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Creare il quadro

Mi ha colpito molto l’irruenza anti-grillina del premier Renzi durante il dibattito per la fiducia in Parlamento. Mi ha anche un po’ sorpreso, devo dire la verità. E mi sorprende molto lo iato tra ciò che sta accadendo e i commenti dei giornalisti, sospesi tra l’abbraccio interessato del nuovo verbo renziano e l’antico odio verso il sindaco di Firenze e tutto ciò che dice/fa.

E invece, secondo me, il giornalismo dovrebbe almeno tentare qualche lettura. Senza troppe pretese, ma almeno provarci. Possibilmente lasciando da parte il tifo da stadio, foriero di tante cose, tutte non buone.

E allora proviamoci Continua a leggere

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Berlusconi ha vinto

Guardate che Berlusconi non ha vinto perché Renzi ha stipulato con lui il “patto dell’Italicum”… E neanche perché alla fine è riuscito – benché condannato ed interdetto dai pubblici uffici – a farsi ricevere dal Colle per le consultazioni per la formazione del nuovo governo…

Berlusconi ha vinto perché “tette e culi” sono oggi la via principe per fare pubblicità a qualsiasi (QUALSIASI) prodotto. Continua a leggere

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La trappola di Gramsci

In questi giorni i commenti pro e contro il tentativo di Matteo Renzi si susseguono sui social, creando uno dei dibattiti più inutili e noiosi della storia della Repubblica (probabilmente). Sarà probabilmente il pathos che trasforma oramai ogni discussione in scontro tra tifoserie. Sarà l’effetto moltiplicatore di ignoranza tipico dei social network (l’ignoranza c’era già, eh… ma almeno prima non la sbraitavamo sui nostri profili facebook! Lo dico per non partecipare ad un’altra interessantissima discussione tra webtifosi e antiwebtifosi). Sarà, infine, che ho come la sensazione che su facebook vi sia soprattutto chi ha molto tempo a disposizione (mea culpa): presumibilmente chi ne ha poco, riuscirà a connettersi una mezzoretta, difficilmente a partecipare e a seguire un’intera conversazione, specialmente se molto lunga (come quelle che trattano temi politici, generalmente). Continua a leggere

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Ancora a caldo [2]

Temo che i miei commenti “a caldo” andranno avanti per settimane…

Stamattina l’astro nascente della politica italiana posta su facebook questo testo:

Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. E’ una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza

Dunque, non so se avete capito bene, ma Grillo propone di non pagare più pensioni e stipendi pubblici, per introdurre sussidi per disoccupati (estesi pure a pensionati e dipendenti pubblici, presumo). Che come programma è un po’ ardito… soprattutto per due motivi, direi: il primo è che all’indomani dell’approvazione del provvedimento, avremmo un boom di disoccupati (ad alcuni non parrà vero di prender soldi senza lavorare!); il secondo è che un dipendente pubblico che fa (bene) il suo mestiere (quel famoso impiegato ogni dieci ai ministeri che manda avanti la baracca, ma anche tanti insegnanti sottopagati) prenderebbe quanto un disoccupato. Che comunque è una discutibile idea di giustizia.

Ammesso che poi tutte queste proposte di Grillo si traducano in disegni di legge.

Io comunque resto ottimista. 🙂

P.S. Curioso post del collettivo Wu Ming su Internazionale… perché poi sarebbe il colmo se tra qualche mese nascesse un altro movimento “di rottura” che mette in discussione anche il MoVimento di rottura attuale… della serie: c’è sempre qualcuno più “di rottura” di chi si definisce “di rottura”!

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Ancora a caldo [1]

Ci son due modi di reagire ai risultati di queste elezioni (per chiunque non abbia votato il Movimento 5 Stelle di Grillo).

Il primo è sentenziare sul Paese allo sfascio, sugli imbecilli che non hanno votato per noi, sui fascisti grillini, sul sistema elettorale che è tutto un complotto contro di noi (tesi tra l’altro abbastanza falsa, visto come è finita!), su tutti quelli che non hanno utilizzato il “voto utile” (che io reputo un’autentica cavolata, #sappiatelo), ecc.

Oppure si ammette di aver sbagliato, si cerca di capire perché gli “altri” non ci hanno votato, si corregge la linea (che non necessariamente significa azzeramento totale dei dirigenti), si cerca di capire – possibilmente insieme agli altri, ché tanto da soli non si va da nessuna parte – come uscire dall’impasse.

La prima reazione (molto di moda, ahimé, a sinistra negli ultimi 60 anni) è infantile e porta solo altre sconfitte (è un caso che in quasi 70 anni di storia repubblicana la sinistra abbia governato il Paese solo per 7 anni e vinto le elezioni solo quando era un ex democristiano ci ha messo la faccia?).

La seconda è indice di maturità e di profonda conoscenza della democrazia (il che giustificherebbe anche quell’aggettivo, Democratico).

Ci tenevo a dirlo, anche se mi sembrava così scontato…

P.S. E intanto, mi spizzo i nomi e caratteristiche dei nuovi deputati grillini.

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Silenzio elettorale

Fa un po’ impressione, dopo la campagna elettorale più urlata che ricordi, una giornata di silenzio. Molti la criticano, questa norma che vieta di fare campagna elettorale il giorno prima delle votazioni. A me piace molto. Risponde probabilmente a valori antichi. Ad un’idea di comunicazione che è fatta di parole, ma anche – appunto – di silenzi, meditazione, riflessione, per chi crede persino preghiera. Mi ricorda la Costituzione e lo spirito con cui è stata scritta e di cui avverto forte, oggi, la mancanza.

Il silenzio mi aiuta ad ordinare le idee. Questa è un po’ la sintesi dei pensieri – spesso confusi – che mi ronzano in testa:

Uno. Capire quali priorità.

In fondo, è la prima cosa che dovremmo fare quando scegliamo chi andare a votare. Perché difficilmente ci sarà un partito di cui approviamo tutto. E quindi occorre capire quali cose son più importanti per noi (disoccupazione? Europa? Diritti civili? Difesa della vita? Immigrazione? Tagli ai costi della politica?) e capire per quale/i partiti le nostre priorità sono anche loro priorità. Punto. Negli ultimi anni, invece, – complice una classe dirigente non certo celebre per l’integrità morale – questa operazione è stata sostituita da una valutazione sulla (presunta) onestà dei candidati. Un’operazione titanica, dato che l’uomo è un mistero persino a se stesso! Figuriamoci se sia possibile sapere aprioristicamente se un candidato si rivelerà corretto e moralmente integro o meno. Senza poi parlare delle caratteristiche specifiche del sistema elettorale, che ti fa votare una lista già stabilita e non la persona. Impedendoci, così, di scegliere la persona presumibilmente più onesta (la logica ci suggerirebbe, tra l’altro, che non esistono liste/partiti di onesti e liste/partiti di ladri… ma ora mi sembra di spingermi un po’ troppo oltre!).

Due. Ogni popolo ha la classe politica che si merita.

La ribalta del Movimento 5 Stelle in questa tornata elettorale, riporta al centro del dibattito – secondo me – un tema: ma la società è veramente migliore della classe politica che la rappresenta nelle istituzioni?

La mia risposta – lo dico subito – è assolutamente e convintamente: NO. Le prove sarebbero sotto gli occhi di tutti: il vituperato Fiorito ha preso migliaia di voti di preferenza alle passate elezioni regionali nel Lazio (e solo un bambino crederebbe in un errore di valutazione di massa!). Lo scandalo MPS, che – giustamente – pone sotto accusa i rapporti tra banca e politica, non tiene in considerazione che grazie a quel sistema migliaia di imprese e progetti locali son stati finanziati, giusti o sbagliati che fossero. Rendendo di fatto il Monte dei Paschi una banca pubblica, che faceva comodo a molti. Il problema vero di questo Paese non è politico/partitico, ma culturale. Non abbiamo, in poche parole, un problema di classe dirigente. Noi abbiamo (accanto a milioni di persone oneste, che fanno il loro dovere con passione e dedizione) un problema di disonestà diffusa, a tutti i livelli.

Perché Grillo allora fa successo? Perché propone una risposta comoda: un’autoassoluzione di massa unita alla caccia all’untore (il politico, il giornalista). Il consenso di Grillo – che può avere molteplici chiavi di lettura – dimostra tutti i limiti del sistema democratico (che rimane comunque il miglior sistema politico attuale, ma questo non significa nulla!).

Tre. Leader.

Io detesto chi riduce tutto ai soli contenuti. Non è vero che in politica vengono prima i contenuti. Questa è uno degli slogan classici della sinistra italiana. Ed è sbagliata. Le persone sono importanti. Se Berlusconi proponesse per assurdo di tassare i grandi capitali, io comunque non lo voterei. Perché so chi è. E cosa è stato – purtroppo – per questo Paese.

Sul fronte leader non sono entusiasta: non c’è un leader che mi soddisfa. E il motivo è semplice: non c’è attualmente un leader capace di parlare al cuore del Paese, cosa che ritengo assolutamente imprescindibile se vogliamo uscire da questa crisi (che non è solo economica e richiede dunque risposte prevalentemente non economiche). Attualmente abbiamo leader capaci di parlare allo stomaco del Paese (Grillo) o allo stomaco dei “suoi” (Berlusconi), abbiamo leader capaci di parlare alla testa del Paese (Monti) o al cuore dei “suoi” (Bersani, Ingroia).

Per capire meglio di cosa parlo, suggerisco di andare al cinema a vedere Viva la libertà, nelle sale in questo periodo.

Abbiamo bisogno di un leader che parli al cuore, che smuova energie, impegno, passione. Dei singoli e delle comunità. In ogni campo della vita pubblica. Non parlo di un politico perfetto (non esistono politici perfetti) e neanche – se volete – di capacità di governo. Parlo di un catalizzatore. Perché – come più volte suggerito dal Ministro Barca – le risposte già ci sono nella società, occorre solo sostenerle, incoraggiarle, estenderle, portarle all’attenzione pubblica. In una società stanca e persino rassegnata, abbiamo bisogno di un motivatore sano (non quelli ridicoli all’americana, per intenderci!).

Quattro. Perché i politici non sono tutti uguali.

Ci sono alcuni aspetti che mi preoccupano. Il primo è l’incredibile diffusione di luoghi comuni. Per carità, fa parte del gioco politico. Ma mi sembra che ora siano state contagiate anche fasce della popolazione e persone che ho sempre reputato attente e intelligenti. Si tratta – insomma – di un fenomeno in crescita.

Qualche giorno fa il linguista Tullio De Mauro ha rilasciato alcune interviste in cui tornava a denunciare la situazione drammatica che emerge da alcune recenti indagini sull’analfabetismo di ritorno nel nostro Paese. Non si tratta, ovviamente, di una spiegazione esaustiva al diffondersi di luoghi comuni. Ma fanno comprendere cosa rischiamo, se non corriamo ai ripari.

Prendete la frase “i politici sono tutti uguali”. Quante volte l’abbiamo sentita? È uno dei luoghi comuni più dannosi e falsi. Tra quelli che mi ha sempre fatto incavolare di più. Eppure, basterebbe documentarsi per capire quale politico è stato meglio o peggio. Vi sono molteplici fonti informative che permettono ad un semplice cittadini di capire – tanto per fare un esempio – che non si può neanche paragonare Andrea Sarubbi e Vladimiro Crisafulli. Il problema però è: se strati sempre più crescenti della popolazione (si parla di più di un terzo in Italia) non riescono a decifrare neanche un testo scritto, il luogo comune diviene un assioma, una lacuna “irrecuperabile”. E questo ovviamente apre la strada all’Industria del Nulla, quella che manda a casa la lettera per il rimborso dell’IMU, ben sapendo che – al di là delle costernazioni dei giornali – questa mossa produrrà effetti “positivi” (voti) di gran lunga superiori a quelli “negativi” (denunce?).

Avremmo bisogno, quindi, più che di un partito che “faccia pulizia”, di un impegno comune – di partiti, associazioni, agenzie educative, media – per tornare ad educare. Uno sforzo condiviso finalizzato non ad inculcare nuove informazioni nelle teste ormai sature di ragazzi ed adulti, ma ad comprendere insieme in che modo fare trovare e fare ordine nel flusso enorme di dati cui siamo sottoposti. Anche e soprattutto in politica.

Cinque. Quel bisogno incredibile di comunità.

C’è un dato positivo nella campagna elettorale appena conclusasi. Ed è la domanda di comunità che emerge, seppur non in maniera netta, dalle diverse proposte in campo. Persino in quella sgangherata di Grillo.

Dopo anni di individualismo lacerante, forse persino più dannoso dei totalitarismi del Novecento, mi sembra si senta in giro un desiderio di comunità, anche se non sempre esplicito. A cosa porterà questo desiderio? Non saprei. Trovo estremamente difficile fare delle previsioni. Ma si tratta pur sempre di un’inversione di tendenza interessante e potenzialmente benefica.

Ultimo. Voto PD.

Ecco, da ultimo (proprio perché evidentemente meno interessante): voterò PD. Perché? Perché è un partito vero (l’unico, al momento). Ed io credo fortemente nel partito. Credo nell’organizzazione democratica che – al momento attuale – solo il partito può assicurare (proprio grazie a quelle procedure odiose e perditempo che ne minano la credibilità, altra contraddizione della democrazia?). Credo nei corpi intermedi, tra istituzione e società liquida. Credo nella militanza, nella partecipazione. Una militanza e una partecipazione reale e non solo virtuale. Fatta di sacrifici in nome di un ideale, un valore, un’idea della politica chiara e condivisa. Credo nel partito che è anche garanzia dall’individualismo e argine al populismo e al leaderismo. Se domani Bersani cadrà politicamente in disgrazia, io so che il PD sopravviverà perché non dipende dall’immagine del singolo, ma dal lavoro e dall’impegno di molti, che c’erano prima di Bersani e ci saranno dopo.

Voto PD perché sono di sinistra, credo nell’uguaglianza. E credo che compito della politica non è liberare il singolo dai legacci dello Stato o ripulire le istituzioni corrotte. Compito della politica è – a mio avviso – garantire giustizia, che significa sempre redistribuire le ricchezze (ché come diceva don Milaninon c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali), avere un’attenzione preferenziali per gli ultimi. So che questo non è sempre semplice, soprattutto in una società complessa come la nostra. Ma questa, in fondo, è la sfida che attende la mia generazione.

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Elettori impresentabili

C’è un motivo – sopra tutti – perché non voterò Beppe Grillo. E non è certo per l’assenza di proposte o di esperienza politica. O per quel post-ideologismo che non tiene conto delle differenze non tra i politici, ma tra politica e politica. Non è neanche per le frasi un po’ razziste, per i metodi populisti e antidemocratici, per quel “fuori dai coglioni” che da solo – per quanto mi riguarda – basterebbe a metter una croce per sempre sopra a chiunque (e non per votarlo).

Non voto Grillo perché una parte di me sa che il problema di questo Paese non sono i politici. Quella è la versione “di comodo”, quella che ci fa addormentare tranquilli la sera.

Il problema di questo Paese sono i cittadini. Perché una classe politica è sempre specchio del corpo sociale. Sempre. E se i politici sono immorali è perché i cittadini sono immorali. E se i politici son capaci è perché i cittadini son capaci. E se i politici non parlano al cuore e ai sogni della gente è perché la gente ha troppo da fare per curare i cuori e condividere e quindi realizzare i propri sogni.

Non è la mia sfiducia nel cambiamento. Né nei miei concittadini. E neanche tentativo di disimpegno. La mia è la consapevolezza del fatto che la bella sfida della politica è culturale, prima che politica/partitica. Per cambiare veramente il Paese non basterà un comico ignorante che grida nelle piazze adoranti. Quella è una storia già vista. Anche allora si parlava di cambiamento e di classi dirigenti inadeguate e corrotte. Ma non è finita bene.

Per cambiare veramente l’Italia – per dirla con le parole di Calvino – abbiamo bisogno di cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Ed è un lavoro bello, impegnativo, pre-politico e politico insieme, collettivo.

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Quindi voi mi state dicendo…

Quindi voi mi state dicendo che Beppe Grillo, il “duro e puro” che rifiuta qualsiasi contatto con la “vecchia” politica, il nuovo che viene dal basso, il novello Savonarola che promette di spazzar via i residui della Seconda Repubblica… vorrebbe Antonio Di Pietro al Quirinale?!? In pratica il Grillo rinuncia al “sono tutti uguali” per difendere chi ha costruito uno dei peggiori partiti-baracconi della storia della Repubblica?!?

Questo sarebbe il nuovo che ci aspetta?!? Comincio a fare scorte di viveri…

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Se la domanda giusta la fa D’Alema

…ecco! Sto guardando Otto e mezzo. D’Alema ha appena annunciato la sua indisponibilità a candidarsi… se vince Bersani (confermandosi così mente sopraffina della sinistra italiana!).

E facendo a Renzi la domanda/provocazione che mi ponevo oggi. Come farà il sindaco di Firenze a far “piazza pulita” se nel PD non è il segretario a decidere le candidature?

Poco importa l’indisponibilità alla candidatura di D’Alema (che di fatto pone la parola fine anche al versante mediatico della questione rottamazione!). Poco importa anche che i meccanismi interni del PD siano solo “formalmente” democratici (sappiamo quanto pesa la posizione della segreteria sulle candidature). Poco importa che D’Alema ormai parli un linguaggio che la gente non comprende più (purtroppo, forse). E che non basta oggi dire “i cittadini mi hanno scelto per rappresentarli” per dimostrare di esser nel giusto (pure Fiorito è stato scelto da migliaia di cittadini). Poco importa persino che D’Alema abbia sostenuto le stesse identiche idee antirenziane di Beppe Grillo.

La sostanza è che D’Alema – da buon politico di razza – ha posto la domanda giusta. Che avrebbero dovuto fare i giornalisti, in un Paese normale.

P.S. Lo dico onestamente: credo che Renzi abbia ragione a reclamare il ricambio dei vertici della sinistra italiana. Come ha detto Castagnetti qualche giorno fa, il mondo è cambiato e chiede uno sguardo diverso. Detto questo, ascoltare D’Alema parlare è sempre un piacere. Al di là degli errori (e forse anche delle magagne) che ha fatto.

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Statistiche vere

Scusate, ma non sopporto tanta meraviglia per notizie che non lo sono.

Stasera Mentana ha magicamente svelato un sondaggio Emg che – tra i tanti dati – ci illustra come il Movimento 5 Stelle superi nelle intenzioni di voto il Popolo della Libertà, attestandosi a quota 17,7%.

Risultato logico e piuttosto da Paese normale (il PdL, ormai orfano, si sta di fatto sciogliendo ed è travolto da inchieste giudiziarie).

Se però qualcuno si sforzasse di considerare che la cosiddetta area di non voto è attestata – sempre secondo tale sondaggio – al 53,9%, mi pare che neanche il fantomatico Beppe Grillo si dimostrerebbe poi così bravo come lo dipingono.

Così come il PD farebbe meglio a star zitto e a non galvanizzarsi (altro che “effetto primarie”!).

Se le statistiche Emg venissero ponderate, infatti, alla luce del dato astensionista, queste – più o meno – dovrebbero esser le prestazioni dei partiti nostrani, più che rammolliti: PD 15,1% – M5S 9,5% – PdL 9% – Lega Nord 3,3% – UdC 3,1% – SEL 2,8% – IdV 2,2% (seguono FLI, FdS e La Destra con ridicole percentuali di poco sopra all’1%).

Sarebbe bello che qualcuno lo dicesse (non solo io dal mio misero blog, magari…). Lo dite voi a Mentana?

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