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Fine del giornalismo?

Una volta – stando alle descrizioni forse un po’ agiografiche dell’epoca aurea in cui il giornalismo è nato – i giornalisti erano persone curiose di capire l’origine dei fatti e il perché dei fenomeni sociali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, il giornalista o è un giovane precario (sotto)pagato al pezzo, o un fine intellettuale che dal suo salotto o dalla villa in campagna piega fatti e fenomeni sociali alle sue convinzioni.
Ad esser scomparsa è la curiosità, che non si insegna più neanche a scuola.
In una siffatta società, che futuro può avere il giornalismo, se non quello di popolare rubriche intrise di gossip (politico o sportivo che sia)?

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Mr Preferenze

A Messina, il GIP firma l’ordine di custodia cautelare in carcere per l’on. Francantonio Genovese. Avvocato, una carriera politica tra DC, CDU, UDR, PPI, Margherita, PD. Ma soprattutto legato ad un dato significativo alle primarie 2012 del PD per scegliere i candidati alle elezioni politiche: 19.590 preferenze e record nazionale.

Oggi si scopre che “in cinque anni, con un sistema di enti e società tutti a lui riconducibili, avrebbe fagocitato sei milioni di euro di risorse pubbliche destinate alla formazione professionale”, distribuendo – presumibilmente – soldi, posti di lavoro, favori.

Segno che, al di là della retorica, la politica è molto più vicina al “Paese reale” di quanto spesso sosteniamo. Continua a leggere

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Padron Palanca

Ché il modo migliore per ricordare Mario Lodi rimane quello di continuare a raccontare le sue storie.

Nella sua fabbrica padron Palanca faceva le bibite con gli scarti del petrolio. Ma nessuno comperava quelle bibite perché non piacevano. Allora inventò una pubblicità televisiva per convincere la gente a bere.

Una bibita da re per la mamma, per il papà e per te!

Così tutti le bevevano…e lui diventò ricco ricchissimo quasi come il re.
I ricchi sono sempre amici dei re e anche padron Palanca lo diventò. Una sera andò a cena nel suo castello gli disse:
“Ho un’idea! Perché non facciamo una grande guerra? Io ti costruirò una strabomba che nessuno ce l’ha e tu mi darai centro stramilioni. Io diventerò il più ricco del mondo e tu il re di tutta la terra”.
“Bene” disse il re, “ma come si fa a convincere la gente a fare la guerra per noi?”.
“Ci penso io” disse padron Palanca. Diventò capo della tv e fece un telegiornale pieno di pubblicità che diceva: “È bello combattere per il re e per me”.
E la gente credeva alle sue parole bugiarde, come beveva le sue bibite.
Padron Palanca nella sua strafabbrica nuova costruì la strabomba, gli aerei, i carri armati, i fucili e tutto quello che occorreva per fare la grande guerra. E vendette tutto al re per centostramilioni.

Il giorno della guerra il popolo, in piazza, guardava sul maxischermo il re e il generale Palanca.
Il generale diceva: “La guerra è incominciata. Fra poco vedrete l’aereo che sgancia la strabomba sul nemico. Noi siamo i più forti e vinceremo. Via il re e viva me!”.
L’aereo era arrivato sulla grande città e il generale ordinò: “Butta la strabomba sul nemico!”.
Il pilota guardò giù e vide bambini che giocavano. E pensò: “Se sgancio li ammazzo!” E volava sulla città che brillava al sole in cerca del nemico.
“Butta la bomba” ordinò il re arrabbiato.
Il pilota non ubbidiva, volava e cercava il nemico, e diceva: “Vedo solo bambini e gente che lavora… il nemico non lo vedo… il nemico non c’è”.
Il re e il generale gridarono insieme: “Sono loro il nemico! Sgancia e distruggili!”.
Ma il popolo e i soldati urlarono tutti insieme: “NO”.
Urlarono tanto forte che il pilota li sentì. Allora tornò indietro, volò sul castello e disse al re: “La bomba la butto addosso a te!”.
Insieme al generale il re scappò e da quel giorno un’altra storia incominciò.
In tutta la terra una storia senza guerra.

Da Favole di pace (via Internazionale)

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Sono diventato un luddista?

Massimo Mantellini, oggi sul suo blog, dice che

Dopo avercela cantata per mesi sul futuro radioso del libro elettronico, sui risparmi per le famiglie e sulla modernità subentrante, quattro giorni fa il Ministero dell’Istruzione ha emesso una circolare nella quale rimanda di qualche anno l’adozione degli ebook e riconsente alle case editrici di modificare ogni anno i testi scolastici per massimizzare il profitto. Da vergognarsi, ma molto.

Si riferisce, ovviamente, al tentativo – riuscito – delle case editrici di rinviare l’obbligo di adozione di libri di testo online, parte in formato cartaceo, parte in formato digitale. Misura che avrebbe certamente ridotto i costi per le famiglie.

Non voglio ovviamente fare l’avvocato del diavolo. Tantomeno difendere le “orribili e potenti” case editrici. Ma comincio ad avvertire nausea forte di fronte ai commenti dei tecnoentusiasti. Perché la scuola – e il mondo dell’educazione in generale – attraversa una crisi epocale. Culturale direi. E di valori. Con un tasso di tensione insegnanti-famiglie mai così alto (per la logica che si fa la guerra sempre quando si è deboli).

L’adozione di libri di testo online è una misura buona, ma totalmente ininfluente su tali problemi. Chi sostiene il contrario non conosce la scuola e la necessità di recuperare tempi lunghi e lenti, come le relazioni umane. 

Aggiungo anche che il formato online potrebbe aprire anche un dibattito su come conciliare tecnologia e qualità (che significa assicurare alle case editrici o comunque a chi scrive libri il giusto compenso per mandare avanti la baracca). Perché altrimenti facciamo la fine dei giornali, dove in nome del technological correct, abbiamo visto finire miseramente l’era dei giornalisti d’assalto e dei reportage (visto che una testata online con quattro redattori difficilmente riesce a pagare un reporter!).

Ma forse, son io che vedo tutto più complesso di come viene descritto. O che, forse, mi sto trasformando in un luddista d’antan. 🙂

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Disciplina e rivoluzione

La mia generazione non sa cosa significa la parola disciplina.

Le hanno insegnato che la disciplina ha a che fare, in qualche modo, con le regole, con l’imposizione, che ha un non so che di militaresco. La disciplina è rigida e la rigidità è male. La disciplina è dunque male, anche se non sappiamo bene cos’è.

La mia generazione – e quelle che son venute dopo ancor di più – ha un rapporto difficile con la regola. Al cinema gli eroi di solito infrangono le regole, non le rispettano. Perché la regola è castrante nei confronti dell’individualità. La regola – questo ci hanno insegnato e la mia generazione difende questa conquista a denti stretti – è imposizione e l’imposizione è contro la libertà. E la libertà – seppur vaga e inflazionata – conserva un carattere sacro, intoccabile.

La mia generazione ha un problema a dire noi. Se si incontra un gruppo di ragazzi oggi e si chiede ad ognuno di descrivere brevemente i propri sogni, quasi nessuno farà riferimento a qualcosa che includa l’altro: si sogna un mestiere (preferibilmente “in solitaria”), si sogna di ballare, cantare, suonare, diventare un calciatore. I più arditi sognano una ragazza, i demodé di metter su famiglia.

Per questo la mia generazione è indifferente alla politica, come alla religione. E pure alla famiglia, in fondo.

Le hanno fatto credere (e lei ci si è accomodata non senza qualche complicità) che l’altro è minaccia più che ricchezza. E le hanno negato così la possibilità di realizzarli, quei sogni. Perché un sogno incrocia, include sempre un altro. Che sia la ragazza con cui sogni di trascorrere la vita. Il gruppo di amici con cui sogni un’avventura grande insieme. I compagni di scuola con cui sogni di cambiare il mondo.

La mia generazione tenta di sviare la fatica. Le hanno insegnato per decenni che il furbo, il bravo, lo sveglio ottiene il massimo col minimo sforzo. Da questo, la mia generazione ha dedotto che l’importante è sempre il minimo sforzo. Poco importa se questo significa rinunciare al massimo. E l’assenza del massimo abitua a pensare che l’optimum in realtà non esista o che sia sempre e comunque una questione soggettiva. La dittatura del soggettivo ci ha ingannato, facendoci credere che la perfezione sia un’illusione, una forma di violenza sull’individuo. Così ci siamo arresi ad un mondo di mediocrità.

Ribellarsi alla mediocrità significa vivere il senso della fatica che porta alla perfezione. Riscoprire che senza l’altro non esistiamo e che senza che l’io diventi un noi, ogni sogno rimarrà sepolto in un cassetto. Comprendere che le regole danno senso alla libertà. E non perché “la mia libertà termina dove inizia quella dell’altro”, che è una teoria vecchia come il cucco e profondamente falsa. Ma perché la mia libertà passa per l’inclusione dell’altro. E l’altro mi limita sempre. Vivere quel limite è essere liberi. E ogni limite impone una regola. Amare la regola è comprendere il mistero dell’altro. Sempre. Senza regola, siamo dei poveracci.

Infine, riappropriarci della disciplina. Tutti i grandi uomini che ho incontrato finora – e ce ne sono! – hanno in comune la disciplina. Spesso confondiamo la disciplina col senso del dovere o con l’obbedienza a imposizioni esterne. Ma disciplina è capacità di esser fedeli alle proprie scelte. Una qualità che si apprende – se si apprende – dopo un lungo allenamento. Ammiro gli uomini che sono in grado di disciplinare la propria vita, di vivere gli ideali sulla propria pelle, concretamente. Di non venir meno alla prima difficoltà. Senza perdere l’umiltà. Perché anche per esser umili serve disciplina.

Ogni piccola o grande rivoluzione chiede disciplina, perché chiede ideali, perfezione, fedeltà. E la rivoluzione contro la mediocrità ancor di più. Ne sono convinto.

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Da grande voglio fare il giornalista scolastico

Oggi, leggendo Tullio De Mauro su Internazionale e ricordando quando da piccolo mia madre mi leggeva le storie fantastiche di Gianni Rodari… ho capito… da grande voglio fare il giornalista scolastico! Da dove comincio?!?

P.S. Gianni Rodari… gli devo tantissimo: come avrei imparato altrimenti in una volta sola spensieratezza, creatività e felicità?!?

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Cambiare il mondo

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E poi d’improvviso t’accorgi che te avevi deciso di cambiare il mondo e che ora hai l’età giusta per farlo. E che per cambiare il mondo devi cambiare le vite degli altri. E che per cambiare le vite degli altri devi cambiare la tua.

Bisogna tornare a perdersi per poi ritrovarsi… nella danza della vita, quella della tua intimità, senza troppi spettatori (ché quelli non sono importanti!).

 

 

 

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Figli

Sono stanchissimo… è stata una giornata bellissima, intensa…

Mi porto a casa l’aver riscoperto anche oggi che ci sono cose più importanti di tutta questa frenesia quotidiana… e che bisogna esser forti a tal punto da saperle proteggere da noi stessi e dalle cose che riempiono le nostre agende…

E poi c’è questo video, che ho ritrovato dopo anni… e che mi fa sentire piccolissimo e allo stesso tempo mi fa stare così bene… basta poco,  in fondo… 🙂

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Perché

Gli antropologi sanno bene che in qualsiasi società la vita di un individuo è scandita da riti. I quali sanciscono il passaggio da una fase all’altra, da uno status ad un altro.

Oggi nelle nostre società “secolarizzate” tutto è più difficile. Fino a qualche decennio fa, ad esempio, il primo contratto di lavoro o il matrimonio sancivano il passaggio di un individuo dall’adolescenza o giovinezza all’età adulta. Non a caso, questi eventi venivano festeggiati insieme alle persone più care.

Oggi non è più così. Quegli stessi eventi che fino a qualche decennio fa segnavano il passaggio ad una condizione “definitiva” nella vita di una persona, oggi hanno perso la loro caratteristica principale: al matrimonio spesso seguono separazioni, divorzi e ulteriori matrimoni. Il primo contratto di lavoro (precario) non garantisce più la sicurezza necessaria ad impedire regressioni nel mantra della disoccupazione.

E così alla domanda: ma quand’è che un essere umano diventa adulto? non sapremmo trovare una risposta.

L’altra sera sono stato a cena in pizzeria con gli amici con cui abbiamo giocato a fantacalcio quest’anno. Ci siamo conosciuti in oratorio e per anni alcuni sono stati animatori, altri sono “passati” per i gruppi giovanili. Poi le strade si sono separate, ma è rimasta l’amicizia.

Matteo è uno di questi ragazzi. Una capoccia dura (la sua) e tante incacchiature (le mie). E viceversa. Ancora ci pizzichiamo quando pubblica “ricordi” del ventennio fascista – così, un po’ per sfida – sulla sua bacheca facebook.

L’altra sera, davanti alla pizza, si parlava, si scherzava come sempre. Ci si prendeva in giro e ognuno diceva un po’ quello che avrebbe fatto il prossimo anno e negli anni a venire. Sogni, scommesse, desiderio di futuro. Questi sono i momenti più belli e autentici. Poi d’un tratto Matteo s’è fermato e con quell’aria canzonatoria che di solito ha nei miei confronti, m’ha chiesto che senso avesse tutta la vita. Perché uno lavora e s’ammazza per anni e poi tutto finisce. Per quale motivo uno dovrebbe viver così? Per il paradiso? E se poi non ci fosse nulla e fosse solo tutto un grosso inganno?

Non ho risposto. Ho abbozzato una mezza battuta. Sul fatto che il paradiso non è “poi” ma qui ed ora. Ed è la felicità qui ed ora la posta in palio. Ma non era importante la risposta. D’un tratto ho capito che Matteo aveva fatto il salto. S’è chiesto il perché giusto. E il mio compito d’animatore e d’educatore è finito. Sarà lui a cercarsi la risposta. Ora è un uomo.

Auguri Matté… la vita non sarà semplice e a volte ci domanderemo chi ce l’ha fatto fare. Ma rimane l’avventura più bella. E io ti auguro di esser felice qui ed ora. Che è poi il motivo per cui la nostra amicizia è nata e continua.

Quel perché è stato il suo rito di passaggio. L’iniziazione di Matteo. Ora è tutta una salita, forse. Ma fatta da uomo. 😉

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Scuola macedonia

Ma… onestamente… crediamo davvero che aumentando il numero delle tipologie di scuola si migliori la formazione dei ragazzi?!?

Mai come oggi la scuola ha bisogno di qualità, non di quantità… E la qualità si persegue aumentando gli investimenti (dello Stato), puntando su una formazione adeguata degli insegnanti, riscoprendo il valore dell’educazione e delle sfide che le nuove tecnologie pongono ai ragazzi di oggi e alla loro sete di libertà. Una sete che il mondo degli adulti ha il dovere di colmare!

Il liceo “sportivo” – con più ore di educazione fisica, in un’epoca in cui lo sport è onestamente sovradimensionato nella vita e nei tempi dei ragazzi (responsabilità degli adulti che preferiscono “riempire” il tempo dei piccoli, anziché “coltivarlo”!) – è l’ennesima risposta sbagliata ad una domanda reale (quella di riforma della scuola, medie in pole position!).

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