Archivio mensile:febbraio 2011

Tessitori

Ci vorrebbe un tessitore.

Ci pensavo oggi, mentre leggevo la lucida analisi di Marco Rossi Doria su La Stampa, riguardo alle frasi del premier sulla scuola pubblica e al rapporto tra scuola e società. Ho pensato anch’io che uno dei motivi per cui Berlusconi è inadatto a guidare il Paese – specialmente ora – è per quel suo essere uomo di divisione, di battaglia, di ideologia, di comunicazione.

Mentre oggi servirebbe un uomo (o meglio ancora, una politica, una visione politica) che sappia innanzitutto tessere. Tessere rapporti, legami, sogni e progetti di questo nostro Paese dilaniato dai troppi campanilismi, territoriali o ideologici, sportivi o familistici. Ma anche stufo di questa conflittualità distruttiva che svuota l’Italia dei suoi talenti, delle belle idee che potrebbero valorizzarla, delle altrettanto belle persone e personalità capaci anche di guidarla, di traghettarla.

Per questo le frasi del premier sono avvilenti. Perché ancora una volta ha prevalso l’interesse di parte, quello di ingraziarsi il placet delle gerarchie ecclesiastiche (che poi lo hanno anche smentito!), dando addosso ad un’istituzione stanca e in crisi, ma con un bisogno forte di politiche all’altezza della missione (e non semplicemente funzione, perché educare non può essere una funzione!) che l’attende.

La speranza, forse, è legata ai tanti servitori del bene comune che – anche e soprattutto nella scuola bistrattata di oggi e con tutte le problematiche che comporta educare in una società disgregata – continuano a tessere. Tessere esperienze, rapporti umani, legami, sogni e progetti dell’Italia che verrà.

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La Cina vista da qui

Mentre stamattina facevo la mia personale rassegna stampa giornaliera… mi sono imbattuto in questa cartina interattiva dell’Economist… spettacolare!

In pratica, è una cartina con le diverse regioni cinesi. Ma al posto del nome delle singole regioni, vi sono i nomi di stati mondiali che hanno PIL, PIL pro capite, popolazione o esportazioni equivalenti.

E guardate quante Cine esistono, in realtà…

http://media.economist.com/sites/default/files/media/2011InfoG/Interactive/ChinaEquivalents0223c/main.swf

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Antidoti al potere…

Il solito articolo di Gramellini sulla prima pagina de La Stampa di oggi (sì, lo so, quando mi fisso sono tremendo!) mi ha fatto tornare alla mente un insegnamento splendido in cui sono inciampato per caso qualche tempo fa.

Anche quello era un articolo. Un bell’articolo di Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, ucciso dalle Brigate Rosse negli anni ’80 proprio sulla scalinata della mia facoltà (e ancora oggi quando ci passo davanti mi vengono i brividi). “Gli antidoti democratici contro la corruzione del potere” era il titolo.

Mi è piaciuto perché – forse per la prima volta – ho compreso la tentazione più grande a cui si va incontro quando si ricopre un ruolo, un incarico di responsabilità, quando si è una persona importante per qualcuno. La tentazione delle tentazioni: il potere. Perché il potere logora, al contrario di ciò che disse Andreotti quella volta, sopratutto chi lo detiene. E lo logora, perché lo consuma dentro. Gli cambia la visuale, anche se magari, prima di averne un pò, il poveretto era una persona per bene!

Succede così anche a noi, anche a quelli tutti d’un pezzo, quelli che fanno la moraletta ora a questo e ora a quel personaggio pubblico, quelli che si scandalizzano per gli stipendi dei politici o dei grandi manager di qualche multinazionale. Non che non sia giusto criticare certi eccessi scandalosi. Anzi.

Ma criticare significa anche sapere che siamo noi il grande nemico di noi stessi, quello contro cui è necessario lottare. Perché il potere è una tentazione che riguarda anche noi. E tanto più ci riguarderebbe se anche noi occupassimo certi “posti”.

Il servizio verso gli ultimi, in questi casi, è sempre un buon antidoto. E l’umiltà la grande conquista che ci aspetta alla fine della strada.

E però, ha ragione Gramellini. E dai buoni antidoti al potere che bisogna ripartire!

Riporto l’articolo di Bachelet. Buon lettura!

Eravamo con papà davanti ad una tv in bianco e nero, forse una Tribuna politica. Pajetta disse, aggressivo: il potere logora. Andreotti rispose, sorridente: è vero, il potere logora. Poi soggiunse: logora soprattutto chi non ce l’ha.
Forse era proprio il 1978: l’anno di Moro, della scorta, dei devastanti cinquantacinque giorni; e anche delle dimissioni del presidente della Repubblica per lo scandalo Lockheed. Eppure ridemmo di cuore: era una battuta irresistibile, da parte di un uomo-simbolo del trentennale potere democristiano in quegli stessi anni sbeffeggiato, accusato di ogni nefandezza dai trentennali oppositori comunisti, processato nelle piazze e colpito al cuore dai terroristi. Dopo molte risate papà disse: certo quest’uomo è molto intelligente. Aggiunse poi: forse, però, un cristiano potrebbe cogliere l’occasione anche per riconoscere che il potere è davvero una grave responsabilità e un grosso rischio. Nel Vangelo è l’ultima tentazione di Gesú, la piú insidiosa.
Ci ho ripensato vent’anni fa, quando un film di Martin Scorsese attribuí erronemanente al sesso e all’amore l’ultima e piú grande tentazione. Il potere è insidioso, disse papà quella volta, anche per chi è buono e ricco di ideali altruistici. Si parte con un progetto di bene per la propria città, il proprio paese, il mondo. Se si ha capacità, si comincia a realizzarlo con successo.
A quel punto, anche in buona fede e senza interessi personali, occorre continuare e consolidare il progetto. Man mano che le cose procedono, ci si comincia a chiedere: come potrà continuare questo progetto senza di me? Senza accorgersene, per il bene dell’umanità, ci si comincia pian piano a sentire insostituibili, e perciò via via autorizzati anche a qualche deroga sui principi, purché il progetto vada avanti. Come cristiani occorre essere molto vigili, ma un grande antidoto è proprio nella democrazia: l’avvicendamento, l’alternanza, un turno che consenta di purificarsi, riscoprendo le proprie ragioni ideali. Finora, in Italia, gli elettori non hanno voluto sperimentare questa alternanza: non si fidano ancora dei comunisti. Domani, chissà.
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Dalla parte dei ragazzi!

Stasera sono esausto… ho cominciato finalmente un nuovo lavoro (e ci sarà pure da aggiornare la sezione “lavoro” nel blog… prima o poi!)… e mi piace… molto!

Ma più del lavoro oggi m’ha affascinato un bell’articolo apparso su La Stampa, a firma del giovane scrittore (e professore) Alessandro D’Avenia. Veramente bello! E pieno di quella passione per i ragazzi, più forte di qualsiasi inutile riforma della scuola! Ve lo riporto… senza commenti (anche perché sono così stanco che sarebbero pessimi!!!)… Buona lettura!

Quando ho finito di leggere il suo romanzo ho sentito un fuoco dentro di me, qualcosa di misterioso si è svegliato e mi sono detto: io voglio vivere così. Ora lei deve spiegarmi come mai questo è accaduto».

Me lo ha chiesto venerdì pomeriggio Mattia, 17 anni. Eravamo in una scuola di una città emiliana, di pomeriggio.

Ci sarebbe stato un professore a parlare di un libro: c’erano centinaia e centinaia di ragazzi, spontaneamente. Lo stesso era successo una settimana prima in una città lombarda, lo stesso in un’altra ancora due settimane fa e così via… Ogni settimana, ragazzi che non vorrebbero stare a scuola al mattino, poi tornano volontariamente al pomeriggio e pongono domande sulla loro vita a partire da un libro, loro che si dice non leggano mai…

Sono stufo di luoghi comuni e piagnistei sui giovani italiani: viziati, superficiali, disinteressati. Da quando è uscito il romanzo sto girando come una trottola per le scuole e il più delle volte sono i ragazzi stessi che spingono i professori a organizzare gli incontri. Vado anche se mi costa fatica, dovendomi anche io occupare dei miei studenti, ma volevo vedere con i miei occhi. Sono stato in decine di scuole, ho incontrato migliaia di ragazzi da Trieste a Marsala, perché mi interessa avere il polso di questi giovani tanto vituperati dai media e dai giornali: mi parlano di impegno, studio, famiglia, amore, dolore, morte, paure, sogni… Trovo un desiderio di impegnarsi e di fare cose grandi che nessuno racconta. Basta luoghi comuni, basta piagnistei! Non basta stare chiusi in uno studio televisivo o davanti a Internet per conoscere e parlare di giovani. Mai come oggi si parla così tanto dei giovani e si parla così poco con i giovani. Bisogna passare il tempo con loro, bisogna stare in mezzo a loro, ascoltare.

Con questo non voglio dire che i ragazzi non siano viziati, o che si accontentino a volte di marche, gadget e affini (basta accompagnarli in un viaggio di istruzione per saperlo…). Ma questo accade perché viziati sono gli adulti. Siamo noi, incapaci di additare mete alte e porti da raggiungere, di manifestare con i nostri occhi che siamo fatti per una vita grande, piena. Siamo noi, malati di pessimismo, ad accontentarci e a non trovare altra ricetta se non accontentarli. Abbiamo sostituito la felicità con il benessere, ma per fortuna i ragazzi hanno un anti-corpo che noi adulti perdiamo con il tempo, con il nostro abitudinarismo borghese e comodo, fatto di cellulari e maxischermi, partite di calcio e televisori accesi durante i pasti. I ragazzi hanno un anticorpo: sono giovani.

Se solo potessi far leggere le cose che mi scrivono! Ne do un breve saggio.

«Sono un liceale e ti scrivo per un aiuto, un consiglio o un parere. La scuola non va… non riesco a metterci il cuore come dici tu… poi il problema più grosso… non riesco a darmi uno scopo in questa vita che mi sembra così tanto monotona. Forse questo è dovuto al fatto che non ho un sogno… anche quello non riesco a trovarlo. Penso alle cose che mi fanno vibrare il cuore e sono tutte banalità… quando esco il sabato sera e quando vedo la mia squadra giocare». «Mi riconosco molto in Leo. Un ragazzo che cerca il suo sogno, come cerco di fare io. Anche se mi sembra di non riuscirci, mi sembra di non trovare nulla che mi appassioni davvero. Cerco di non abbattermi, perché credo che la vita sia troppo breve per essere tristi, o odiare qualcuno o qualcosa. E credo che sia necessario essere curiosi e avere voglia di vivere, di essere felici e di procurare felicità agli altri».

«Ho capito che non bisogna accontentarsi delle banalità che ci offre la vita, ma bisogna combattere e impegnarsi in ogni cosa».

Non ho cambiato una virgola di queste lettere. Sembreranno incredibili, proprio perché noi adulti siamo i primi a non credere in questi ragazzi, che non conosciamo. Ragazzi che, oppressi dal dolore per le loro vite impoverite e derubate, chiedono consigli a uno sconosciuto, che ha avuto la fortuna di pubblicare un libro in cui trabocca la passione per la sua e le loro vite. Se non portiamo i ragazzi a fare uso della libertà, che è scegliere, le loro vite piombano nella paura o nella monotonia del benessere e dell’individualismo. Le cose non bastano mai, si rovinano, si rompono. Siamo ancora capaci di sognare le loro vite, di prenderci cura del loro destino, di proteggerli, ascoltarli e sfidarli in grandi imprese, portandoli a scegliere ogni giorno? Abbiamo insegnato loro la libertà di indifferenza: la libertà «da», invece di quella «per». Chiedete a un ragazzo che cosa sia la libertà e vi dirà: «Fare ciò che si vuole» o «ciò che finisce dove comincia quella di un altro». La prima definizione è falsa, la seconda è vuota. La libertà è decidere come giocarsi la vita, libertà è partecipazione avrebbe cantato Gaber. Ma quali dei nostri ragazzi toccano ciò che vale la pena scegliere? Quanti di loro vengono abituati da noi adulti a scegliere davvero e non solo tra due marche, tra due film, tra due cellulari, due giochi per la Playstation?

Portiamoli di fronte a ciò che è grande, bello, vero (prima di tutto la loro stessa esistenza) e il fuoco della vita divamperà e brucerà pessimismo e paure. Credo in loro, perché credo nella grandezza della mia vita, non perché io sia migliore di nessuno, ma perché qualcuno ha creduto e amato la mia vita (con le sue luci e ombre, pregi e difetti, qualità e fragilità), mostrandomi che era troppo bella, grande, libera per sprecarla o tenermela per me.

Invece «colla esperienza, \ trovandosi sempre in mezzo ad eccessive piccolezze, malvagità, sciocchezze, bruttezze ecc., a poco a poco si avvezza a stimare quei piccoli pregi che prima spregiava, a contentarsi del poco, a rinunziare alla speranza dell’ottimo o del buono, e a lasciar l’abitudine di misurar gli uomini e le cose con se stesso».

E questo lo diceva Giacomo Leopardi già due secoli fa, un uomo che i luoghi comuni hanno reso capostipite dei pessimisti, lui che era un realista spietato, con il quale la vita non era stata generosa, era incapace di mentire sul vuoto di certo ottimismo borghese, che dietro luccicanti promesse da consumare nascondeva soltanto la monotonia, la noia, la chiusura di chi ha sostituito le idee con le cose, l’essere con il fare, l’amore con il controllo.

I ragazzi sono viziati, perché gli abbiamo insegnato a sognare cose piccole, da soddisfare con il portafoglio. Proprio loro, insoddisfatti, ci salveranno dai vizi che abbiamo loro trasmesso. Lo stanno già facendo a colpi di suicidi, dipendenze, depressioni. Lo stanno già facendo a colpi di domande, sogni, ribellioni.

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Contro l'indifferenza

Mi si permetta… almeno ora… e non vi sembri un rigurgito da vecchio comunista…

Ma mi si permetta oggi… di chiedermi anch’io… “Se avessi anch’io fatto il mio dovere… Se avessi cercato di far valere la mia volontà… il mio consiglio… sarebbe successo ciò che è successo?”

Mi si permetta… so che non è sul moralismo e neanche sull’autocommiserazione che costruiremo il futuro… però… lo scritto di Gramsci è bello… ed attuale, no?

httpv://www.youtube.com/watch?v=-27kmsRIT4k&feature=player_embedded

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Wikileaks o non Wikileaks?

Qualche settimana fa ho letto della proposta (mi sembra fosse un parlamentare norvegese, ma non ne sono sicuro) di candidare Wikileaks al Premio Nobel per la Pace…

Mi è parsa comunque un’esagerazione… e tra l’altro, dopo il Nobel “sulla fiducia” ad Obama, non credo che il comitato del Parlamento Norvegese che assegna il premio possa permettersi altri Nobel “alle intenzioni”!!!

Ad ogni modo: mi piace lo spirito (direi quasi di kantiana memoria!) che sta alla base di Wikileaks… la lotta contro la corruzione e i troppi segreti che ancora dominano le relazioni tra gli stati… Però, non possiamo nasconderci che la “missione” che Wikileaks si è posta ha un prezzo (come dimostrano anche le critiche di Amnesty International): chi sarà a pagarlo?

Propongo un bel video esplicativo (anche delle mie perplessità) sull’organizzazione di Assange! Buona visione a tutti! 😉

httpv://www.youtube.com/watch?v=QvNn_J854EE&feature=player_embedded

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Rivoluzione internet!

Mentre in Italia ci occupiamo di cose sicuramente più importanti (!!!)… la storia, grazie a Dio, procede.

La Stampa di oggi riporta alcuni interessanti articoli sul discorso tenuto ieri dal Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, alla George Washington University, con cui di fatto gli Stati Uniti riconoscono nel web un potente (e “possibile”, direi io… ché su alcuni aspetti rimango comunque scettico!) fattore di democratizzazione dell’intero pianeta.

Non sappiamo ancora quale portata avranno le parole di Hillary Clinton, ma – come giustamente fa notare Lucia Annunziata, sempre su La Stampa di oggi – già nei recenti episodi mediorientali, egiziano prima, iraniano poi, la rete ha svolto un ruolo da protagonista. Nel favorire la comunicazione e la condivisione tra le varie e molteplici anime della rivolta. Ma soprattutto nel permettere una comunicazione tra l’interno e l’esterno, nell’internazionalizzare, di fatto, questioni fino a ieri represse nel silenzio della comunità internazionale.

La Clinton, nel sottolineare il potere del web, sottolinea anche alcune “sfide” su cui occorre trovare insieme delle risposte:

  1. trovare l’equilibrio fra «libertà e sicurezza»;
  2. bilanciare «trasparenza e riservatezza» perché «la trasparenza è necessaria» ma «la riservatezza consente alle aziende di tutelare i brevetti, ai giornalisti di proteggere le fonti e ai governi di svolgere missioni come lo smantellamento di arsenali nucleari al riparo dai terroristi»… e anche, direi io, di evitare che qualcuno possa utilizzare le informazioni personali dei singoli cittadini, per scopi pubblicitari sempre più invadenti (un effetto neanche troppo imprevisto del web 2.0!);
  3. proteggere la «libertà d’espressione» (cosa non scontata, come giustamente mette in luce anche il NYT questi giorni)…

Interessante soprattutto l’apertura ad un dibattito pubblico sulla rete. Condivisibili le preoccupazioni.

Meno convincenti i passaggi in cui il Segretario di Stato se la prende con Wikileaks. Non che io sia un fan sfegatato dell’organizzazione di Assange… ma è innegabile che un soggetto che vuole ergersi a paladino dei processi di democratizzazione agevolati dal web, debba avere quella buona dose di autorevolezza. E l’autorevolezza deriva anche da una buona dose di trasparenza. Nei processi decisionali. Ma anche nelle relazioni internazionali!

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