Archivio mensile:luglio 2013

De Gregori, gli intellettuali e il proprio ombelico

Oggi il Corriere della Sera pubblica un’intervista al cantautore De Gregori sulla sinistra italiana. Le parole di De Gregori, condivisibili o non, di certo non cambieranno la vita agli italiani. E sicuramente c’è da chiedersi per quale assurdo motivo il Corriere lo abbia scelto come scoop politico del giorno (attualmente l’intervista è sotto la notizia di apertura in homepage su Corriere.it).

Le uniche reazioni alle posizioni neanche troppo originali del cantautore son quelle dell’intellighenzia radical, offesa per lo spazio dato all’intervista, ma ancor di più dalle posizioni non più ortodosse di De Gregori.

Ora, il punto è che questo dibattito assurdo sulla sinistra italiana (e se sia più di sinistra stare coi No Tav o con la Fornero) interessa soltanto qualche intellettualino d’antan, qualche blogger, qualche giornalista e il minoritario (e comico ormai) gruppo dirigente del PD. Al Paese, “ar popolo” come si dice dalle mie parti, di tutto ciò non frega proprio nulla. Da tempo ormai. Così come non frega nulla di tutti i temi che da dieci anni a questa parte intasano l’agenda politica della sinistra italiana (dai matrimoni gay allo ius soli, per capirci). Ed è un problema, questo, che non riguarda solo i politici di sinistra, ormai “orfani del pianeta terra”. Ma anche gli intellettuali di sinistra, rinchiusi nelle loro redazioni e nelle polemiche tutte autoreferenziali.

Ci sarebbe bisogno oggi, di fronte a questa società sempre più chiusa nei suoi mille rivoli incomunicabili e incapaci di dialogare, sempre più china sul proprio ombelico, di uscire. Dalle redazioni, dalle sezioni di partito, dalle proprie categorie mentali e dai propri dogmi. E capire che la società pone spesso esigenze che non avevamo contemplato. Captarle e rispondere significa fare politica oggi.

Tutto il resto è solo fumo. E serve unicamente ad acuire le distanze.

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Come una riunione in parrocchia…

…per la data di canonizzazione si pensava l’8 dicembre di quest’anno, ma c’è un problema grosso: quelli che vengono dalla Polonia – i poveri, perché quelli che hanno i mezzi possono venire in aereo – ma i poveri vengono in bus, e già in dicembre hanno il ghiaccio, e credo si debba ripensare la data, io ne ho parlato con il cardinale Dzwisz e lui mi ha suggerito due possibilità: o il Cristo Re di quest’anno o la domenica della Misericordia del prossimo anno. Credo ci sia poco tempo per il Cristo Re perché il concistoro sarà il 30 settembre, e a fine ottobre c’è poco tempo. Non so, devo parlare con il cardinale su questo, ma credo che non sarà l’8 dicembre…

Papa Francesco ai giornalisti, sul volo da Rio de Janeiro a Roma

Ovviamente la frase più frequente sulle homepage dei principali siti di informazione, riguardo alla conversazione tra il Papa e i giornalisti di ritorno dalla GMG di Rio, è quella sui gay. Giustamente, forse.

Ma onestamente ciò che più mi colpisce della trascrizione di quel colloquio è la modalità comunicativa, quel voler dettagliare ai giornalisti anche i dubbi organizzativi, le attenzioni particolari, quelle riflessioni che solitamente una persona fa tra sé e sé, quando si appresta ad occuparsi di un problema o un evento da organizzare…

Sembra un po’ – stando ai resoconti dei presenti – di assistere ad una riunione organizzativa in parrocchia, con il don che presenta la necessità di occuparsi di questo o di quello, ne valuta insieme ai presenti i singoli aspetti e le necessità (specialmente di chi è più in difficoltà)… uno stile che non ti aspetti, se a parlare è il Papa. Punta sulla relazione, comunica problemi quotidiani, accorcia distanze.

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Un saluto agli anticonformisti…

Le masse vogliono apparire anticonformiste, così questo significa che l’anticonformismo deve essere prodotto per le masse.
A. Warhol

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Il Papa “social” e la sua Chiesa

Nei commenti letti e riletti sui giornali in questi giorni, c’è stata un’espressione “curiosa”, letta non ricordo dove: Papa Francesco sarebbe “il primo Papa social della storia della Chiesa”.

Al di là dell’aggettivo utilizzato dal giornalista, è innegabile che Papa Bergoglio goda di un’attenzione e di una popolarità che il suo predecessore non aveva. Ed è altrettanto innegabile che essa derivi da una certa predisposizione di Francesco alla comunicazione “senza filtri”. Ne sono un esempio i tantissimi discorsi “a braccio”, i gesti, le espressioni del volto immancabilmente immortalate dai fotografi, i fuori programma, il ruolo marginale che la Sala Stampa vaticana ha assunto già a partire dai giorni seguenti all’elezione del nuovo Papa, come se Francesco non avesse bisogno di mediazioni per relazionarsi con media, giornalisti e persone comuni. Continua a leggere

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I gesti del Papa, le parole dei politici cattolici

…e poi ti tornano in mente le parole di Casini sui migranti e il nostro (a suo dire legittimo) uso delle armi contro i barconi dei clandestini… e diventi quasi cattivo…

In casi come questi, quando il divario tra i gesti del Pontefice (e quelli del Maestro, prima di lui!) e le parole dei politici cattolici nostrani mostra gap insuperabili per la logica umana… ti ricordi che in fondo, quando oggi Papa Francesco stigmatizza la globalizzazione dell’indifferenza, ce l’ha anche con me (e non solo con Casini!)…

«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. 

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Questo Papa…

papa_lampedusaSembra quasi, ascoltando le parole di Francesco oggi a Lampedusa, che stessimo aspettando questo uomo da tanto, troppo tempo… 🙂

La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.

Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».”

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Un problema di leadership

Leggo i resoconti dei giornali all’iniziativa di Fare il PD di questo pomeriggio. Sembra quasi si sia tornati all’autunno scorso (mentre il mondo, intanto, va avanti alla solita velocità della luce). Non mi pare proprio un buon segno.

Continuo a pensare che il fallimento più grande della classe dirigente democratica non sia tanto il risultato più che deludente dell’ultima tornata elettorale. Ma il fatto di non aver saputo individuare e costruire una leadership vera e credibile. E non bastano i soliti vecchi commenti/slogan (l’importanza del partito, il senso di appartenenza, i contenuti prima delle persone, ecc.) a colmare il gap politico.

Perché da sempre la politica parla attraverso leadership personali e comunitarie. Tanto più oggi. Mentre invece il dramma vero a sinistra è proprio l’assenza di una leadership autorevole. E più ti spingi a sinistra, più l’emergenza leader aumenta. Per questo Renzi non ha avversari veri (al Congresso del PD, come nella partita per la premiership).

Non lo è Cuperlo, né Fassina. E persino Civati stenta ad avere un profilo capace di tradurre idee, valori, programmi in parola, emozione, mobilitazione. E sia chiaro: l’assenza di una leadership alternativa a Renzi non è dovuta al fatto che il sindaco di Firenze sia il miglior leader possibile per il PD!

Si tratta di un problema culturale. A sinistra la leadership fa paura. Viene sempre contrapposta alla democraticità (ma senza leader la democrazia non funziona), al collettivo. Concettualmente il “leader” evoca clima da ventennio (fascista o berlusconiano), catalizza accuse di semplicismo, superficialità, adesione acritica. Contrappone la capacità comunicativa ai contenuti, alla “sostanza” (come se poi l’assenza di personalità comunicative ci avesse regalato in questi ultimi vent’anni una vivacità di proposte, un fermento programmatico!).

E così, quest’incontro di Fare il PD mi fa un po’ pena. Perché l’unico dato significativo sono i toni aggressivi verso il sindaco di Firenze, che puntualmente Renzi riutilizza per proporsi come “l’uomo solo contro l’apparato”, in un tira e molla che prima o poi stuferà anche i suoi sostenitori più accaniti. La notizia vera, per i lettori più attenti è il vuoto che si manifesta nei volti dei partecipanti, sempre gli stessi mediocri volti, incapaci di suscitare la minima reazione (non tra gli addetti ai lavori, ma tra i cittadini, gli elettori).

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