Archivi tag: giornalismo

Fine del giornalismo?

Una volta – stando alle descrizioni forse un po’ agiografiche dell’epoca aurea in cui il giornalismo è nato – i giornalisti erano persone curiose di capire l’origine dei fatti e il perché dei fenomeni sociali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, il giornalista o è un giovane precario (sotto)pagato al pezzo, o un fine intellettuale che dal suo salotto o dalla villa in campagna piega fatti e fenomeni sociali alle sue convinzioni.
Ad esser scomparsa è la curiosità, che non si insegna più neanche a scuola.
In una siffatta società, che futuro può avere il giornalismo, se non quello di popolare rubriche intrise di gossip (politico o sportivo che sia)?

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Cosa dice il Paese

Corriere.it Cosa dice il Paese

…che poi, se consideriamo il numero dei lettori dei giornali (anche online) in Italia, gli utenti registrati su Corriere.it e le cifre sul digital divide (anche in termini di alfabetizzazione digitale)…

 

 

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Volevo tacere su Santoro… e invece…

Mi ero riproposto di non parlare della trasmissione di Santoro ieri (che, tra l’altro, non ho visto). Sono però sommerso dai commenti di amici e conoscenti su ogni social network (com’era la storia che la TV era morta?).

Mi pare che il commento di Giovanna Cosenza sia – come spesso accade – totalmente condivisibile.

Una sola postilla: se solo imparassimo a non sceglierci sempre e continuamente paladini del libero pensiero a cui affidare la difesa di questa stramaledetta libertà d’espressione di cui tutti parlano e che tutti invocano… a quest’ora uomini dello spettacolo come Santoro e Travaglio non verrebbero confusi con chi – tra mille difetti e limiti – cerca di fare il mestiere del giornalista.

E avremmo considerato la puntata di ieri nientemeno che un varietà, l’ennesimo con nani, ballerine, buffoni.

Il giornalismo è ben altro, richiede fatica, intuito e anche quel tanto di ambizione che ti permette di fregartene dell’audience pur di metter sotto scacco (che non significa esser partigiani! Anzi…) il potente di turno.

P.S. Il post di Luca Sofri oggi – che non condivido al 100% ma quasi – racchiude tutta la mia delusione e il mio sconforto riguardo alla situazione politica attuale.

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Scriva. Sempre.

L’editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale di questa settimana (tre consigli per un aspirante giornalista) è – nella sua semplicità – forse uno di quei pezzi da mettere nella valigia. Professionale e umana. E mi ricorda i sogni più belli. E le scommesse più difficili.

Scriva. Sempre. Tutti i giorni. Un tweet, un post, una lettera, un articolo. Rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta, ha la fortuna di avere a disposizione uno strumento straordinario: internet. Lo sfrutti. La rete è la sua più grande alleata, per fare ricerche, per entrare in contatto con altri giornalisti, per cominciare a raccontare le sue storie anche se non lavora in un giornale. Cerchi di scrivere in modo chiaro e semplice. Non abbia paura di far rileggere i suoi articoli a qualcuno di cui si fida prima di pubblicarli. Esca. Si guardi intorno. Sia curioso. Faccia domande. Il mondo è pieno di storie incredibili che aspettano solo di essere raccontate. E i buoni giornalisti non saranno mai abbastanza.

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Autografare fazzoletti

Si domanda Proforma (citando Fabio Chiusi): “Voi firmate i tovaglioli di carta quando prendete appunti? Noi no”.

Ed in effetti…

Perciò… correggetemi se sbaglio… delle due l’una: o il fazzoletto è un falso, oppure è l’ennesima trovata di Berlusconi per attirare l’attenzione e risalire la china (impresa forse un po’ troppo ardua questa volta, a dir la verità).

E a questo punto, mi chiedo – sempre con la dovuta umiltà – ma al Tirreno dalla mattina alla sera che fanno? Giornalisti, furbi o tontoloni?!?

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La scoperta che Travaglio è di destra

Ieri, con un editoriale a dir poco retorico, Ezio Mauro ci ha illustrato per quale motivo possiamo finalmente considerare Marco Travaglio un giornalista “di destra”. È arrivato tardi – come hanno fatto notare in molti – ma ci è arrivato.

Ora aspettiamo tutti un mea culpa sul neo-ideologismo di cui Repubblica si è fatta baluardo da qualche decennio a questa parte, un mea culpa sui partigiani elevati a giornalisti che ci ha rifilato (a cominciare dall’ormai illegibile Flores d’Arcais), un altro sul contributo allo smarrimento della sinistra italiana, che ormai culturalmente non si capisce più se sia divenuta una riedizione del Partito Radicale o un revival della Democrazia Cristiana senza cristiani.

Poi un giorno ci dirà, Ezio Mauro, che un giornale con un direttore che cambia con la rapidità dei Papi e con una sorta di messia che impartisce al mondo, attraverso la Pravda da lui fondata, il Verbo della salvezza (rigorosamente laico, ma più dogmatico del catechismo), forse con democrazia, Costituzione e tutela della libertà di cronaca… non è che abbia poi tanto a che fare.

Perché io ho come la sensazione che negli ultimi decenni abbiamo aggiunto alle ridicole pubblicazioni del gruppo Fininvest/Mediaset/Mondadori, col loro mix di boiate, gossip e veline, altri pamphlet che hanno l’unico scopo di dimostrare (ma il giornalismo mostra o dimostra?) che l’Italia è turpe e vergognosa. Per l’informazione sempre meno spazio. La curiosità e la vivacità intellettuale sono stati prepensionati. Questa Italia post ideologica è più ideologica di prima.

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Giornalisti

Il Ministero degli Esteri nipponico ha da poche ore confermato la notizia secondo la quale Mika Yamamoto, giornalista, 45 anni, avrebbe perso la vita durante gli scontri ad Aleppo. Mika lavorava per l’agenzia Japan Press ed era – si legge su Repubblica.it – “una veterana del giornalismo di guerra, con esperienze in Afghanistan e Iraq, dove nel 2003 sfuggì per miracolo al bombardamento del Palestine Hotel di Baghdad da parte di un carro armato americano. Il reportage fatto su quella esperienza le valse il premio Vaughn-Ueeda, il “Pulitzer” giapponese”.

Quando ho letto della morte di Mika mi son ricordato di un bel reportage di Ettore Mo, sulle schiave del sesso in Bangladesh, che ho letto domenica scorsa sul Corriere.

Il punto è che oggi – per ragioni economiche, ma non solo – di reportage così si trovano sempre meno tracce sui giornali. Si preferiscono servizi politici interni, spesso conditi da quel gossip politico a cui ormai siamo assuefatti e che viene spacciato per alto giornalismo d’inchiesta, mentre rappresenta una delle furbate più vergognose di chi pretende di fare informazione oggi.

A me fare il giornalista è sempre piaciuto. Al liceo avevo in mente una vita da inviato di guerra, come Mika (o come Ettore Mo, o Tiziano Terzani). E non per amore del rischio (io sono geneticamente un fifone!), quanto per il desiderio di esserci, di vedere le cose e poi raccontarle, senza troppi sentiti dire e senza troppe “moralette” (anche perché nelle guerre è sempre piuttosto difficile distinguere i buoni dai cattivi, così come – probabilmente – nella vita).

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Il Vangelo in una mano, il giornale nell'altra

Un post di fretta, giusto per segnalare un bell’articolo di Thomas Reese, gesuita ed ex direttore di “America”, dal titolo Jesus had enemies and so does good journalism, apparso sul sito internet della rivista Popoli.

Bello soprattutto per il ricordo di un suo amico scomparso, Roy, ma soprattutto per quell’idea bella del buon giornalismo che non dispiace a Dio!!! 😉

Lo riporto integralmente, in lingua inglese (ma facile da leggere)… spero dia utili spunti a chi ha la “vocazione” del giornalismo!

If you believed some Catholic bishops and some newspapers, you could easily conclude that the only thing Christians, especially Catholics, are concerned about is sex. Yet if you read the gospels, you get an entirely different impression. The Jesus of John’s Gospel is fixated on love: God’s love for us and our responsibility to love one another. As we heard this evening in the Gospel: “This is my commandment: love one another as I love you.”
In the climatic last judgment scene in Matthew’s Gospel, the final judgment does not emphasize sex; it emphasizes how we treat the hungry, the thirsty, the naked and the imprisoned. Jesus came to establish the reign of God, the kingdom of God, a world of justice, peace and love. This is why he was killed, and God raised him up to show that his defeat would not be final.
In this context, I think we need to see journalism as a vocation within the Christian community. To be a Christian today, you have to hold the Bible in one hand and a newspaper in the other. You have to read the Scriptures to be inspired and motivated to change the world, and you have to read the newspaper to find out what needs changing. That is why good journalism is so important to us not just as citizens but as Christians.
Jesus had enemies and so does good journalism. Reporters around the world have been killed, not just in wars, but for reporting on corruption and crime. They are martyrs for the truth. More insidious enemies are the bean counters who try to turn the temple of truth into a profit center or a branch of the entertainment industry.
From what I have learned from you about Roy, he was a true professional committed to truth. He was patient and helpful to those learning the trade. He understood that journalism is a vocation, not just a job. He was an inspiration to all who knew him. His loss touches everyone here.
As we continue our Eucharist, we can imagine Roy in heaven comparing notes with some other great writers: Mathew, Mark, Luke, John and Paul. That would be an editorial meeting worth attending.
In Roy, we celebrate a life devoted to the truth. Jesus said, “I am the way, the truth and the life.” As Roy sought the truth, he was also pursuing Jesus. In this Eucharist, we remember that as Jesus went through death to the resurrection, so to Roy and all of us will be transformed through our lives and death to join in the resurrected body of Christ.

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