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Partiti

Ma se un partito è un gruppo di persone, che persegue un obiettivo politico e si da – come tutti i gruppi di persone di questa terra – delle regole condivise, cosa c’è di riprovevole nel fatto che, sempre in base a tali regole, alcuni vengano espulsi dal suddetto partito?

Io quelli che si stracciano le vesti per le espulsioni di ieri nel M5S proprio non li capisco. Indignatevi se e quando qualcuno viene picchiato dai propri compagni di partito. O penalizzato in un concorso pubblico per la propria appartenenza politica. Indignatevi se viene discriminato sul posto di lavoro. Indignatevi insomma quando siamo di fronte ad “epurazioni” vere: i fascisti non epuravano espellendo dal PNF, ma picchiando, licenziando, impedendo a cittadini che non condividevano le proprie idee di lavorare e vivere serenamente.

C’è quantomeno un po’ di confusione sul concetto di democrazia, mi pare.  Continua a leggere

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Creare il quadro

Mi ha colpito molto l’irruenza anti-grillina del premier Renzi durante il dibattito per la fiducia in Parlamento. Mi ha anche un po’ sorpreso, devo dire la verità. E mi sorprende molto lo iato tra ciò che sta accadendo e i commenti dei giornalisti, sospesi tra l’abbraccio interessato del nuovo verbo renziano e l’antico odio verso il sindaco di Firenze e tutto ciò che dice/fa.

E invece, secondo me, il giornalismo dovrebbe almeno tentare qualche lettura. Senza troppe pretese, ma almeno provarci. Possibilmente lasciando da parte il tifo da stadio, foriero di tante cose, tutte non buone.

E allora proviamoci Continua a leggere

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Berlusconi ha vinto

Guardate che Berlusconi non ha vinto perché Renzi ha stipulato con lui il “patto dell’Italicum”… E neanche perché alla fine è riuscito – benché condannato ed interdetto dai pubblici uffici – a farsi ricevere dal Colle per le consultazioni per la formazione del nuovo governo…

Berlusconi ha vinto perché “tette e culi” sono oggi la via principe per fare pubblicità a qualsiasi (QUALSIASI) prodotto. Continua a leggere

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Ci risiamo

Serviva il solito inutile articolo di Pierluigi Battista oggi sul Corriere a risvegliare l’anacronistico e dannoso dibattito – tipico della sinistra italiana – se il PD debba “pescare voti” a sinistra o a tra i moderati. Di questi tempi se il PD avesse una linea chiara (pure di destra), già sarebbe una buona notizia! Credo poi che difficilmente ci si potrebbe cimentare in impresa più ardua e idiota del voler fare la radiografia di chi non vota, utilizzando la categorie classiche “destra/sinistra”.

Ciò che Battista (o Gilioli) non hanno ancora capito (nonostante il voto ai 5 Stelle, che da questo punto di vista è illuminante!) è che la società italiana – dopo il ventennio di immobilismo consumista berlusconiano, seguito al crollo del Muro di Berlino – non può esser più letta con le categorie dei nostri padri. Che ci sono molte “domande” che la società pone alla politica che non sono né di destra né di sinistra e a cui in questi anni né la destra né la sinistra hanno dato risposta. Ascoltare queste domande è la chiave di volta se si vuole vincere.

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Nunc dimittis

È il rischio del M5S: occupare un trono-postazione, in attesa dei tempi in cui il Messia verrà col suo Regno. Non lo sfiora il sospetto che il Regno sia già qui, che l’attesa sia un escamotage. Che le vie non siano due ma una: rinunciare all’isolamento splendido del trono, aprire un varco, proporre a chiare lettere il nome di un suo papa Francesco. Altrimenti ti chiamerai movimento ma vecchio partito rimarrai: con le sue abitudini da recinto, con la sua sconnessione dalla cittadinanza attiva che ti ha fatto re.

Quel che urge non è la prorogatio dell’esistente – una delle tentazioni di Cinque Stelle – ma la declaratio con cui Benedetto XVI ha innovato, spogliandosi del proprio scanno: le forze che ho “non sono adatte a esercitare in modo adeguato il ministero”. Alcuni hanno detto: “è la fine”. Era un inizio invece, era rinuncia a parte di sé per far spazio al nuovo. Così per i politici: sono a un bivio, e chi serve i propri ideali diminuisce un po’ se stesso, coglie il momento se si presenta. Apprende la destrezza astuta che prolunga il carisma: fin da subito mostra che entrare in un’altra orbita politica è possibile. E se non a Dio, chiede alla coscienza: “Dimettimi, esiliami dall’istinto abitudinario che mi abita”.

Dallo splendido articolo di Barbara Spinelli, ieri, su Repubblica (che merita di esser letto per intero!)

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Guardando la prima seduta del Parlamento…

Ed ecco che mentre guardo questo spaccato di umanità che è il nuovo Parlamento, mi vengono in mente le parole di don Lorenzo Milani.

Ho poi studiato a teologia morale un vecchio principio di diritto romano che anche voi accettate. Il principio della responsabilità in solido. Il popolo lo conosce sotto forma di proverbio: “Tant’è ladro chi ruba che chi para il sacco”. Quando si tratta di due persone che compiono un delitto insieme, per esempio il mandante e il sicario, voi gli date un ergastolo per uno e tutti capiscono che la responsabilità non si divide per due. Un delitto come quello di Hiroshima ha richiesto qualche migliaio di corresponsabili diretti: politici, scienziati, tecnici, operai, aviatori. Ognuno di essi ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che quella cifra andasse a denominatore. Un rimorso ridotto a millesimi non toglie il sonno all’uomo d’oggi. E così siamo giunti a quest’assurdo che l’uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di far male e si pentiva. L’aviere dell’era atomica riempie il serbatoio dell’apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente. A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore. C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto. A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.

E ripenso alla mia responsabilità, ché quegli uomini e quelle donne stanno lì (in Parlamento) anche per il mio voto.

Alla responsabilità dei partiti, che non possono (anche se lo fanno spesso) scaricare sui cittadini che non li votano – fosse anche per ignoranza – le responsabilità dei propri fallimenti (vedi atteggiamento di tanta parte del PD sul voto grillino!).

Alla responsabilità dei grillini, ché in fondo quelli che stavano lì prima di loro, in passato li han votati anche loro (e magari hanno accettato in cambio pure qualcosa, talvolta): perciò più che continuare a dipingere gli altri come “la casta” e loro come i supereroi, dovrebbero cominciare a farci vedere di cosa son capaci e quali proposte (e come) intendono portare avanti.

Ché a maledire la notte, non si fa mica giorno!

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Silenzio elettorale

Fa un po’ impressione, dopo la campagna elettorale più urlata che ricordi, una giornata di silenzio. Molti la criticano, questa norma che vieta di fare campagna elettorale il giorno prima delle votazioni. A me piace molto. Risponde probabilmente a valori antichi. Ad un’idea di comunicazione che è fatta di parole, ma anche – appunto – di silenzi, meditazione, riflessione, per chi crede persino preghiera. Mi ricorda la Costituzione e lo spirito con cui è stata scritta e di cui avverto forte, oggi, la mancanza.

Il silenzio mi aiuta ad ordinare le idee. Questa è un po’ la sintesi dei pensieri – spesso confusi – che mi ronzano in testa:

Uno. Capire quali priorità.

In fondo, è la prima cosa che dovremmo fare quando scegliamo chi andare a votare. Perché difficilmente ci sarà un partito di cui approviamo tutto. E quindi occorre capire quali cose son più importanti per noi (disoccupazione? Europa? Diritti civili? Difesa della vita? Immigrazione? Tagli ai costi della politica?) e capire per quale/i partiti le nostre priorità sono anche loro priorità. Punto. Negli ultimi anni, invece, – complice una classe dirigente non certo celebre per l’integrità morale – questa operazione è stata sostituita da una valutazione sulla (presunta) onestà dei candidati. Un’operazione titanica, dato che l’uomo è un mistero persino a se stesso! Figuriamoci se sia possibile sapere aprioristicamente se un candidato si rivelerà corretto e moralmente integro o meno. Senza poi parlare delle caratteristiche specifiche del sistema elettorale, che ti fa votare una lista già stabilita e non la persona. Impedendoci, così, di scegliere la persona presumibilmente più onesta (la logica ci suggerirebbe, tra l’altro, che non esistono liste/partiti di onesti e liste/partiti di ladri… ma ora mi sembra di spingermi un po’ troppo oltre!).

Due. Ogni popolo ha la classe politica che si merita.

La ribalta del Movimento 5 Stelle in questa tornata elettorale, riporta al centro del dibattito – secondo me – un tema: ma la società è veramente migliore della classe politica che la rappresenta nelle istituzioni?

La mia risposta – lo dico subito – è assolutamente e convintamente: NO. Le prove sarebbero sotto gli occhi di tutti: il vituperato Fiorito ha preso migliaia di voti di preferenza alle passate elezioni regionali nel Lazio (e solo un bambino crederebbe in un errore di valutazione di massa!). Lo scandalo MPS, che – giustamente – pone sotto accusa i rapporti tra banca e politica, non tiene in considerazione che grazie a quel sistema migliaia di imprese e progetti locali son stati finanziati, giusti o sbagliati che fossero. Rendendo di fatto il Monte dei Paschi una banca pubblica, che faceva comodo a molti. Il problema vero di questo Paese non è politico/partitico, ma culturale. Non abbiamo, in poche parole, un problema di classe dirigente. Noi abbiamo (accanto a milioni di persone oneste, che fanno il loro dovere con passione e dedizione) un problema di disonestà diffusa, a tutti i livelli.

Perché Grillo allora fa successo? Perché propone una risposta comoda: un’autoassoluzione di massa unita alla caccia all’untore (il politico, il giornalista). Il consenso di Grillo – che può avere molteplici chiavi di lettura – dimostra tutti i limiti del sistema democratico (che rimane comunque il miglior sistema politico attuale, ma questo non significa nulla!).

Tre. Leader.

Io detesto chi riduce tutto ai soli contenuti. Non è vero che in politica vengono prima i contenuti. Questa è uno degli slogan classici della sinistra italiana. Ed è sbagliata. Le persone sono importanti. Se Berlusconi proponesse per assurdo di tassare i grandi capitali, io comunque non lo voterei. Perché so chi è. E cosa è stato – purtroppo – per questo Paese.

Sul fronte leader non sono entusiasta: non c’è un leader che mi soddisfa. E il motivo è semplice: non c’è attualmente un leader capace di parlare al cuore del Paese, cosa che ritengo assolutamente imprescindibile se vogliamo uscire da questa crisi (che non è solo economica e richiede dunque risposte prevalentemente non economiche). Attualmente abbiamo leader capaci di parlare allo stomaco del Paese (Grillo) o allo stomaco dei “suoi” (Berlusconi), abbiamo leader capaci di parlare alla testa del Paese (Monti) o al cuore dei “suoi” (Bersani, Ingroia).

Per capire meglio di cosa parlo, suggerisco di andare al cinema a vedere Viva la libertà, nelle sale in questo periodo.

Abbiamo bisogno di un leader che parli al cuore, che smuova energie, impegno, passione. Dei singoli e delle comunità. In ogni campo della vita pubblica. Non parlo di un politico perfetto (non esistono politici perfetti) e neanche – se volete – di capacità di governo. Parlo di un catalizzatore. Perché – come più volte suggerito dal Ministro Barca – le risposte già ci sono nella società, occorre solo sostenerle, incoraggiarle, estenderle, portarle all’attenzione pubblica. In una società stanca e persino rassegnata, abbiamo bisogno di un motivatore sano (non quelli ridicoli all’americana, per intenderci!).

Quattro. Perché i politici non sono tutti uguali.

Ci sono alcuni aspetti che mi preoccupano. Il primo è l’incredibile diffusione di luoghi comuni. Per carità, fa parte del gioco politico. Ma mi sembra che ora siano state contagiate anche fasce della popolazione e persone che ho sempre reputato attente e intelligenti. Si tratta – insomma – di un fenomeno in crescita.

Qualche giorno fa il linguista Tullio De Mauro ha rilasciato alcune interviste in cui tornava a denunciare la situazione drammatica che emerge da alcune recenti indagini sull’analfabetismo di ritorno nel nostro Paese. Non si tratta, ovviamente, di una spiegazione esaustiva al diffondersi di luoghi comuni. Ma fanno comprendere cosa rischiamo, se non corriamo ai ripari.

Prendete la frase “i politici sono tutti uguali”. Quante volte l’abbiamo sentita? È uno dei luoghi comuni più dannosi e falsi. Tra quelli che mi ha sempre fatto incavolare di più. Eppure, basterebbe documentarsi per capire quale politico è stato meglio o peggio. Vi sono molteplici fonti informative che permettono ad un semplice cittadini di capire – tanto per fare un esempio – che non si può neanche paragonare Andrea Sarubbi e Vladimiro Crisafulli. Il problema però è: se strati sempre più crescenti della popolazione (si parla di più di un terzo in Italia) non riescono a decifrare neanche un testo scritto, il luogo comune diviene un assioma, una lacuna “irrecuperabile”. E questo ovviamente apre la strada all’Industria del Nulla, quella che manda a casa la lettera per il rimborso dell’IMU, ben sapendo che – al di là delle costernazioni dei giornali – questa mossa produrrà effetti “positivi” (voti) di gran lunga superiori a quelli “negativi” (denunce?).

Avremmo bisogno, quindi, più che di un partito che “faccia pulizia”, di un impegno comune – di partiti, associazioni, agenzie educative, media – per tornare ad educare. Uno sforzo condiviso finalizzato non ad inculcare nuove informazioni nelle teste ormai sature di ragazzi ed adulti, ma ad comprendere insieme in che modo fare trovare e fare ordine nel flusso enorme di dati cui siamo sottoposti. Anche e soprattutto in politica.

Cinque. Quel bisogno incredibile di comunità.

C’è un dato positivo nella campagna elettorale appena conclusasi. Ed è la domanda di comunità che emerge, seppur non in maniera netta, dalle diverse proposte in campo. Persino in quella sgangherata di Grillo.

Dopo anni di individualismo lacerante, forse persino più dannoso dei totalitarismi del Novecento, mi sembra si senta in giro un desiderio di comunità, anche se non sempre esplicito. A cosa porterà questo desiderio? Non saprei. Trovo estremamente difficile fare delle previsioni. Ma si tratta pur sempre di un’inversione di tendenza interessante e potenzialmente benefica.

Ultimo. Voto PD.

Ecco, da ultimo (proprio perché evidentemente meno interessante): voterò PD. Perché? Perché è un partito vero (l’unico, al momento). Ed io credo fortemente nel partito. Credo nell’organizzazione democratica che – al momento attuale – solo il partito può assicurare (proprio grazie a quelle procedure odiose e perditempo che ne minano la credibilità, altra contraddizione della democrazia?). Credo nei corpi intermedi, tra istituzione e società liquida. Credo nella militanza, nella partecipazione. Una militanza e una partecipazione reale e non solo virtuale. Fatta di sacrifici in nome di un ideale, un valore, un’idea della politica chiara e condivisa. Credo nel partito che è anche garanzia dall’individualismo e argine al populismo e al leaderismo. Se domani Bersani cadrà politicamente in disgrazia, io so che il PD sopravviverà perché non dipende dall’immagine del singolo, ma dal lavoro e dall’impegno di molti, che c’erano prima di Bersani e ci saranno dopo.

Voto PD perché sono di sinistra, credo nell’uguaglianza. E credo che compito della politica non è liberare il singolo dai legacci dello Stato o ripulire le istituzioni corrotte. Compito della politica è – a mio avviso – garantire giustizia, che significa sempre redistribuire le ricchezze (ché come diceva don Milaninon c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali), avere un’attenzione preferenziali per gli ultimi. So che questo non è sempre semplice, soprattutto in una società complessa come la nostra. Ma questa, in fondo, è la sfida che attende la mia generazione.

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Quindi voi mi state dicendo…

Quindi voi mi state dicendo che Beppe Grillo, il “duro e puro” che rifiuta qualsiasi contatto con la “vecchia” politica, il nuovo che viene dal basso, il novello Savonarola che promette di spazzar via i residui della Seconda Repubblica… vorrebbe Antonio Di Pietro al Quirinale?!? In pratica il Grillo rinuncia al “sono tutti uguali” per difendere chi ha costruito uno dei peggiori partiti-baracconi della storia della Repubblica?!?

Questo sarebbe il nuovo che ci aspetta?!? Comincio a fare scorte di viveri…

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Statistiche vere

Scusate, ma non sopporto tanta meraviglia per notizie che non lo sono.

Stasera Mentana ha magicamente svelato un sondaggio Emg che – tra i tanti dati – ci illustra come il Movimento 5 Stelle superi nelle intenzioni di voto il Popolo della Libertà, attestandosi a quota 17,7%.

Risultato logico e piuttosto da Paese normale (il PdL, ormai orfano, si sta di fatto sciogliendo ed è travolto da inchieste giudiziarie).

Se però qualcuno si sforzasse di considerare che la cosiddetta area di non voto è attestata – sempre secondo tale sondaggio – al 53,9%, mi pare che neanche il fantomatico Beppe Grillo si dimostrerebbe poi così bravo come lo dipingono.

Così come il PD farebbe meglio a star zitto e a non galvanizzarsi (altro che “effetto primarie”!).

Se le statistiche Emg venissero ponderate, infatti, alla luce del dato astensionista, queste – più o meno – dovrebbero esser le prestazioni dei partiti nostrani, più che rammolliti: PD 15,1% – M5S 9,5% – PdL 9% – Lega Nord 3,3% – UdC 3,1% – SEL 2,8% – IdV 2,2% (seguono FLI, FdS e La Destra con ridicole percentuali di poco sopra all’1%).

Sarebbe bello che qualcuno lo dicesse (non solo io dal mio misero blog, magari…). Lo dite voi a Mentana?

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Le magnifiche sorti e progressive…

Ieri Beppe Grillo ha postato sul suo blog uno scarno comunicato stampa del Comune di Sarego, amministrato dal M5S, con il quale l’amministrazione locale annuncia l’apertura di account “istituzionali” su facebook, twitter e YouTube.

Per carità, si tratta certamente di una buona notizia, probabilmente per nulla scontata, visto che ancora tante amministrazioni non hanno neanche un URP degno di questo nome (nonostante sia previsto dalla legge, e di certo non da ieri!). Ed è anche vero che lo stesso comunicato afferma che “…questi sono solo i primi passi verso un’amministrazione più trasparente”.

Però in questi mesi i commentatori e gli osservatori politici hanno riempito pagine di giornale con analisi sul rivoluzionario uso dei nuovi strumenti del web da parte dei “grillini”. E oggi vedere questa presunta carica innovativa ridursi nella mera apertura di account ufficiali del Comune sui social network (cosa che fanno già – da molto – centinaia di istituzioni locali in Italia: Genzano di Roma o Aprilia per citarne alcuni “vicini”)… lascia un po’ di titubanza.

Soprattutto, poi, se la notizia è riportata nientemeno che sul blog di Beppe Grillo, come a sottolinearne la straordinarietà (mica Beppe Grillo pubblica tutte le delibere delle amministrazioni guidate dal Movimento 5 Stelle!).

E io che mi aspettavo strumenti sperimentali all’avanguardia (stile Liquid FeedBack, made in Partito Pirata!).

Vorrà dire che aspetteremo…

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