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Restituzioni

Oggi sul Corriere della Sera, in una bella lettera, l’on. Pietro Ichino ripercorre la sua “amicizia” con don Lorenzo Milani, nei giorni in cui la Chiesa rivaluta il libro Esperienze pastorali.

La lettera è un bel saggio sulla “restituzione” e su di noi, che in fondo siamo un po’ Pierini ed abbiamo un debito grande con gli ultimi. Continua a leggere

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Non sono tutti uguali

Solo per dire che il motto da bar “tanto sono tutti uguali” oltre ad esser falso è anche tra le cause della situazione che viviamo (che non è solo “colpa” della politica, ma anche dei tanti, molti, troppi, probabilmente la maggioranza silenziosa a cui questo sistema fa comodo!).

Oggi Andrea Sarubbi – giornalista e deputato – pubblica alcune riflessioni di Pietro Ichino (uno dei personaggi più “odiati” dalla sinistra neo-ideologica) che io condivido pienamente. D’altronde il mea culpa è forse l’unica “parola” saggia che la classe dirigente italiana (ripeto: non solo politica) dovrebbe fare, subito prima di lasciare il posto di comando ad altri.

Faccio anch’io copia&incolla:

Delle varie cose ascoltate ieri mi ha colpito molto il mea culpa di Pietro Ichino, classe 1949, a nome della sua generazione, “quella che ha avuto la ventura di nascere nel quindicennio successivo all’ultima Guerra mondiale, imputata di molte responsabilità gravi nei confronti delle generazioni successive”.  Ichino ne ha individuate 7, che copia-incollo dal suo intervento:

  1. Aver condotto il Paese a consumare in ciascuno degli ultimi trent’anni l’equivalente di circa 30 miliardi di euro più di quanto il Paese stesso fosse in grado di produrre, accollandone irresponsabilmente il debito ai figli e ai nipoti;
  2. avere utilizzato quel denaro preso a prestito non per investirlo in infrastrutture moderne, o in istruzione, o in altri beni duraturi, ma per riservare a sé impieghi pubblici usati come rimedio alla disoccupazione e trattamenti previdenziali e assistenziali di cui sapevamo benissimo (quanto meno dall’inizio degli anni ’90) che essi non avrebbero potuto essere estesi alle generazioni successive;
  3. non avere colto, dieci anni fa, l’occasione straordinaria offerta dall’euro per incominciare a ridurre il debito pubblico, sfruttando il drastico abbattimento degli interessi che il nuovo sistema monetario ha portato con sé in dote (se anche soltanto nella prima metà dell’anno scorso, prima della crisi scoppiata nel corso dell’estate, avessimo adottato misure analoghe a quelle contenute nel programma del Governo Monti – come pure già si sapeva che si sarebbe dovuto fare: basti leggere gli atti dell’assemblea del Lingotto del 22 gennaio 2011 – oggi il Paese non correrebbe il rischio gravissimo che corre e il debito avrebbe già incominciato a ridursi);
  4. non aver saputo dare al Paese un sistema istituzionale – a partire dal sistema elettorale – capace di superare i particolarismi faziosi sul piano politico e i veti incrociati delle varie corporazioni su quello economico; basti osservare in proposito che il Paese stesso oggi affronta la crisi più difficile e pericolosa vedendo alternarsi tra loro in Parlamento, a seconda delle occasioni, la maggioranza che vota la fiducia al Governo Monti e la maggioranza PdL-Lega che nella prima parte della legislatura ha sorretto il Governo Berlusconi, che vuole cose opposte; e rischia fortemente di uscire dalle prossime elezioni politiche senza una maggioranza parlamentare in grado di governare;
  5. aver lasciato aggravarsi il difetto del sistema di istruzione, formazione e orientamento professionale rispetto alle esigenze dell’inserimento delle nuove generazioni nel tessuto produttivo, al punto da generare una situazione di vera e propria esclusione di un terzo dei ventenni di oggi sia dalla scuola sia dal mercato del lavoro;
  6. aver lasciato che un vecchio sistema di protezione del lavoro, modellato sulle caratteristiche del tessuto produttivo di mezzo secolo fa, generasse lungo l’arco degli ultimi tre decenni un fenomeno macroscopico di esclusione di metà dei new entrants dal lavoro regolare, con il conseguente instaurarsi del peggiore regime di apartheid tra lavoratori protetti e non protetti che sia oggi osservabile in tutto il panorama dei Paesi occidentali industrializzati;
  7. infine, una responsabilità forse ancora più grave di tutte queste è di avere disperso gran parte dell’amor di Patria, del senso dello Stato, di quelle civic attitudes che hanno costituito la fonte della nostra Costituzione repubblicana. Quelle stesse civic attitudes che costituiscono oggi il presupposto indispensabile perché un popolo possa avere fiducia nel proprio futuro e – nella nostra situazione specifica – perché gli altri popoli europei possano accettare di costruire con noi un rapporto solido di fiducia e solidarietà reciproca.

Conclusione. “Ciò di cui il Paese oggi ha bisogno urgente è un’opera lunga – l’orizzonte non può essere meno che decennale ‑ di ricostruzione culturale, economica, istituzionale, e di riequilibrio tra gli interessi delle generazioni vecchie, di quelle più giovani e di quelle future. Un’opera compatibile, certo, con l’alternarsi al governo di schieramenti politici di diversa natura, ma a condizione che essi condividano almeno gli obiettivi fondamentali a cui orientare l’azione e i vincoli da rispettare”. Oggi tutto questo manca ancora: non vorrei che tra 22 anni – quando noi quarantenni avremo l’età attuale di Pietro Ichino – qualcuno dei miei coetanei si ritrovi a dover rileggere lo stesso mea culpa, perché avremo fallito come i nostri genitori.

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