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Fine del giornalismo?

Una volta – stando alle descrizioni forse un po’ agiografiche dell’epoca aurea in cui il giornalismo è nato – i giornalisti erano persone curiose di capire l’origine dei fatti e il perché dei fenomeni sociali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, il giornalista o è un giovane precario (sotto)pagato al pezzo, o un fine intellettuale che dal suo salotto o dalla villa in campagna piega fatti e fenomeni sociali alle sue convinzioni.
Ad esser scomparsa è la curiosità, che non si insegna più neanche a scuola.
In una siffatta società, che futuro può avere il giornalismo, se non quello di popolare rubriche intrise di gossip (politico o sportivo che sia)?

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Cosa dice il Paese

Corriere.it Cosa dice il Paese

…che poi, se consideriamo il numero dei lettori dei giornali (anche online) in Italia, gli utenti registrati su Corriere.it e le cifre sul digital divide (anche in termini di alfabetizzazione digitale)…

 

 

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Mentre siamo distratti

siriaIo non so – e mi fa rabbia – se questi bambini siano stati uccisi da armi governative o dai ribelli. Se siano vittime di armi a gas o di rudimentali kalashnikov. Se la foto sia stata scattata a Damasco o ad Homs.

Io so che queste immagini gridano. Che interrogano la mia coscienza. Ci obbligano a immaginare un mondo diverso, diverse istituzioni internazionali. E ci chiamano ad un impegno serrato. Perché in soli 30 anni ho già visto troppe immagini come queste: Bosnia, Kosovo, Somalia, Sudan, Palestina, Siria, Iraq, Afghanistan, Egitto… 

Queste immagini ce l’hanno con noi. Con tutti quelli che, dal vivo, non han mai dovute vederle.

 

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Giornalisti

Il Ministero degli Esteri nipponico ha da poche ore confermato la notizia secondo la quale Mika Yamamoto, giornalista, 45 anni, avrebbe perso la vita durante gli scontri ad Aleppo. Mika lavorava per l’agenzia Japan Press ed era – si legge su Repubblica.it – “una veterana del giornalismo di guerra, con esperienze in Afghanistan e Iraq, dove nel 2003 sfuggì per miracolo al bombardamento del Palestine Hotel di Baghdad da parte di un carro armato americano. Il reportage fatto su quella esperienza le valse il premio Vaughn-Ueeda, il “Pulitzer” giapponese”.

Quando ho letto della morte di Mika mi son ricordato di un bel reportage di Ettore Mo, sulle schiave del sesso in Bangladesh, che ho letto domenica scorsa sul Corriere.

Il punto è che oggi – per ragioni economiche, ma non solo – di reportage così si trovano sempre meno tracce sui giornali. Si preferiscono servizi politici interni, spesso conditi da quel gossip politico a cui ormai siamo assuefatti e che viene spacciato per alto giornalismo d’inchiesta, mentre rappresenta una delle furbate più vergognose di chi pretende di fare informazione oggi.

A me fare il giornalista è sempre piaciuto. Al liceo avevo in mente una vita da inviato di guerra, come Mika (o come Ettore Mo, o Tiziano Terzani). E non per amore del rischio (io sono geneticamente un fifone!), quanto per il desiderio di esserci, di vedere le cose e poi raccontarle, senza troppi sentiti dire e senza troppe “moralette” (anche perché nelle guerre è sempre piuttosto difficile distinguere i buoni dai cattivi, così come – probabilmente – nella vita).

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Cose non dette, che non torneranno

E dopo una settimana di silenzio sul blog, ti accorgi che avevi in mente tante cose da dire, non dette, che oramai sono perse nei meandri dell’inconscio e non torneranno più.

Potere della parola (poi dice che non aveva ragione Giovanni, con quel prologo che ogni volta mi fa venire i brividi), ma anche tendenza di un mondo che va troppo in fretta… e dal quale voglio scendere e scenderò, prima o poi…

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Uno sguardo sulla Leopolda

L’intervento di Renzi non è stato male… mi è piaciuto (perché mi pare il dato politico-elettorale più importante, per chi volesse guidare il Paese), il passaggio sugli astensionisti. Credo che a loro deve guardare il PD, ma anche qualsiasi partito che voglia guidare questa nostra Italia un po’ scombussolata…

Mi è piaciuto molto anche il commento di Andrea Sarubbi. Il suo parere mi interessa forse più delle parole di Renzi (che comunque, comunicativamente parlando, batte Bersani 2-0, almeno…).

Renzi continua a sembrarmi “parziale”. Ci sarebbe bisogno di un bel tandem, capace di comunicare e di far sognare, ma anche di concretizzare una sinistra che punti sul senso di comunità come tratto caratteristico (e Renzi è ancora troppo appiattito su questioni – giuste – legate a meritocrazia, vincoli eccessivi a iniziativa individuale… tutti temi giusti, ma che necessitano di una cornice chiara, altrimenti, legati solo all’individuo, rimangono un tema “di destra”).

Certo… poi ascolto Bersani:

Al di là degli argomenti proposti… sembra di ascoltare un anziano sacerdote a messa!

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Le primarie bisogna saperle fare

L’Espresso pubblica un documento riservato del PdL delirante, che sostiene di appoggiare Renzi per portare Berlusconi al Quirinale. E Renzi pensa bene di attaccare l’Espresso (che, cmq, qualche colpa “giornalistica”, l’aveva, come – in parte – avevo anche suggerito qualche giorno fa). Invece di deridere la follia alla base del documento (e quindi attaccare la destra, anziché soffiare sul fuoco dello scontro a sinistra).

Il responsabile lavoro del PD, Fassina, commentando l’evento che – con tutta probabilità – lancerà la candidatura di Renzi alle primarie 2012, lo definisce un “ex portaborse, diventato sindaco di Firenze per un miracolo” (ovvero sfruttando le divisioni interne del PD. E questo rende il successo di Renzi, forse, un po’ meno miracoloso, visto che la divisione è il tratto fondante!).

Insomma, non basta dire “facciamo le primarie”. Bisogna poi saperle fare.

È una questione di cultura politica. Negli Stati Uniti, che delle primarie sono gli artefici, lo scontro durante la campagna per le primarie è duro e non esclude i cosiddetti “colpi bassi”. Ma non s’è mai visto, in America, che i partecipanti si insultino via twitter (insulti gratuiti, che con la politica hanno poco a che fare) prima ancora che le primarie inizino. Questione di strategia e intelligenza.

Io non dico che dobbiamo copiare gli Stati Uniti (a culture politiche diverse, primarie diverse), ma almeno trovare una via italiana alle primarie, capace di stimolare il confronto, anche aspro, sul tipo di Paese che vogliamo, anziché suscitare i soliti insulti da bar sport. E far vincere la destra.

Chiedo troppo?

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Adesso non esageriamo

Che il successo di Grillo sia dovuto – in parte – anche al suo uso, abbastanza lungimirante, del web è assodato.

Dire però che Grillo sfonda dove c’è internet (banda larga, uso dei social, diffusione smartphone…) mi pare un po’ eccessivo. E riduttivo, se si vuole comprendere il successo del Movimento 5 Stelle.

Influiscono di più, probabilmente, altri fattori (come ieri faceva notare Dino Amenduni su facebook). Non ultimo, direi, la diffusione reale e locale di un movimento che – con tutte le contraddizioni del caso – si presenta con volti normali, giovani, pragmatici.

Nonostante Grillo.

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#peoplestat

Si chiama PeopleStat e introdurrà un sistema di rilevazione del sentiment di alcune issues sul web, integrando un servizio di Q&A in un social network.

Un’idea ambiziosa e affascinante… Oggi mi sono iscritto per divenire un Beta Tester e capirne la portata: vi farò sapere…

Intanto, potete cercare di capirne un po’ il funzionamento:

O vedere il video di lancio:

O ancora leggere (qui) l’intervista a Massimo Rossi, uno dei tre fondatori, a il Post Viola…

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Che senso ha la marcia per la vita

Da cristiano e da cittadino, sto cercando di capire che senso abbia la Marcia Nazionale per la Vita, prevista per domani a Roma.

Ho provato a leggere sul sito dell’iniziativa, ma non ho ancora capito benissimo. Quello che so è che la manifestazione di domani – com’era prevedibile – ha già provocato la reazione del “nemico”.

L’aborto è una sconfitta. Sempre. Comunque la si guardi. Su questo probabilmente la penso allo stesso modo dei marciatori di domani. E delle femministe di oggi. Basterebbe questo sguardo e la volontà sincera di trovare una soluzione “delicata” a farci camminare insieme. E invece no. Meglio le crociate. Ci aiutano ad autodefinirci. Il nemico ha sempre avuto questa funzione. Comoda.

Provo ad argomentare meglio. In Italia, in un momento di forte crisi (economica, culturale, politica) un gruppo di cattolici decide che è ora di portare gli eventi “pro life” all’americana anche nel nostro Paese. E così si organizza una bella marcia a Roma. Subito aderiscono i parlamentari di turno e qualche alto prelato.

Il punto è che lo spirito di chi solitamente anima questi eventi è molto “parziale”, attento a difendere il diritto alla vita nel momento del concepimento, molto meno negli altri momenti (perché difendere la vita significa anche impegnarsi per la promozione del lavoro, per la lotta alla povertà, agli analfabetismi dilaganti, a condizioni di vita tutt’altro che umane che anche da noi trovano una discreta diffusione, all’accoglienza dell’immigrato senza se e senza ma, ecc.).

Inoltre solitamente le conseguenze di questi eventi non sono affatto la sensibilizzazione della popolazione su temi specifici. Di solito la conseguenza di questi eventi si esaurisce nel polverone di reazioni che ne segue. Punto.

Come il Family Day. Che ha avuto l’unica conseguenza di affossare i DICO e screditare l’allora governo Prodi. Per poi ritrovarsi con Berlusconi di nuovo al potere. Allegramente divorziato e  risposato. E anche piuttosto divertito in festini di dubbia cristianità. Della serie: non erano meglio, nell’interesse della famiglia, accettare i DICO che ritrovarsi un premier così?!?

E del resto, nessuna seria politica per la famiglia è scaturita da quegli eventi. E l’argomento è tornato in soffitta. Da dove qualcuno l’aveva ripreso.

A me piacerebbe proprio un Paese diverso. In cui le persone hanno la meglio sulle etichette. Dove si può dialogare da posizioni diverse, talvolta senza la necessità di dover trovare per forza un compromesso. Dove ciascuno sia consapevole delle ripercussioni che hanno le proprie scelte. E proprio per questo decida di scegliere.

E dove noi cristiani non dobbiamo per forza farci notare, rafforzare il nostro senso di appartenenza, quasi come fossimo un esercito. Con un nemico ben chiaro da combattere.

Un volta un amico mi ha detto che il cristiano è come un apolide. Non conquista territori. E non costruisce edifici dove arroccarsi per contrastare il resto del mondo. Ma si scioglie in tante appartenenze diverse. Per saporirle. Vorrei essere anch’io un cristiano così.

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