La trappola di Gramsci

In questi giorni i commenti pro e contro il tentativo di Matteo Renzi si susseguono sui social, creando uno dei dibattiti più inutili e noiosi della storia della Repubblica (probabilmente). Sarà probabilmente il pathos che trasforma oramai ogni discussione in scontro tra tifoserie. Sarà l’effetto moltiplicatore di ignoranza tipico dei social network (l’ignoranza c’era già, eh… ma almeno prima non la sbraitavamo sui nostri profili facebook! Lo dico per non partecipare ad un’altra interessantissima discussione tra webtifosi e antiwebtifosi). Sarà, infine, che ho come la sensazione che su facebook vi sia soprattutto chi ha molto tempo a disposizione (mea culpa): presumibilmente chi ne ha poco, riuscirà a connettersi una mezzoretta, difficilmente a partecipare e a seguire un’intera conversazione, specialmente se molto lunga (come quelle che trattano temi politici, generalmente).

Ad ogni modo, su Renzi e sul suo discutibile tentativo ho già espresso le mie riserve. Che non cambiano affatto. Indipendentemente da quali saranno i nomi che usciranno dal cilindro del Sindaco di Firenze per i vari ministeri.

Su un elemento, però, concordo con quanto va ripetendo in questi giorni Massimo Cacciari in TV. Sul fatto, cioé, che, fatta eccezione per Renzi, non esiste al momento attuale una forte leadership alternativa.

A destra, perché Berlusconi è un vecchio leader senza possibilità di contendere ad un’elezione democratica (per via della condanna che pende sulla sua testa e di quelle che arriveranno). E perché Berlusconi in questi vent’anni ha fatto il deserto attorno a lui (Alfano non sarebbe in grado di vincere neanche un’elezione studentesca, senza nulla togliere alle elezioni studentesche).

Tra i movimenti di rottura, al momento, è difficile individuare una leadership: Salvini non è il Bossi delle origini e fatico a pensare a Grillo come ad un leader politico (ammesso che lui sia disponibile a fare politica, anziché megafono).

A sinistra una leadership alternativa non c’è. Da parecchio (dai tempi di Berlinguer?). Ma soprattutto manca una cultura della leadership, spazzata via da un ’68 che, in nome del rifiuto dell’autoritarismo, ha demolito gradualmente tutte le caratteristiche costitutive dell’autorità (sia essa il padre, la legge, la regola, il Presidente, le forze dell’ordine…), persino quelle positive, persino quelle insostituibili per una buona convivenza. E così oggi, a sinistra, il leader è “buono” solo se… mette d’accordo tutti? Ascolta tutti prima di scegliere qualsiasi cosa? Rispetta tutte (ma proprio tutte) le posizioni in campo? Potrei continuare… la sostanza è che il leader è un “buon” leader quando non è un leader. Come con Bersani. Oppure quando è uno che viene dal PCI (almeno fin quando ci saranno persone iscritte al PD che prima erano iscritte ad un altro partito).

La sensazione, poi, è che sia “buono” solo se è espressione di una “borghesia illuminata”, se sa esprimere il “senso della complessità” tipico degli intellettuali. È la trappola di Gramsci che attanaglia la sinistra. Quella visione d’avanguardia per cui conquistare la cultura, i linguaggi, persino le reti relazionali (tanto d’attualità) era premessa per conquistare la società e il potere. Ma che la sinistra ha declinato in modo tale da rimanere ingabbiata nella stessa cultura che doveva conquistare prima e utilizzare poi. Il terreno di conquista insomma è divenuto palude in cui sperimentare l’impotenza.

Perché il ruolo dell’intellettuale, del giornalista o dello studioso è estremamente diverso dal mestiere del politico. Ed è giusto che sia così. Per il bene di entrambi. E della democrazia. E per il rischio più grande che entrambi (l’intellettuale e soprattutto il politico) corrono, ovvero quello di vivere mondi non reali, separati dalle persone che compongono – con le loro vite e le loro storie – la stessa società che gli uni vogliono leggere e gli altri governare.

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