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Sui 10.000 euro al mese per ospitare immigrati ad Ardea

Ieri – ahimé – mi sono imbattuto in questo articolo, sul sito de Il Corriere della Città, testata di informazione delle mie parti.

10mila euro al mese immigrati ardea

Sorvoliamo sulla frase “Del resto Ardea è già un paese multietnico grazie alla grande presenza di rom” che perlomeno fa venire il sospetto che l’autore non conosca la differenza tra rom e romeni.

Il finale dell’articolo è il pezzo forte. Quello in cui lo stesso autore riporta la “trascrizione” della presunta missiva arrivata alle agenzie immobiliari, per saziare la sete di verità di “chi ha dubbi sulla veridicità della richiesta”. Un vero e proprio bijoux.

A me l’articolo dà un enorme senso di tristezza. Se la qualità di una democrazia si misura dalla qualità dell’informazione, questo articolo (e il fatto che l’autore sia praticamente l’unica fonte di informazione ad Ardea) spiega molte cose.

Per non fare – solo – il saputello, mi permetto di segnalare qualche domanda, per render la critica un po’ più costruttiva:

  1. è possibile visionare non la “trascrizione”, ma una copia/foto dell’originale della richiesta pervenuta alle agenzie immobiliari del territorio?
  2. è possibile avere qualche altra informazione sul mittente della missiva, la “M.C. immobiliare Beni srl”?
  3. è possibile capire perché tale agenzia sia il tramite tra i fondi pubblici e altre agenzie immobiliari (in un processo che a questo punto diventa lunghissimo e costosissimo)?
  4. è possibile capire quanto guadagna dall’operazione la “M.C. immobiliare Beni srl”?
  5. è possibile capire quanto guadagna dall’operazione l’agenzia immobiliare che fa da tramite tra la “M.C. immobiliare Beni srl” e il proprietario dell’immobile?
  6. è possibile sapere chi eroga i fondi (lo Stato? La Regione? L’Unione Europea?)?

Ecco, un giornalismo di qualità si sarebbe di certo posto queste domande prima di scrivere il pezzo.

Ho come la sensazione che, rispondendo a queste domande, peraltro, l’articolo sarebbe stato molto differente. Che – nel caso la notizia fosse vera e non voglio dubitarne – avrebbe provocato meno reazioni “di stomaco” (di quelli che oggi lamentano il presunto “razzismo” dello Stato che non pensa agli “Italiani”) e magari qualche indignazione in più sui tanti (troppi) italiani che, grazie all’immigrazione e ai fondi a disposizione, anche in questa epoca di crisi, traggono profitto dalle tragedie in mare.

Ecco, per dire.

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Resistere

Se, come diceva Alexis de Tocqueville, La democrazia è il potere di un popolo informato, credo che la cosa più sensata da fare, all’indomani delle stragi di Parigi, sia quella di resistere. Resistere alle tentazioni retoriche sulla minaccia alla libertà d’espressione, al mondo libero, alla civiltà ed ad altre amenità simili. Resistere, scegliendo di informarsi. Di leggere soprattutto. E fare un esercizio sublime di libertà (questa volta sì), di democrazia e consapevolezza: scegliere cosa leggere. Operazione non facile in una società ormai caratterizzata da un’inflazione di parole, discorsi, opinioni. Ma necessaria.

Io resisto, scegliendo due articoli trovati oggi in rete Continua a leggere

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Fine del giornalismo?

Una volta – stando alle descrizioni forse un po’ agiografiche dell’epoca aurea in cui il giornalismo è nato – i giornalisti erano persone curiose di capire l’origine dei fatti e il perché dei fenomeni sociali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, il giornalista o è un giovane precario (sotto)pagato al pezzo, o un fine intellettuale che dal suo salotto o dalla villa in campagna piega fatti e fenomeni sociali alle sue convinzioni.
Ad esser scomparsa è la curiosità, che non si insegna più neanche a scuola.
In una siffatta società, che futuro può avere il giornalismo, se non quello di popolare rubriche intrise di gossip (politico o sportivo che sia)?

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Cosa dice il Paese

Corriere.it Cosa dice il Paese

…che poi, se consideriamo il numero dei lettori dei giornali (anche online) in Italia, gli utenti registrati su Corriere.it e le cifre sul digital divide (anche in termini di alfabetizzazione digitale)…

 

 

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Una splendida lezione di giornalismo (e non solo)

L’intervista rilasciata da Papa Francesco a Ferruccio de Bortoli è innanzitutto e soprattutto una lezione di giornalismo.

Lo sottintende in un post Luca Sofri sul suo blog, oggi. Ma la questione non è solo la non-notizia sul Papa che la notte esce dai sacri palazzi per assistere i poveri.

Tra le righe Continua a leggere

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Creare il quadro

Mi ha colpito molto l’irruenza anti-grillina del premier Renzi durante il dibattito per la fiducia in Parlamento. Mi ha anche un po’ sorpreso, devo dire la verità. E mi sorprende molto lo iato tra ciò che sta accadendo e i commenti dei giornalisti, sospesi tra l’abbraccio interessato del nuovo verbo renziano e l’antico odio verso il sindaco di Firenze e tutto ciò che dice/fa.

E invece, secondo me, il giornalismo dovrebbe almeno tentare qualche lettura. Senza troppe pretese, ma almeno provarci. Possibilmente lasciando da parte il tifo da stadio, foriero di tante cose, tutte non buone.

E allora proviamoci Continua a leggere

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La mia fede è darsi

In tutta questa esperienza c’è molto Dio. Pierre Piccinin è un credente. Io sono un credente. La mia è una fede molto semplice, la fede delle preghiere di quando ero bambino, dei preti che quando andavo a trovare mia nonna in campagna incrociavo mentre raggiungevano in bicicletta delle piccole parrocchie con gli scarponi da operaio e la borsa attaccata alla canna della bici, e portavano estreme unzioni, benedicevano le case, con la fede dei preti di Bernanos, semplice ma profonda. La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere.

Domenico Quirico, primo articolo dopo la liberazione in Siria

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Quirico e il mestiere del giornalista

“Io non so se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell’affidabilità, né dell’identità delle persone. Non sono assolutamente in grado di dire se questa conversazione sia basata su fatti reali o sia una chiacchiera per sentito dire, e non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta […] Non ho elementi per giudicarle, sono abituato a parlare e a dare per certe le cose che ho verificato. In questo caso non ho potuto controllare niente. È folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas”.

Sono contento che Domenico Quirico sia tornato tra noi. Lo sono perché Quirico è un giornalista di razza, lo si intuisce dalle sue parole oggi. Lo sono perché più che di libertà di espressione, abbiamo un bisogno disperato di libertà di informazione, che passa anche per la qualità dei cronisti, di quelli che raccontano le cose come stanno e che lo fanno grazie ad una strenua verifica di quel che vengono a sapere.

Lo sono perché – anche un po’ egoisticamente – vorrei proprio capire che cosa sta succedendo in Siria. Specialmente ora.

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Solleticare le smanie dei lettori

Leggo La Stampa da diversi anni e lo considero uno dei migliori quotidiani stampati in Italia. Mi piace la direzione di Calabresi: giovanile, attenta alle esperienze innovative e alle implicazioni etiche che il mestiere del cronista comporta, oggi più che mai.

Ed è proprio per questo che l’attenzione che in questi giorni il quotidiano mostra nei confronti della vicenda del professore di Saluzzo mi lascia un po’ “di stucco”.

Per carità, casi come questo son gravi ed è giustissimo dargli risalto. Ma, data la notizia, credo che vi sia un limite che il giornalista dovrebbe imporsi. Quando si verifica una denuncia di abusi (o plagio su minore… sempre di abuso si tratta!), sia che tale abuso sia vero e accertato, sia che non lo sia, vi sono (o vi saranno) conseguenze inimmaginabili sulle vite delle persone coinvolte. Nel caso specifico, parlo delle ragazze con le loro famiglie, ma anche del professore, della propria famiglia, di suo figlio. Fino al mondo della scuola, ai colleghi e all’intera cittadina. Continua a leggere

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Mentre siamo distratti

siriaIo non so – e mi fa rabbia – se questi bambini siano stati uccisi da armi governative o dai ribelli. Se siano vittime di armi a gas o di rudimentali kalashnikov. Se la foto sia stata scattata a Damasco o ad Homs.

Io so che queste immagini gridano. Che interrogano la mia coscienza. Ci obbligano a immaginare un mondo diverso, diverse istituzioni internazionali. E ci chiamano ad un impegno serrato. Perché in soli 30 anni ho già visto troppe immagini come queste: Bosnia, Kosovo, Somalia, Sudan, Palestina, Siria, Iraq, Afghanistan, Egitto… 

Queste immagini ce l’hanno con noi. Con tutti quelli che, dal vivo, non han mai dovute vederle.

 

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