Vale) riaffiora… Sarà che gli Stati Uniti offrono veramente una marea di cose a cui pensare… oppure semplicemente sarà il paesaggio da Moby Dick che ammiro dalla finestra del Prince Albert Guest House dove alloggiamo, qui a Provincetown, sulla punta di Cape Cod.

Ci son delle cose che mi aspettavo di trovare ancor prima di partire. Cape Cod è molto simile a come me la immaginavo: i venti freddi, le casette caratteristiche in pieno stile americano, l’oceano (che vedo per la prima volta!)… molte delle cose che un italiano si aspetta di trovare negli USA son frutto della cultura nella quale siamo cresciuti. Una cultura USA-friendly passata attraverso i film, le sitcom, i polizieschi e i gialli, i cartoni animati, la musica… insomma: abbiamo respirato l’America sin da quando siamo nati, perlomeno nei suoi lati migliori. Ovvio che essa sia divenuta una sorta di miraggio, anche per la mia generazione, che non è stata costretta a lasciare l’Italia per necessità. Continua a leggere

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Ecco, cari Italiani…

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Perché il problema, cari Italiani, è che qui non stiamo parlando di filosofia politica. Stiamo parlando di 250-300 persone che non hanno preso l’aereo in prima classe. Di un barcone che si è incendiato. Di 111 esseri umani (tra cui bambini come i vostri) morti bruciati o affogati. E di 155 che da domani saranno rinchiusi in un lager che voi e noi avete/abbiamo autorizzato, grazie a quei geni che abbiamo votato. E che poi verranno rispediti nei Paesi da cui son scappati. Che non sono proprio come i villaggi turistici esotici dell’ultima vacanza che avete fatto. Non proprio.

Questo meccanismo – e mi scuso per qualche approssimazione – si chiama legge Bossi-Fini. E checché ne dica quel furbetto di Alfano, non sarà di certo la causa dell’esodo dei clandestini, né dell’incendio su quel barcone. Ma di certo ci impedisce di fare quel che da esseri umani, prima che da uomini di sinistra o di destra, dovremmo fare: accogliere un disperato. Senza sapere in cosa crede, se è buono o cattivo, di destra o di sinistra.

Siete tutti andati a catechismo no? E fate la fila per battezzare vostro figlio o sposarvi in chiesa, no? Ecco, quel Dio in cui credete o velete credere (o dite di credere) è stato molto chiaro al riguardo. Molto.

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