La tenuta sociale di Ardea

Secondo il Sindaco di Ardea, la “tenuta sociale” della città sarebbe minacciata dall’arrivo di 50 rifugiati, che saranno accolti – su “invito caloroso” della Prefettura di Roma – nel comprensorio di Lupetta, al confine con il Comune di Anzio, in periferia come sempre.

Gli fanno eco partiti e movimenti cittadini. La politica è come un grande spettacolo, anche nelle città di periferia. Si dice “tenuta sociale” per non dire intolleranza. Ma le parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa.

Mi piacerebbe far tante domande ai tanti miei concittadini che si disperano per la venuta di questi 50 destabilizzatori della tenuta sociale della città. Ad esempio, perché lamentare ora un’assenza di attenzione verso “gli italiani” indigenti? Perché non un anno fa, o due, o dieci? Perché non chiedersi prima ad esempio cosa il Comune fa in tema di politiche sociali? Dove finiscono i circa 110 euro pro capite che l’amministrazione spende per questa voce di spesa (dati bilancio consuntivo 2012)?

 

 

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Sui 10.000 euro al mese per ospitare immigrati ad Ardea

Ieri – ahimé – mi sono imbattuto in questo articolo, sul sito de Il Corriere della Città, testata di informazione delle mie parti.

10mila euro al mese immigrati ardea

Sorvoliamo sulla frase “Del resto Ardea è già un paese multietnico grazie alla grande presenza di rom” che perlomeno fa venire il sospetto che l’autore non conosca la differenza tra rom e romeni.

Il finale dell’articolo è il pezzo forte. Quello in cui lo stesso autore riporta la “trascrizione” della presunta missiva arrivata alle agenzie immobiliari, per saziare la sete di verità di “chi ha dubbi sulla veridicità della richiesta”. Un vero e proprio bijoux.

A me l’articolo dà un enorme senso di tristezza. Se la qualità di una democrazia si misura dalla qualità dell’informazione, questo articolo (e il fatto che l’autore sia praticamente l’unica fonte di informazione ad Ardea) spiega molte cose.

Per non fare – solo – il saputello, mi permetto di segnalare qualche domanda, per render la critica un po’ più costruttiva:

  1. è possibile visionare non la “trascrizione”, ma una copia/foto dell’originale della richiesta pervenuta alle agenzie immobiliari del territorio?
  2. è possibile avere qualche altra informazione sul mittente della missiva, la “M.C. immobiliare Beni srl”?
  3. è possibile capire perché tale agenzia sia il tramite tra i fondi pubblici e altre agenzie immobiliari (in un processo che a questo punto diventa lunghissimo e costosissimo)?
  4. è possibile capire quanto guadagna dall’operazione la “M.C. immobiliare Beni srl”?
  5. è possibile capire quanto guadagna dall’operazione l’agenzia immobiliare che fa da tramite tra la “M.C. immobiliare Beni srl” e il proprietario dell’immobile?
  6. è possibile sapere chi eroga i fondi (lo Stato? La Regione? L’Unione Europea?)?

Ecco, un giornalismo di qualità si sarebbe di certo posto queste domande prima di scrivere il pezzo.

Ho come la sensazione che, rispondendo a queste domande, peraltro, l’articolo sarebbe stato molto differente. Che – nel caso la notizia fosse vera e non voglio dubitarne – avrebbe provocato meno reazioni “di stomaco” (di quelli che oggi lamentano il presunto “razzismo” dello Stato che non pensa agli “Italiani”) e magari qualche indignazione in più sui tanti (troppi) italiani che, grazie all’immigrazione e ai fondi a disposizione, anche in questa epoca di crisi, traggono profitto dalle tragedie in mare.

Ecco, per dire.

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Resistere

Se, come diceva Alexis de Tocqueville, La democrazia è il potere di un popolo informato, credo che la cosa più sensata da fare, all’indomani delle stragi di Parigi, sia quella di resistere. Resistere alle tentazioni retoriche sulla minaccia alla libertà d’espressione, al mondo libero, alla civiltà ed ad altre amenità simili. Resistere, scegliendo di informarsi. Di leggere soprattutto. E fare un esercizio sublime di libertà (questa volta sì), di democrazia e consapevolezza: scegliere cosa leggere. Operazione non facile in una società ormai caratterizzata da un’inflazione di parole, discorsi, opinioni. Ma necessaria.

Io resisto, scegliendo due articoli trovati oggi in rete Continua a leggere

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Tre piccole cose su #CharlieHebdo

Tre riflessioni, solo tre (ché le cose dette e scritte son tantissime) e solo perché non ne ho sentite, perlomeno dette o scritte in questi termini.

1. A me la satira di Charlie Hebdo non faceva ridere. Lo dico in amicizia. E perché non mi piace l’unanimità da funerale. E probabilmente, da quel che ho letto, non sarebbe piaciuta neanche ai giornalisti uccisi nell’attentato. Il tipo (legittimo) di satira che animava Charlie Hebdo mi risulta offensiva e gratuita, non fa riflettere. O almeno, io non riesco a dedurne alcunché. Ho dato uno sguardo ad alcune delle prime pagine e no, proprio non mi diverte né mi dice nulla quel tipo di vignette. Un modo sottile – il mio – per dire che Charb e i suoi se la sono andati a cercare? No. Ecco, a me la retorica da funerale dà fastidio perché annulla le sfumature. Ché è poi uno dei presupposti (e degli obiettivi) del terrorismo e degli estremismi, no? Continua a leggere

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Ed ora, gli auguri veri…

…con un testo molto molto bello di Fernando Pessoa:

Di tutto restano tre cose:

la certezza
che stiamo sempre iniziando;

la certezza che abbiamo
bisogno di continuare;

la certezza
che saremo interrotti prima di
finire.

Pertanto, dobbiamo fare:

dell’interruzione,
un nuovo cammino;

della caduta,
un passo di danza;

della paura,
una scala;

del sogno,
un ponte;

del bisogno,
un incontro.

Buon Natale!

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La mafia a Roma, Salvini e gli italiani brava gente

Finora le dichiarazioni più imbecilli sul casino scoperto a Roma sono di Matteo Salvini, as usual. Dice che lui aveva ragione a voler chiudere i centri di accoglienza e i campi rom.

Come se, di fronte alle indagini che solo qualche mese fa hanno colpito il suo partito (per varie “spese folli” e tangenti) qualcuno avesse ipotizzato di chiudere la casa di Bossi.

Il problema è che con quelle dichiarazioni si sarà guadagnato qualche voto in più. Segno che non è la politica in Italia il problema (e le inchieste di Roma, che vedono coinvolti veramente tutti, lo dimostrano, perlomeno ai lettori più attenti). Il problema vero dell’Italia sono, al momento, gli italiani! O buona parte di essi!

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Buona Pasqua!

Pasqua è voce del verbo ebraico che significa “passare”. Non è festa per residenti ma per coloro che sono migratori che si affrettano al viaggio.

Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste. Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza. Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “passaggio”. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credere.
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Restituzioni

Oggi sul Corriere della Sera, in una bella lettera, l’on. Pietro Ichino ripercorre la sua “amicizia” con don Lorenzo Milani, nei giorni in cui la Chiesa rivaluta il libro Esperienze pastorali.

La lettera è un bel saggio sulla “restituzione” e su di noi, che in fondo siamo un po’ Pierini ed abbiamo un debito grande con gli ultimi. Continua a leggere

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Se per un istante Dio…

«Se per un istante Dio si dimenticherà che sono una marionetta di stoffa, e mi regalerà un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in definitiva penserei tutto quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più, andrei quando gli altri si fermano, starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato!
Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente, mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo ma anche la mia anima.
Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al sole.
Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.
Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine e il carnoso bacio dei loro petali.
Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo giorno senza dire, alla gente che amo, che la amo.
Convincerei tutti, gli uomini e le donne, che sono i miei favoriti, e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini proverei quanto sbagliano a pensare che smettono di innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi.
A un bambino darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo.
Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con la dimenticanza.
Tante cose ho imparato da voi, Uomini!
Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicita sta nel risalire la scarpata.
Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene stretto per sempre.
Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall’alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Da voi ho imparato così tante cose, ma in verità non saranno granchè utili, perché quando mi metteranno in questa valigia, starò purtroppo per morire.
Di sempre ciò che senti e fa’ ciò che pensi. Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti darei un bacio e ti chiamerei di nuovo per dartene altri. Se sapessi che oggi è l’ultima volta che sento la tua voce, registrerei ogni tua parola per poterle ascoltare una e più volte ancora. Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti che ti vedo, direi “ti amo” e non darei scioccamente per scontato che già lo sai.
Sempre c’è un domani e la vita ci dà un’altra possibilità per fare le cose bene, ma se mi sbagliassi e oggi fosse tutto ciò che rimane, mi piacerebbe dirti quanto ti amo, che mai ti dimenticherò. Il domani non è assicurato per nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l’ultima volta che vedi chi ami.
Perciò non aspettare oltre, fallo oggi, perché se il domani non arrivasse sicuramente compiangeresti il giorno che non hai avuto tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio e che eri troppo occupato per regalare un ultimo desiderio. Tieni chi ami vicino a te, digli quanto bisogno hai di loro, amali e trattali bene, trova il tempo per dirgli “mi spiace”, “perdonami”, “per favore”, “grazie” e tutte le parole d’amore che conosci.
Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi al Signore la forza e la saggezza per esprimerli, dimostra ai tuoi amici e ai tuoi cari quanto sono importanti».

Gabriel Garcia Marquez, Lettera di commiato agli amici

 

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Fine del giornalismo?

Una volta – stando alle descrizioni forse un po’ agiografiche dell’epoca aurea in cui il giornalismo è nato – i giornalisti erano persone curiose di capire l’origine dei fatti e il perché dei fenomeni sociali.
Oggi, nella maggior parte dei casi, il giornalista o è un giovane precario (sotto)pagato al pezzo, o un fine intellettuale che dal suo salotto o dalla villa in campagna piega fatti e fenomeni sociali alle sue convinzioni.
Ad esser scomparsa è la curiosità, che non si insegna più neanche a scuola.
In una siffatta società, che futuro può avere il giornalismo, se non quello di popolare rubriche intrise di gossip (politico o sportivo che sia)?

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